Cos’è stato l’Omocausto e perché non possiamo dimenticare gli orrori nazi-fascisti

Con l'obiettivo di non venir dimenticati ancora una volta.

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omocausto triangoli rosa 27 gennaio giornata della memoria
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Tra il 1933 e il 1945 – nel pieno della Germania nazifascista – vennero arrestati 100.000 uomini con l’accusa di essere omosessuali. Se ampia parte fu condannata in prigione, tra i 5.000 e i 15.000 furono mandati nei campi di concentramento (fonte Enciclopedia dell’Olocausto).

Il 6 maggio 1933 i seguaci di Hitler attaccarono l’Institut für Sexualwissenschaft, Istituto per la ricerca sessuale istituito fondato nel 1919 da Magnus Hirshfeld considerata la prima clinica trans della storia, distruggendo oltre 20.000 libri e riviste sulle teorie di genere in un falò al centro di Berlino, e sequestrando tutte le persone che il regime considerava ‘deviate’.

Durante la notte del 30 Giugno 1934, anche conosciuta come “notte dei lunghi coltelli”, Adolf Hitler ordinava l’uccisione di Ernst Röhm, militare e omosessuale nazista delle SA, dando il via ufficialmente all’Omocausto: persecuzione di innumerevoli donne e uomini omosessuali ritenuti “una congiura” per la protezione della razza ariana.

Secondo l’ideologia nazifascista le relazioni sessuali dovevano “essere finalizzate al processo riproduttivo, essendo loro scopo la conservazione e il prosieguo dell’esistenza del Volk [il popolo], piuttosto che la realizzazione del piacere dell’individuo“.

Il 28 Giugno del 1935 il Ministero ampliò il Paragrafo 175, articolo del codice penale tedesco che criminalizzava ogni rapporto omosessuale tra uomini, includendo anche chiunque potesse anche essere solo percepito o sospettato come omosessuale.

Nei campi di concentramento, marchiati con quel triangolo rosa che voleva ridicolizzarne la mascolinità, gli omosessuali venivano segregati per evitare che contagiassero gli altri deportati o le guardie, sottoposti a lavori disumani per “correggerne” la natura, insieme ad esperimenti scientifici (come il caso del danese Carl Vaernet che cercò di ‘guarire’ l’omosessualità impiantando nei detenuti una ghiandola sessuale artificiale con dosi testosterone che portarono alla morte dell’80% delle cavie).

Fot. http://auschwitz-podobozy.org
Foto http://auschwitz-podobozy.org

Le donne lesbiche venivano catalogate come ‘asociali’ con un triangolo nero insieme alle persone senza dimora, disabili, prostitute, e oppositrici politiche, che il regime identificava come ‘inferiori’ e contagiose per la razza ariana.

Quando il 27 Gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, l’incubo degli omosessuali continuò anche a porte aperte, passando da campi di concentramento al carcere e il divieto d’immigrazione in quasi tutti gli Stati. Il Paragrafo 175 resterà in atto fino al 10 Marzo 1994, e la tragedia degli ex-deportati omosessuali rimarrà taciuta e relegata ancora una volta ai margini, riesumandone solo negli anni successivi quelle testimonianze e racconti omessi dai libri di storia.

Per questo è fondamentale continuare a parlarne: per far luce su una tragedia condivisa dal regime nazista insieme a tutti quei governi che ne hanno mantenuto la matrice omofoba, prima e dopo, con l’obiettivo di non venir dimenticati ancora una volta.

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