Dimaggio: “Voglio rendere la mia musica queer” – Intervista

Nel primo EP «A me non serve niente» racconta gli amori e le partenze della sua generazione. Tra attacchi di panico e di cura, Milano e Puglia, miracoli e licantropi: cosa vuol dire crescere, cosa vuol dire restare per il cantautore ventenne.

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Dimaggio: "Voglio rendere la mia musica queer" – Intervista - Matteo B Bianchi42 - Gay.it
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Lavorando, a posteriori, sul materiale di questa intervista, dunque rileggendolo, sistemandolo, mi è tornata in mente la pagina di Camere separate in cui Pier Vittorio Tondelli si dedica più ampiamente alla solitudine, ricorrendo, per descriverla, ad aggettivi come: buffa, aggressiva, ridicola.

Mi è tornata in mente, credo, perché, a più riprese, nel corso di questa chiacchierata con Dimaggio, all’anagrafe Riccardo Roma, ovvero un giovane (per davvero: ha ventun’anni) cantautore alle prese con tutte le cose che accadono all’indomani della pubblicazione di un EP, si è parlato spesso del sentirsi soli e dell’essere soli come fatto personale, intimo, e generazionale.

In A me non serve niente, questo il titolo del progetto discografico in questione, Dimaggio racconta gli amori e i disinammoramenti, le disamistade di De André, le partenze a cui non seguono ritorni, i desideri e gli obiettivi raggiunti. Tutto, però, è ammantato di irrequietezza benché spesso gioiosa e, appunto, di solitudine. Una solitudine tondelliana, un po’ buffa, un po’ aggressiva, un po’ ridicola, non sempre necessariamente disperata, ma pervasiva, epocale.

A me non serve niente è un EP di sei brani in cui è evidente l’orizzonte artistico, dunque umano, e generazionale di Dimaggio, che guarda al cantautorato – Dalla e Faber su tutti, mi dice – e alla nuova wave dell’indie per raccontare il mondo e le emozioni dal suo osservatorio.

Siamo andati a conoscerlo, di seguito la nostra intervista.

Dimaggio: "Voglio rendere la mia musica queer" – Intervista - Matteo B Bianchi43 - Gay.it
Foto di Martina Loiola

Chi è Dimaggio?

Un ventunenne agitato e irrequieto. Un ragazzo in continua ricerca, che non smette di farsi domande.

Cosa ti agita?

Sono ossessionato dalla relazione tra azione e pensiero. Rimugino molto, sono un’overthinker. È impegnativo, ma è stato utile a capire in quale direzione andare.

Nel brano A me non serve niente, che dà titolo al tuo EP, rivendichi il tuo spazio autonomo e, al tempo stesso, denunci uno stato di solitudine, una mancanza di cura. Un bambino non è stato visto, non è stato ascoltato.

È un messaggio di autodeterminazione. Mi sono ritrovato a fare i conti con la mia complessità, con tutte quelle cose di me che gli altri non capivano e soprattutto con le pressioni che arrivavano dall’esterno, dalla famiglia, dalla società. Mi sono sentito poco libero e represso. Di fronte ai condizionamenti, però, ho fatto pulizia. Mi son detto: a me non serve niente.

Ti sei sentito solo?

Lo sono stato.

Quando?

Nella prima adolescenza; mi sono trovato solo con un’emotività molto ingombrante. Non mi sentivo capito. Tutte le persone che mi stavano intorno guardavano con superficialità al mio mondo. Evitavano di entrarci. Mi sentivo un po’ un esule; mi ero convinto di essere destinato alla solitudine.

L’esperienza del coming out ha contribuito a farti sentire solo?

Sì, soprattutto perché ho fatto coming out che ero molto giovane. Avevo quindici anni e non sono stato preso sul serio.

Come hai curato quei vuoti?

Con le amicizie giuste, che a un certo punto sono arrivate. E con la musica.

Suonavi?

In quel periodo vivevo la musica come un’esperienza molto personale. Ci ho messo un po’ a capire che avrei voluto trasformarla in un mestiere.

Cosa ascoltavi?

L’indie di Gazzelle e Calcutta, dei Canova e dei Pinguini. In quella scena musicale mi sono sentito accolto, quel romanticismo mi ha salvato. Anche ora è così, basta guardare il mio Spotify Wrapped.

Vediamolo.

Il brano più ascoltato è Le Vele de La Municipàl, poi Effimero di Anna Castiglia, Copricolori di Marco Castello, Finirà tutto quanto sempre de La Municipàl e Stronger Than Me di Amy Winehouse.

