A poche settimane dall’approvazione lampo della legge che in Ungheria ha ufficialmente bandito i Pride, un altro Paese dell’orbita russa si muove nella stessa direzione. È ancora una volta la Georgia, repubblica caucasica formalmente candidata all’ingresso nell’Unione Europea, dove è stata appena presentata una proposta legislativa dal titolo che non lascia spazio a interpretazioni: On the Ban of LGBT Marches and Relevant Colorful Items.
Se approvata — e con l’attuale composizione del Parlamento è plausibile che l’iter sia rapido quanto quello ungherese — significherà la fine di ogni manifestazione pubblica, la rimozione dei simboli, la cancellazione visiva e politica delle persone LGBTQIA+ dallo spazio collettivo. A promuoverla è, ancora una volta, il partito al governo, Sogno Georgiano, da anni considerato il più saldo referente del Cremlino nel Caucaso meridionale.
La notizia arriva in un momento cruciale, e non solo per Tbilisi. Nella regione che formalmente guarda a Bruxelles, si consolida invece da tempo un’espansione metodica del soft power russo a tutti i livelli. E in questo disegno, la repressione dei diritti queer sta assumendo il volto di uno strumento sistemico: un modo efficace, reiterato, per rafforzare l’autorità politica, testare la reazione dell’opinione pubblica e serrare il controllo interno. Lo scenario si ripete con una prevedibilità inquietante: un governo conservatore, una retorica sui “valori tradizionali”, una legge che trasforma l’esistenza LGBTQIA+ in minaccia sociale.
In arrivo la legge anti-Pride in Georgia
A presentare formalmente la proposta è stato il presidente del Parlamento, Shalva Papuashvili, lo stesso che a ottobre aveva firmato la legge anti-LGBTQIA+ sulla “protezione dei minori” dopo il rifiuto della presidente Salomé Zourabichvili, che l’aveva definita incostituzionale e incompatibile con i principi europei. Il testo completo del nuovo disegno di legge non è ancora disponibile, ma il titolo, assieme alle dichiarazioni dei promotori, è sufficiente per comprenderne il perimetro: vietare le marce dell’orgoglio e qualsiasi elemento simbolico che possa essere ricondotto alla comunità LGBTQIA+, dalle bandiere arcobaleno alle installazioni artistiche, dalle esibizioni performative ai raduni pubblici. Un divieto che non colpisce solo la libertà di manifestare, ma si spinge a silenziare ogni forma di presenza queer nello spazio condiviso.
Perché quello che sta succedendo in Georgia deve preoccuparci
E la retorica di Georgian Dream trova purtroppo terreno fertile in una parte consistente della popolazione, ancora profondamente legata ai dettami della Chiesa ortodossa e spesso nostalgica della vicinanza con Mosca, percepita come baluardo di ordine morale e identitario. A incarnare questa adesione ideologica sono soprattutto i gruppi ultraconservatori e di estrema destra che negli ultimi anni hanno sistematicamente preso di mira i Pride. Memorabili, in tal senso, le immagini del 2021, quando una folla violenta assaltò gli uffici del Tbilisi Pride e picchiò decine di giornalisti — tra cui il cameraman Lekso Lashkarava, morto pochi giorni dopo l’aggressione. O ancora, l’estate del 2023, quando migliaia di manifestanti omofobi ruppero i cordoni di sicurezza, devastarono le strutture del Pride Festival presso il lago Lisi e bruciarono pubblicamente le bandiere arcobaleno.
Episodi che si sono ripetuti con tale frequenza da costringere gli organizzatori a vivere ogni edizione come una scommessa sulla propria incolumità fisica. Ad oggi, infatti, Tbilisi Pride non ha ancora annunciato una data ufficiale per l’edizione 2025, segnale evidente di quanto lo spazio di agibilità per la comunità LGBTQIA+ si sia ulteriormente ristretto, sotto la pressione di una violenza che, più che tollerata, appare sistemicamente integrata nel disegno politico egemone.
