Google cancella il Pride Month ed altre festività identitarie da Calendar: il rainbow washing si svela per quello che è

Il colossale e repentino disimpegno delle Big Tech dalle cause sociali, sotto la pressione dell’ondata reazionaria globale, travolge anche Google e i suoi servizi.

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Per anni ci siamo illusi. Le grandi multinazionali della Silicon Valley – quelle stesse aziende che oggi stanno smantellando in silenzio le loro politiche di inclusione – ci avevano fatto credere di essere parte di un fronte comune, alleate nella costruzione di uno spazio di libertà e visibilità per le persone LGBTQIA+. Arcobaleni sui loghi durante il Pride Month, campagne pubblicitarie con coppie queer, dipartimenti Diversity, Equity and Inclusion che spuntavano come funghi. Un linguaggio che ci faceva sentire protett*, riconosciut*.

Ma la verità, che gli attivisti ci ricordavano da tempo, è che quella comfort zone era costruita sulla sabbia. Una facciata di rainbow washing, utile per attrarre consumatori e migliorare la reputazione aziendale, ma priva di fondamenta solide. Oggi, con l’ondata globale delle destre reazionarie, quel fragile castello di carta sta crollando. Le stesse aziende che per anni si erano tinte di arcobaleno, oggi iniziano a ritirarsi, a disimpegnarsi, a scegliere la prudenza rispetto alla visibilità delle minoranze.

Il caso più eclatante di questi giorni è quello di Google, che ha rimosso dal suo calendario ufficiale le ricorrenze legate al Pride Month, al Black History Month, alla Giornata della Memoria dell’Olocausto e ad altre commemorazioni simbolo delle lotte per i diritti civili e della memoria storica.

Una decisione motivata da ragioni di “sostenibilità” logistica, che tuttavia risuona come un’inquietante resa da parte di un colosso che, nel tempo, ha intrecciato così profondamente i propri servizi con le nostre vite da renderli ormai indispensabili. La reazione della comunità è stata immediata: accuse di omofobia, razzismo, sottomissione ai venti reazionari che soffiano forti dagli Stati Uniti e non solo.

Google Calendar rimuove le ricorrenze identitarie da Calendar

Chiunque utilizzi uno smartphone o lavori con un computer lo sa: Google non è solo una multinazionale, bensì l’infrastruttura stessa delle nostre giornate. Gmail per la posta, Maps per orientarci, Docs per scrivere, Drive per archiviare, e soprattutto Calendar, l’agenda digitale che regola riunioni, compleanni, scadenze. Nulla di più neutrale, verrebbe da pensare: un calendario, uno strumento pratico.

E invece no. Perché il tempo, come lo spazio, è politico. Scegliere quali date evidenziare significa stabilire cosa conta e cosa no. La decisione di Google di eliminare il Pride Month, il Black History Month, la Giornata della Memoria e altre ricorrenze legate a minoranze oppresse non è solo un fatto tecnico. È una riscrittura simbolica della realtà. È dire che quei momenti non sono abbastanza importanti da essere ricordati automaticamente.

Il cambiamento è stato introdotto silenziosamente a metà 2024, ma è emerso solo ora.

“Da oltre un decennio collaboriamo con timeanddate.com per mostrare le festività pubbliche e le ricorrenze nazionali su Google Calendar – ha spiegato in conferenza stampa la portavoce di Google, Madison Cushman Veld – Qualche anno fa, il team di Calendar ha iniziato ad aggiungere manualmente una gamma più ampia di eventi culturali provenienti da numerosi Paesi in tutto il mondo. Tuttavia, abbiamo ricevuto segnalazioni sul fatto che alcuni eventi e nazioni risultavano comunque assenti e ci siamo resi conto che mantenere manualmente centinaia di ricorrenze in modo uniforme a livello globale non era un’operazione sostenibile né scalabile. Per questo, a metà del 2024, siamo tornati a mostrare esclusivamente le festività pubbliche e le osservanze nazionali fornite da timeanddate.com, lasciando agli utenti la possibilità di aggiungere manualmente altri momenti per loro significativi”.

