Benito Antonio Martínez Ocasio è Bad Bunny, il rapper fluido anti-macho che ha rivoluzionato il reggaeton: il nuovo album

È appena uscito "Debí tirar más fotos", sesto e magnifico album in studio.

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Sulla copertina di Debí tirar más fotos – Avremmo dovuto fare più foto, due sedie di plastica bianche: quelle sedie anonime e immortali che, senza pretese, popolano i cortili di ogni infanzia. Semplici, comuni, apparentemente vuote, ma cariche di storie.

Basta uno sguardo evocare immagini di torride serate estive, mani che mescolano carte consumate dal tempo, risate soffocate dalla notte, il canto delle cicale come sottofondo. È una copertina che parla la lingua universale della memoria, quella che ci trascina indietro, negli angoli più remoti della nostra coscienza emotiva.

 

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Con il suo sesto album in studio, Bad Bunny ascende alla maturità personale: un invito a sederci e ascoltare, ma anche a riflettere su cosa abbiamo perso o dimenticato. E come ogni piccolo capolavoro – non lo dico io, ma la critica qualificata – sfornato da un artista eclettico, pronto ad affrontare questi tempi incerti di superamento degli steccati. Un artista impegnato, capace di abbattere pregiudizi, restando perfettamente nel mercato mainstream.

Debí tirar más fotos, pubblicato il 5 gennaio, alla vigilia del Día de los Reyes, la festa più sentita a Porto Rico, non si accontenta del sentimentalismo spicciolo. Quello è solo un aggancio. Tra sonorità che scivolano tra ritmi raggaeton e influenze tradizionali portoricane, l’opera va ben oltre per esplorare i temi dell’identità, radici, orgoglio, e la battaglia feroce contro la gentrificazione che erode la sua amata Portorico.

Non è raro che, nel decennio degli artivists, la musica diventi una colonna sonora di resistenza. Ma non è neanche raro che alcune sperimentazioni da parte di artisti facciano enormi buchi nell’acqua cavalcando il trend del momento.

Bad Bunny, però, gioca un’altra partita. Nei suoi lavori non c’è traccia di ipocrisia né di pretenziosità: ogni parola, ogni beat, vibra di un’autenticità che deriva da chi parla con cognizione di causa. Un’autenticità che l’ha reso una LGBTQIA+-icon, nonchè idolo della Generazione Z. E se l’invito di Debí tirar más fotos è quello di immortalare più momenti, perché non puntare l’obiettivo su di lui per conoscerlo meglio?

 

Bad Bunny, la carriera dagli esordi

Benito Antonio Martínez Ocasio nasce il 10 marzo 1994 (segno dei Pesci), a Vega Baja, Portorico, figlio di un camionista e di un’insegnante. La sua è una famiglia modesta, ma orgogliosa e profondamente legata alle proprie radici culturali, celebrate ogni giorno anche attraverso la musica.

Sin dai primi anni di vita, la casa di Benito si trasforma così in un microcosmo sonoro: i dischi di salsa e merengue, messi in loop dalla madre, creano una colonna sonora familiare che si fonde con il ritmo emergente del reggaeton, già pronto a scuotere l’isola. La musica non è per lui solo un passatempo: diventa rifugio, promessa, e infine, destino.

Il nome Bad Bunny nasce da un ricordo d’infanzia tanto surreale quanto perfetto per definire la sua arte. Una recita scolastica, un costume da coniglio, e un’espressione irrimediabilmente contrariata immortalata in una foto che ha continuato a circolare tra amici e familiari come una sorta di reliquia personale.

Con Bad Bunny, Benito non ha scelto solo un nome facile da ricordare, ma un manifesto in due parole. Da un lato, il coniglio, innocente e docile; dall’altro, l’aggettivo “bad”, una rivendicazione di irriverenza e sfida. Un gioco di contrasti che rifletteva perfettamente la sua estetica: dolcezza e ribellione fuse in un’icona capace di stravolgere regole e aspettative.

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Il nome d’arte di Bad Bunny ha origine da una foto che lo ritrae vestito da coniglio durante una recita scolastica.

La sua ascesa, però, non è il solito racconto fulmineo di talento e fortuna. La sua carriera inizia ufficiosamente nel coro della Chiesa locale. Da adolescente, inizia a caricare tracce autoprodotte su SoundCloud, mentre di giorno, lavora come magazziniere in un supermercato. Il big break arriva nel 2016, quando il brano “Diles” arriva alle orecchie di DJ Luian, magnate della scena raggaeton portoricana. Fiutandone il potenziale, apre a Benito le porte di un mondo fino a quel momento irraggiungibile.

Il 2018 segna l’arrivo del suo debutto discografico, X 100PRE. Non solo un album, ma è una dichiarazione di intenti: Bad Bunny non segue il manuale del reggaeton tradizionale, lo riscrive. YHLQMDLG (2020) – “Yo Hago Lo Que Me Da La Gana” – diventa una bandiera per una generazione intera, mentre El Último Tour del Mundo (2020) lo consacra non come artista di genere, ma come visionario musicale. Grazie al successo planetario di questi due album, Bad Bunny diventa il primo artista latino a comparire sulla copertina di Rolling Stone.

