Milei accusa la comunità LGBTQIA+ di pedofilia al World Economic Forum di Davos

Un segnale inquietante di come i discorsi d'odio siano sempre più istituzionalmente legittimati dai governi a trazione della destra reazionaria. Tra cui quello di Giorgia Meloni.

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Il presidente argentino Javier Milei ha scelto il palcoscenico globale del World Economic Forum di Davos per lanciare l’ennesimo attacco frontale alla comunità LGBTQIA+. In un discorso incendiario, in cui ha definito l’”ideologia di genere” un “abuso sui minori chiaro e semplice”, arrivando persino a rispolverare il vecchio stereotipo che associa le identità queer alla pedofilia, il leader ultraliberista ha spinto la retorica dell’estrema destra a un nuovo livello.

Parole che però, in Argentina, Paese con una lunga storia di diritti civili conquistati faticosamente dalla comunità queer, hanno scatenato una prevedibile ondata di indignazione e portato Milei direttamente davanti alla giustizia.

Il discorso di Milei a Davos

La presenza di Milei a Davos pochi giorni fa è stata una messa in scena perfetta per la sua narrazione da outsider che combatte il sistema. Nel suo intervento, ha definito il “virus mentale dell’ideologia woke” la più grande epidemia del nostro tempo, un “cancro” da cui il mondo dovrebbe liberarsi.

Non si è però limitato a un attacco generico alle politiche progressiste: ha puntato il dito direttamente contro la comunità LGBTQIA+, arrivando a dire che il riconoscimento dell’identità di genere sarebbe equiparabile alla pedofilia. Per rafforzare la sua tesi, ha usato il caso di una coppia gay in Georgia, recentemente arrestata per aver abusato dei figli adottivi, insinuando che episodi del genere siano la norma e non l’eccezione.

A ciò ha aggiunto una fake news vecchia quanto la transfobia: quella secondo cui bambini di cinque anni subirebbero “regolarmente” interventi chirurgici di transizione. Un’affermazione non solo falsa, ma volutamente ingannevole, finalizzata forse a fomentare il panico morale e a giustificare restrizioni sempre più pesanti sui diritti delle persone trans.

Tornato in Argentina, il presidente ha incassato il plauso dei settori ultraconservatori e l’appoggio di gruppi reazionari che da tempo cercano di smantellare le tutele per le minoranze. Nel frattempo, però, ha acceso una miccia che rischia di costargli cara.

Argentina, il presidente Milei denunciato per incitamento all’odio

La prima a reagire alle dichiarazioni del presidente è stata Sarah Kate Ellis – presidente di GLAAD, organizzazione che monitora il discorso d’odio sui media negli Stati Uniti. E lo ha fatto proprio dal palco del WEF, durante il successivo open forum “Protecting LGBTQIA+” Lives“.

“Solo un’ora fa, il presidente dell’Argentina ha attaccato le persone LGBTQ+, le donne che lottano per l’autonomia corporea, tutto con un linguaggio incendiario. La sua retorica non è isolata: è parte di un’ondata globale di repressione che si nutre di odio e paura”.

 

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Ma la reazione più determinata è arrivata dal deputato e segretario generale del Partido Socialista, Esteban Paulón, storico attivista per i diritti LGBTQIA+, che ha presentato una denuncia penale contro Milei. Secondo Paulón, le parole del presidente non sono solo un’espressione di opinione, ma un atto deliberato di incitamento all’odio che potrebbe tradursi in attacchi concreti contro le persone LGBTQIA+.

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Milei radicalizza l’incitamento all’odio basato su bugie e verità inventate” ha dichiarato Paulón. “Queste parole non sono innocue. Sono il carburante per la violenza e l’intolleranza. Abbiamo presentato una denuncia penale perché siamo consapevoli che le sue dichiarazioni configurano diversi reati, aggravati dal suo ruolo istituzionale”.

Un tentativo concreto di porre un limite all’escalation retorica del presidente, che fin dal suo insediamento ha smantellato l’Instituto Nacional contra la Discriminación, la Xenofobia y el Racismo (INADI), l’agenzia governativa che si occupava di contrastare le discriminazioni, lasciando la comunità LGBTQIA+ priva di uno dei pochi strumenti di tutela istituzionale.

Con il plauso della nostra premier, Giorgia Meloni, che ad Atreju aveva definito Milei il responsabile di una “profonda rivoluzione culturale in un paese amico, evidenziando la loro comune visione di “difendere i valori occidentali”.

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Un clima di paura per le famiglie LGBTQ+

L’effetto delle parole di Milei era però già tangibile nella società argentina ben prima del discorso di Davos. Paulón ha raccontato come molte famiglie LGBTQIA+ vivano ormai nel terrore di essere denunciate, di perdere i propri figli, di subire aggressioni.

Ci sono padri e madri che hanno paura di essere segnalati per aver permesso ai loro figli di esprimere la propria identità di genere. Coppie LGBTQ+ temono che lo Stato possa intervenire per sottrarre loro i figli”, ha denunciato l’attivista.

Il risultato di una strategia ben precisa: alimentare il panico morale per erodere progressivamente i diritti conquistati. Tutto per distrarre un paese sempre più schiacciato dalla crisi economica e dall’incapacità del governo di offrire soluzioni concrete ai problemi strutturali dell’Argentina. Sotto la presidenza Milei, il paese sta attraversando un periodo di austerità feroce, con tagli drastici alla spesa pubblica, licenziamenti di massa nel settore statale e una svalutazione monetaria che ha fatto impennare l’inflazione. Di fronte a questo scenario di crescente instabilità, il governo ha scelto di puntare su un’arma ben collaudata: la creazione di un nemico interno su cui canalizzare il malcontento della popolazione.

Dinamiche già viste negli negli Stati Uniti di Trump e in altri Paesi guidati dalla destra reazionaria, come l’Ungheria di Orbán e – ahimè – l’Italia di Meloni.

La risposta della società civile

La società civile argentina – storicamente vicina alle istanze LGBTQIA+ – non è però rimasta a guardare. Lo scorso 26 gennaio, il collettivo femminista ha organizzato un’imponente marcia a Buenos Aires sotto lo slogan “Per un Paese senza odio, con la partecipazione di gruppi per i diritti umani, organizzazioni LGBTQ+ e semplici cittadini indignati per la piega che il governo sta prendendo.

La prova che la comunità LGBTQ+ argentina, la stessa che ha conquistato il matrimonio egualitario nel 2010 e l’identità di genere autodeterminata nel 2012, non ha intenzione di cedere terreno senza combattere.

 

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