Forse, vista l’aria che tira, non era esattamente il momento giusto per far uscire una sneaker nera con la scritta “Benito” ben in vista. Certo, il Benito in questione è Bad Bunny, al secolo Benito Antonio Martínez Ocasio, artista che ha fatto della libertà espressiva la sua cifra, sfidando con la sua fluidità i canoni machisti latinoamericani del raggaeton.
Ma è difficile negare che, almeno in Italia, quella combinazione di nome e colore evochi risonanze ben più cupe.
Non si tratta di una svista imperdonabile, né probabilmente di un’operazione con sottintesi sinistri. Parliamo infatti della collezione Bad Bunny x Adidas, in particolare della Bad Bunny Adidas Ballerina, attesa per aprile 2025 ed ispirata alle Adidas Taekwondo, già avvistate ai piedi dell’artista durante la Paris Fashion Week 2024.
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Un marchio che notoriamente lega il proprio nome a campagne a favore della diversità e dell’inclusione, con le sue collezioni Pride e le collaborazioni con figure iconiche della comunità queer. C’è stata la capsule con Rich Mnisi, stilista e attivista sudafricano che ha trasformato l’identità LGBTQIA+ nella sua dichiarazione di stile radicale. Poi è arrivata la partnership con Tom Daley, tuffatore britannico e trailbreaker nell’attivismo LGBTQIA+ nel mondo dello sport professionistico. Più recentemente, è toccato a Pabllo Vittar, superstar di “Alibi” volto della cultura drag brasiliana. E sono Adidas F50 Elite rosa, nella versione femminile, anche le scarpe predilette di Kenan Yildiz, la nuova stella Gen Z della Juve.
Bad Bunny è invece il simbolo di una cultura pop che si muove con disinvoltura tra generi e codici estetici, infrangendo con naturalezza le barriere imposte da un’industria spesso monolitica. La sua ascesa nel reggaeton –genere storicamente dominato da una mascolinità rigida e iper-performativa – non è stata solo una questione di talento musicale, ma di ridefinizione stessa dell’idea di popstar latinoamericana.
Nel 2020, durante una performance a The Tonight Show, indossava una t-shirt con la scritta “Mataron a Alexa, no a un hombre con falda”, in riferimento all’omicidio di Alexa Negrón Luciano, donna trans brutalmente uccisa a Porto Rico.
Pochi mesi dopo, nel video di Yo Perreo Sola, si è presentato in un completo di latex rosso e parrucca lunga, rivendicando il diritto delle donne – e di chiunque – di ballare senza subire molestie. Un atto di rottura in un contesto musicale in cui l’immagine della donna è spesso filtrata dallo sguardo maschile, e in cui la fluidità di genere viene raramente celebrata.
Alle accuse di queer baiting, ha risposto baciando un suo ballerino sul palco degli MTV Video Music Awards, e ribadendo che la sua idea di libertà espressiva non ha bisogno di etichette. Un momento che, nel circuito pop anglofono, avrebbe potuto sembrare quasi canonico, ma che nel mondo del reggaeton – dove l’omosessualità è ancora spesso un tabù – ha avuto l’effetto di un terremoto.
Difficile dunque immaginare un artista più distante da certi rigurgiti nostalgici. Insomma, anche Bad Bunny, come Adidas, è piuttosto lontano da quell’idea di Benito. Eppure, una sneaker dal nome Benito, proprio oggi, in Italia almeno ha una conturbante risonanza. Ve l’immaginate una sneaker Adidas dal nome Adolf? Ci siamo capiti.
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Dunque, qualcosa non ha funzionato. Forse per la velocità con cui il mercato globale sforna nuovi prodotti, forse per una fiducia eccessiva nel potere universale del branding, nessuno si è fermato a considerare il modo in cui quel nome, stampato su una sneaker nera, potesse risuonare altrove. Perché se è vero che un nome rimane un nome, è altrettanto vero che – come ci insegna Michela Murgia – il linguaggio non si muove mai nel vuoto.

Non è certo il caso di sollevare tempeste in un bicchier d’acqua, né di indulgere in interpretazioni forzate. Si chiamava Benito, del resto, anche Benito Juárez, primo presidente indigeno del Messico, nonché una delle figure più iconiche del riformismo latinoamericano, da cui il più celebre – e ingombrante – omonimo italiano, quel Benito che per un ventennio scatenò il più nefasto e vergognoso periodo della storia di tutte le millenarie civiltà italiche, ha preso il nome.
In queste settimane appare più urgente che mai invece mantenere viva la memoria di errori passati. E alcune accortezze, se non dovute, sarebbero quantomeno apprezzabili da parte di player dei consumi prestigiosi e influenti come Adidas. È curioso che, in un’epoca in cui ogni dettaglio viene calibrato per evitare inciampi semantici, questa associazione sia passata inosservata, ancor più considerando il ritorno, su scala globale, di narrazioni nazionaliste e spinte reazionarie.
Non uno scandalo, dunque, ma un piccolo promemoria: nel design, come nella comunicazione, il contesto è sempre parte della forma.

