La storia di Pierre Seel è una testimonianza straziante e cruciale dell’orrore vissuto dagli omosessuali durante il regime nazista. Ed è sempre bene riportare alla memoria questa vicenda. Nato a Mulhouse, in Francia, nel 1923, Pierre era un ragazzo di appena 17 anni quando la sua esistenza venne brutalmente spezzata a causa di una segnalazione: il suo nome era stato registrato dalla polizia locale in una lista di “sospetti omosessuali“, pratica diffusa in molte città europee negli anni precedenti la guerra (leggi “Homocaust” di Massimo Consoli).
L’arresto e la deportazione

Quando i nazisti occuparono l’Alsazia, quelle liste vennero utilizzate per individuare e perseguitare persone considerate “devianze sociali“, tra cui gli omosessuali. Pierre fu arrestato nel maggio del 1941 e deportato nel campo di concentramento di Schirmeck-Vorbruck, nei pressi di Strasburgo. Qui, subì violenze di ogni genere: fu picchiato, umiliato, violentato e costretto a vivere sotto costante minaccia. I prigionieri omosessuali erano tra i più disprezzati e bersagliati, spesso esclusi anche dalla solidarietà degli altri detenuti. Pierre non portava il triangolo rosa, il simbolo che segnava gli omosessuali nei campi. A lui fu assegnata una barra blu, il marchio di chi era considerato “asociale”. Ma quel dettaglio non cambiava nulla. Nulla lo proteggeva dalle umiliazioni, dalle percosse, dalla violenza. Ogni giorno era una lotta per restare in vita, una lotta che Pierre combatteva con il corpo, ma soprattutto con il silenzio, come racconterà in seguito, molti anni dopo.
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La perdita dell’amore della sua vita

Uno degli episodi più terribili che Pierre raccontò nella sua autobiografia fu l’uccisione del suo compagno, Jo, giovane di cui era innamorato. Quel giorno ci fu l’appello. Il quadrato formato dai prigionieri, le urla degli altoparlanti che ordinavano di restare sull’attenti. Pierre si trovava lì, immobile, un’ombra tra le ombre, quando due uomini delle SS trascinarono al centro del quadrato un ragazzo. Pierre lo riconobbe. E il suo mondo si fermò. Jo. Aveva diciotto anni. Era il ragazzo che Pierre amava. Era il ragazzo che Pierre aveva sperato, pregato, implorato fosse al sicuro. Ma eccolo lì, nudo, vulnerabile, davanti agli occhi gelidi dei suoi aguzzini. Pierre non sapeva nemmeno di cosa fosse accusato Jo. La musica classica rimbombava dagli altoparlanti, assordante e grottesca. Le SS strapparono i vestiti di Jo, gli calarono un secchio in testa. Pierre vide tutto, incapace di distogliere lo sguardo. E poi i cani. Pastori tedeschi addestrati per uccidere. Si avventarono su Jo, lacerandogli il corpo, dilaniandolo con ferocia. Le sue urla erano soffocate, deformate dal secchio di metallo. Pierre non poteva muoversi, non poteva urlare, non poteva fare nulla. Rimase lì, il corpo rigido, gli occhi spalancati, le lacrime che gli scendevano sulle guance. Pregava soltanto che la morte arrivasse in fretta per Jo, sbranato dai cani dei nazisti.
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Il silenzio e la testimonianza
Dopo sei mesi, Pierre uscì da Schirmeck-Vorbrück. Ma in realtà non uscì mai. Per decenni rimase prigioniero di quel ricordo, del silenzio che calò sull’Omocausto, della vergogna che il mondo continuava a infliggergli perché omosessuale. Non parlò. Come avrebbe potuto? Anche dopo la guerra, l’omofobia permeava le società liberale, come ancora oggi. Una prigionia mai finita. Fu solo nel 1982, dopo un attacco omofobo da parte del vescovo di Strasburgo, che Pierre trovò il coraggio e ruppe il silenzio. Rivelò il motivo della sua deportazione, l’orrore che aveva visto e vissuto. Nel 1994 pubblicò la sua autobiografia, Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel (Io Pierre Seel deportato omosessuale, Mondadori acquistabile qui >) un grido che squarciava decenni di oblio, una testimonianza unica e preziosa che illuminò una delle pagine meno conosciute dell’Olocausto. Eppure, ci volle ancora del tempo perché la Francia riconoscesse ufficialmente la sua condizione di deportato omosessuale: accadde solo nel 2001.
Pierre Seel morì nel 2005.
