Un uomo che praticava le pericolosissime terapie conversione nello Utah si è dichiarato colpevole di abusi sessuali sui clienti a cui aveva promesso aiuto nel “cambiare” orientamento sessuale, ricevendo tre condanne da cinque anni all’ergastolo per tre accuse gravi di sodomia forzata. Si è inoltre dichiarato colpevole di abusi sessuali su una ragazza minorenne.
I reati commessi da Scott Dale Owen
Scott Dale Owen è stato prima vescovo mormone e a seguire consulente per la salute mentale a Provo, nello Utah, dove gestiva uno studio di terapia “incentrato sulla persona“. Qui curava gli uomini per la loro “attrazione per lo stesso sesso“, termine spesso usato dai sostenitori delle terapie di conversione per descrivere l’essere gay. La polizia ha scovato oltre una dozzina di clienti che hanno dichiarato di essere stati abusati sessualmente da Owen.
“Durante la terapia, il dott. Owen diceva alle vittime che le loro relazioni con gli uomini erano malsane e che la sua terapia poteva aiutarle ad avere relazioni ‘normali’ con gli uomini e alla fine con le donne”, si legge in una dichiarazione giurata. Ha “usato la sua posizione di terapeuta per costringere le vittime a dedicarsi a baci, coccole e azioni sessuali durante le sedute di terapia”.
Una delle vittime ha affermato che Owen è diventato “sempre più fisico“, gli avrebbe assicurato che stavano “facendo progressi” e gli ha chiesto di non parlare della terapia ad altri perché “potrebbero non capire il trattamento“. Owen gli ha detto che doveva fidarsi completamente per essere “guarito“. Lo stesso schema si è ripetuto con un’altra vittima, seguace ecclesiastico di Owen. Il terapeuta gli ha detto che “si sarebbero concentrati sullo sviluppo di una relazione intima e spirituale“, che lui “era unico” e che Owen “era stato spiritualmente spinto” a lavorare con lui. Owen ha poi specificato “che Dio dà a certe persone un permesso speciale per fare cose che normalmente sono sbagliate“. La vittima ha interpretato tutto questo come se Owen “avesse l’autorità religiosa di avere rapporti intimi con lui“.
Owen si è dichiarato colpevole di tre accuse di sodomia forzata, per le quali ha ricevuto pene detentive da cinque anni all’ergastolo, da scontare consecutivamente. L’accordo di patteggiamento ha respinto un’ulteriore accusa di sodomia forzata e sei accuse di stupro. Si è anche dichiarato colpevole di tentato abuso sessuale aggravato su minore, correlato al caso di una ragazza di 13 anni che si era rivolta a lui per una terapia nel 2007, dopo la morte di uno dei suoi genitori. Owen la faceva sedere sulle sue ginocchia in modo che la sua “autorità religiosa” potesse passare attraverso di lei. I documenti del tribunale affermano che poi le ha toccato il seno. In quel caso è stato condannato a tre anni, da scontare contemporaneamente alle altre pene detentive. In totale, è stato condannato a quindici anni di carcere.
Nel 2016 Owen era stato rimproverato dalla Divisione delle licenze professionali dello Utah per aver toccato in modo inappropriato un cliente. Dopo quelle accuse, Owen ha rinunciato alla sua licenza ma ha continuato a svolgere un ruolo attivo presso il Canyon Counseling Center di Provo, dove le vittime cercavano cure.
A fine marzo lo Utah ha ufficialmente vietato le bandiere del Progress Pride sugli edifici statali e scolastici. Il governatore repubblicano Spencer Cox ha affermato di “amare e apprezzare” le persone LGBTQ+, per poi appoggiare la legge. Nei giorni scorsi il Kentucky ha ri-legalizzato le terapie di conversione, per volontà della maggioranza repubblicana di Camera e Senato.
Terapie di Conversione, anche in Italia sono ancora legali
Le terapie di conversione sono un insieme eterogeneo di interventi, spesso violenti e sempre dannosi, il cui obiettivo dichiarato è alterare o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere delle vittime attraverso manipolazioni mentali e fisiche, che spaziano da indottrinamenti psico-ipnotici – generalmente travestiti da “terapie” – a interventi medici non richiesti, trattamenti omeopatici, esorcismi e altre azioni motivate da una visione distorta e patologizzante delle identità LGBTIQ+.
Il Rapporto delle Nazioni Unite del 2020 descrive le terapie e le pratiche di conversione come “interventi profondamente dannosi, fondati sull’idea, priva di basi mediche, che le persone LGBTQ+ siano malate”, capaci di infliggere sofferenze gravi, causare danni psicologici e fisici duraturi, senza alcuna giustificazione scientifica.
I dati diffusi dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali nel 2024 sono agghiaccianti: una persona LGBTQIA+ su quattro è stata sottoposta a queste pratiche in Europa. Il 25%: una percentuale che descrive un fenomeno dalle proporzioni inquietanti e dai risvolti feroci. Depressione, ansia, pensieri suicidi: queste le conseguenze tangibili, le cicatrici lasciate da una tortura psicologica che pretende di “correggere” ciò che non è affatto sbagliato, ma semplicemente difforme dalla normatività etero-cisgender. Un abisso culturale da combattere.
L’Italia purtroppo non è immune da questa vergogna – anzi. Sebbene le terapie di conversione qui siano meno visibili rispetto ad altre realtà europee, la loro pratica, spesso sotto forma di percorsi religiosi o psicologici non regolamentati, rimane fortemente presente. E l’assenza di una legge che le vieti espressamente non solo espone le vittime, ma perpetua l’idea che queste pratiche abbiano una qualche legittimità. QUI la raccolta firme per vietarle in tutta Europa.