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Poi arriva il 2022 e con Un Verano Sin Ti, Bad Bunny diventa l’artista più ascoltato al mondo su Spotify per il terzo anno consecutivo, un traguardo che nessuno aveva mai toccato prima. Seguono poi Nadie sabe lo que va a pasar mañana, quinto lavoro in studio, e infine Debí tirar más fotos, opera magna di attivismo in musica.

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Bad Bunny e il cinema: il bacio gay in Cassandro

Come molte altre star dell’universo entertainment USA, Bad Bunny vuole spaziare oltre la musica. Ma anche la sua dimensione di attore nel mondo del cinema si distingue per scelte calibrate e quotate all’impegno.

Il debutto avviene in punta di piedi con un cameo in Fast & Furious 9 – The Fast Saga (2021), un assaggio che basta a stuzzicare la curiosità del pubblico. Ma è con Bullet Train (2022), diretto da David Leitch, che Benito si impone davvero. Nei panni di “The Wolf”, un assassino guidato dalla vendetta, dimostra un’intensità scenica che cattura l’attenzione anche accanto a star del calibro di Brad Pitt.

Il momento più audace della carriera cinematografica di Bad Bunny arriva nel 2023 con Cassandro, il biopic diretto da Roger Ross Williams che racconta la vita di Saúl Armendáriz, il wrestler gay che ha rivoluzionato il mondo della lucha libre. Nel film, Bad Bunny interpreta Felipe, interesse romantico di Armendáriz. È qui che, davanti alle telecamere, Benito dà il suo primo bacio cinematografico, condividendo la scena con Gael García Bernal.

Nel 2023, Bunny compie il salto e ricopre il ruolo di produttore esecutivo nell’adattamento televisivo del romanzo queer “L’ultima notte della nostra vita di Adam Silvera.

Bad Bunny e l’attivismo in musica

Nonostante i numeri da capogiro e i sold out planetari, Bad Bunny non teme mai di compromettersi prendendo posizione su tematiche delicate e controverse. 

Nel 2019, quando Portorico è scossa dalle proteste contro l’allora governatore Ricardo Rosselló, Bad Bunny lascia tutto – persino un tour in corso – per unirsi alla folla nelle strade di San Juan. Con microfono o megafono, la sua voce resta la stessa: inconfondibile, potente, autentica. È un artista che non teme di sporcarsi le mani, trasformando la sua visibilità in un riflettore per illuminare le ombre della corruzione e del malgoverno.

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Bad Bunny alza la bandiera di Portorico durante le proteste a San Juan

Nel brano El Apagón, denuncia con rabbia poetica il dramma delle continue interruzioni di corrente e il collasso delle infrastrutture, conseguenze devastanti della privatizzazione che ha lasciato l’isola impoverita e vulnerabile.

Il suo attivismo, però, trascende i confini dell’isola. Bad Bunny affronta temi universali con pervicace schiettezza per una pop star della sua statura. Parla di cambiamento climatico, critican il modello economico che sacrifica il pianeta per il profitto. Difende l’equità sociale e si erge come voce per le comunità marginalizzate – tra cui quella LGBTQIA+, che merità un capitolo a sé – senza mai scadere in slogan o strategie di marketing.

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Sì, perché forse il capitolo più audace della rivoluzione firmata Bad Bunny è il suo rapporto con la comunità LGBTQIA+. In un genere musicale tradizionalmente dominato da stereotipi di ipermascolinità e spesso macchiato da retaggi omofobi, Benito va anche qui in controtendenza.

Nel video di Yo Perreo Sola, Bad Bunny sfila vestito da donna. Non è un espediente visivo: è un manifesto. Il brano celebra l’autonomia delle donne, la libertà delle persone queer, e critica il sessismo che pervade non solo il reggaeton, ma la società intera. È una dichiarazione d’intenti, un atto politico camuffato da pop culture.

Ma Benito non si ferma alla performance: durante i suoi concerti, dedica momenti di riflessione e memoria a vittime della transfobia, come Alexa Negrón Luciano, brutalmente assassinata a Portorico.

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Bad Bunny rende omaggio ad Alexa Negron Luciano, donna trans brutalmente assassinata a Portorico

Bad Bunny è gay?

Bad Bunny si è sempre mostrato allergico alle definizioni sia per quanto riguarda il proprio orientamento sessuale che identità di genere, preferendo celebrare le connessioni emotive piuttosto che lasciarsi ingabbiare dalle categorie. Un approccio che lui definisce “aperto e fluido”. Ed è forse questa attitudine un po’ ambigua che negli anni gli è costata diverse accuse di queerbaiting, a cui l’artista ha però sempre risposto con eleganza.

Dal 2017 fino al 2023 ha avuto una relazione con la designer e modella Gabriela Berlingeri – con cui è rimasto molto amico e a cui ha dedicato alcuni brani in Debí Tirar Más Fotos – seguita da una breve liason con Kendall Jenner.

© Riproduzione riservata.

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