In Linda racconti di una ragazza che lascia l’Italia per cercare altrove il suo posto. Cosa vuoi raccontare della tua generazione?

Ancora una volta, la solitudine. E tutti i modi che abbiamo per colmare il vuoto. Linda è una mia amica, a diciotto anni si è trasferita in Olanda. Volevo che questo brano fosse il mio messaggio per lei. Qualcosa a cui potesse sempre tornare, a cui potesse aggrapparsi.

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Anche tu sei andato via.

Sono andato via dopo il primo anno di università, perché sentivo che la musica stava assumendo un ruolo diverso nella mia vita. Avevo, però, bisogno di capire bene dove volevo andare. Ho messo in pausa gli studi e iniziato a lavorare in un call-center per pochissimi soldi. In quel periodo ho capito tutto.

Cosa è successo?

Me ne sono andato sapendo dove andare. Ho lasciato il mio paesino in provincia di Lecce, sono venuto a Milano.

Che rapporto hai con Lecce?

La amo e mi fa paura. Lì mi sentivo come Raperonzolo: vivevo in un luogo perfetto, ma isolato da tutto, lontano da quello che volevo.

A Milano hai trovato quello che cercavi?

Sì, ma i primi tre mesi sono stati difficilissimi. Pensavo di andare incontro a un immaginario da film, invece tutti i pericoli sono stati subito evidenti. Ero un pesce piccolo tra migliaia di pesci grandi. Poi ho capito come sopravvivere.

Cioè?

Mi sono ricordato che persona volevo essere, cosa volevo diventare. Quindi, sì, mi è capitato di uscire con le persone sbagliate, di perdere di vista gli amici, di lavorare troppo. Ma tutte queste cose non mi hanno pesato, erano parte di un percorso di comprensione. Ora sono molto più a fuoco. So di svegliarmi la mattina e di fare quello che ho sempre voluto fare.

Sempre in Linda canti: siamo qui alla resa dei conti. Cosa ti aspetti dalla resa dei conti?

Alla resa dei conti, se ci sarà, vorrei arrivarci senza aspettative. Vorrei solo essere onesto nel riconoscere quello che ho fatto. La resa dei conti, in quel brano, è il segno di un compromesso.

Ovvero?

Andare via vuol dire cambiare, le distanze spesso peggiorano le cose. Bisogna, allora, trovare il compromesso tra ciò di cui abbiamo bisogno e ciò che gli altri possono darci, tra ciò che vogliamo fare e ciò che possiamo fare. Quando, a posteriori, ripenso a un problema o a un’opportunità, non voglio pensare a ciò che avrei dovuto fare. Penso a ciò che ho fatto e a come l’ho fatto.

L’interludio dell’EP, Attacco di panico, segna una certa virata musicale. È un brano più irriverente. In che direzione stai andando musicalmente?

Io sono tante cose, anche musicalmente. Voglio pensare di poter essere tutte le cose che voglio essere. La mia musica, in questo, è queer. Tutto l’EP fino a quel momento era molto riflessivo, introspettivo. Poi ho sentito il bisogno di spogliarmi, di essere maleducato e aggressivo come un attacco di panico, che arriva e ti rincoglionisce. Nei live, tutti si sentono disinibiti su questa canzone.

Dimaggio: "Voglio rendere la mia musica queer" – Intervista - Matteo B Bianchi44 - Gay.it
Foto di Benedetta Francioso

La sera dei licantropi, invece, narra il momento che precede la fine di una relazione. Perché i licantropi?

Tutto nasce dalla Sera dei miracoli di Lucio Dalla, ovviamente. L’ho ascoltata in loop per un giorno intero in un periodo molto particolare. Ero immerso in una relazione ancora adolescenziale e infinita, un tira e molla continuo. Da quell’amore io mi aspettavo i miracoli, appunto, ma i miracoli non c’erano. C’erano solo le paure, c’erano i mostri. Mi sentivo esplodere d’amore di fronte a una persona che, invece, se ne fregava.

Qualcuno, a questo proposito, mi ha detto che il contrario dell’amore è proprio la paura, non l’odio.

È vero. L’odio è amore corrotto, inquinato.

Nello stesso brano, per raccontare la fine di un amore parli di discorsi senza apostrofi. Era un amore sciatto?

Era un amore sgrammaticato, come un linguaggio senza ordine, come un discorso senza virgole. Ha senso, ma è trascritto male. Quello che canto in quel brano, è un amore da ricordare, sì, ma da affidare a testi apocrifi, da lasciare in disparte.

A proposito di amore, qual è la canzone d’amore più bella di tutte?

Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco.

 

 

La foto di copertina è di Martina Loiola.

© Riproduzione riservata.

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