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La scusa di Google è però un insulto alla nostra intelligenza. La sostenibilità, del resto, non è un problema quando, per ogni ricorrenza, ogni giorno, il colosso crea Doodle ed esperienze digitali personalizzate, o quando c’era da sponsorizzare il Pride di San Francisco in tempi non sospetti. Ma ora che il clima politico è cambiato, ora che l’amministrazione Trump è tornata a minacciare i diritti delle persone LGBTQIA+, Google fa convenientemente marcia indietro. 

Ed anche se il colosso assicura che le sue decisioni non siano frutto di pressioni esterne,  crederci risulta difficile – soprattutto considerando che su Maps il Golfo del Messico è già stato ribattezzato Golfo d’America, probabilmente in ossequio alle pulsioni imperialiste del nuovo, vecchio presidente.

Non solo Google: il disimpegno delle Big Tech

Quello di Google è solo l’episodio più recente, che si aggiunge a una scia di casi emersi nelle ultime settimane. Diverse grandi aziende tecnologiche hanno infatti iniziato a prendere le distanze dalle politiche DEI, che tra il 2020 e il 2022 sembravano essere diventate un pilastro imprescindibile delle loro strategie aziendali.

Meta (ex Facebook), che fino a poco tempo fa investiva milioni di dollari in campagne per i diritti LGBTQIA+ e aveva creato team dedicati all’inclusione, ha iniziato a ridimensionare i suoi programmi e a permettere al discorso d’odio di proliferare indisturbato dopo la rimozione del programma di fact checking e l’allargamento delle maglie di moderazione. Molti dipendenti di questi dipartimenti sono stati licenziati nelle ultime ristrutturazioni. La motivazione ufficiale? Ottimizzazione. Ma il risultato pratico è un raffreddamento del sostegno pubblico alle cause progressiste.

Amazon, che per anni ha sbandierato il suo sostegno ai dipendenti queer e ha persino bloccato prodotti transfobici sulla piattaforma, ha ridotto sensibilmente le iniziative pubbliche a tema LGBTQIA+. Anche qui, la giustificazione è stata economica: dopo il boom pandemico, è tempo di tagli. Ma dietro le ragioni contabili si intravede la stessa cautela politica.

La grande ritirata delle Big Tech e dei colossi dell’intrattenimento riflette così un nuovo equilibrio di potere. Le aziende che avevano abbracciato l’inclusività per convenienza economica ora si trovano a fare i conti con un contesto politico ostile, e stanno scegliendo la via più sicura: abbassare il profilo, evitare schieramenti, lasciare che i diritti delle persone LGBTQIA+ diventino, di nuovo, un tema marginale.

Per anni ci siamo aggrappati a questi simboli aziendali, illudendoci che la loro presenza bastasse a garantirci uno spazio sicuro. Ma il rainbow washing è sempre stato questo: un’illusione. Oggi, mentre il vento reazionario soffia forte dagli Stati Uniti all’Europa, ci accorgiamo che quella comfort zone non era nostra. Era in prestito, e ci è stata tolta ai primi, inquietanti scossoni di regresso.

Gli attivisti lo dicevano da tempo: la lotta non può dipendere dai brand, perché i brand inseguono solo il profitto. Oggi ne abbiamo la prova. Google, Meta, Amazon non sono nostri alleati. Sono colossi che cambiano bandiera secondo convenienza. Non possiamo più delegare la nostra sicurezza e la nostra visibilità alle multinazionali. Se vogliamo difendere i nostri spazi, dobbiamo tornare a costruirli noi, con la fatica e la rabbia di sempre. Perché la storia ce lo insegna: nessuna libertà è mai stata concessa dall’alto. Ce la siamo sempre presa.

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