Per giustificare l’iniziativa, Papuashvili ha infatti parlato di “valori cristiani, georgiani ed europei secolari”. Una formula curiosa, soprattutto se si considera che il Consiglio d’Europa e la Commissione Europea hanno già espresso in più occasioni preoccupazione crescente per l’erosione dello stato di diritto e dei diritti civili in Georgia. Ma è proprio nella manipolazione del concetto di “valore” che si nasconde la strategia: svuotare le categorie democratiche, vestirle di tradizione, e usarle per legittimare l’oppressione. Nulla di nuovo.
Nel 2024, la Georgia ha infatti già approvato – sul modello russo e ungherese – una legge sulla “propaganda LGBTQIA+” che vieta matrimoni egualitari, adozioni da parte di coppie omosessuali, transizioni di genere, manifestazioni pubbliche, e persino la diffusione di contenuti che “promuovano” l’identità queer. Poche settimane prima era stata varata la legge sugli “agenti stranieri”, modellata su quella russa, che impone a media indipendenti e ONG di registrarsi come soggetti al servizio di interessi esterni se ricevono finanziamenti internazionali.
Le conseguenze dell’omofobia istituzionale non si sono fatte attendere, e le aggressioni omofobe sono immediatamente esplose. L’episodio più emblematico è stato l’omicidio della modella transgender Kesaria Abramidze, aggredita a Tbilisi nel settembre 2024. Un femminicidio che ha provocato indignazione internazionale ma nessuna risposta concreta da parte del governo. Nessuna condanna ufficiale, né assunzione di responsabilità.
Georgia, l’ultimo tassello nella strategia russa di indebolimento dell’UE
Ciò che sta accadendo in Georgia è però tristemente parte di una rete coerente di strategie politiche che si stanno ramificando nei paesi ex satelliti sovietici. Ungheria, Serbia, Bulgaria, Georgia: tutte attraversate da una stessa retorica, da un simile impianto legislativo, da una comune tendenza alla concentrazione del potere e alla costruzione del nemico interno. In tutte, la Russia è presente. A volte in modo esplicito, a volte solo come modello culturale. In tutte, l’identità queer è il primo bersaglio.
Il progetto è tanto ideologico quanto geopolitico: riassorbire l’Europa orientale nella sfera di influenza russa, non più con i carri armati, ma con la religione, la famiglia, la moralità pubblica come vettori di egemonia. In questo, la guerra contro la comunità LGBTQIA+ è al contempo distrazione ed asse strategico. Una società che accetta la repressione dei suoi soggetti più fragili è una società che può tollerare qualsiasi altra forma di controllo.
La presidente Zourabichvili continua intanto a denunciare la deriva autoritaria, ma è priva di potere esecutivo. Le organizzazioni internazionali — dalle Nazioni Unite all’Unione Europea — rilasciano dichiarazioni, minacciano di sospendere i negoziati di adesione, ma nessuno sembra disposto a compiere quel passo in più. Intanto, la Georgia si allontana sempre più da Bruxelles e si avvicina a Mosca. Non con una marcia militare, ma con un lento, calcolato svuotamento dei diritti.
Ma il controllo non è mai assoluto. E in Georgia, come in Serbia, le piazze non sono silenziose. Negli ultimi mesi, migliaia di persone hanno manifestato contro il governo, contro le leggi repressive, contro l’ingerenza russa. Giovani, attivisti, giornalisti, artisti, comunità LGBTQIA+ che non intendono sparire né arretrare. Le proteste sono state represse, ma non fermate. Scrive su Instagram il Tblisi Pride, in occasione delle proteste di mercoledì : “Il 9 aprile 1989 è stato uno dei giorni più duri e tragici nella storia della Georgia. Quel giorno, ancora una volta, la lotta per liberarsi dalla Russia è costata vite umane. Un grazie a chi, 36 anni fa, era su viale Rustaveli per difendere l’indipendenza e la libertà della Georgia. E un grazie anche a chi, 36 anni dopo, è di nuovo lì, sullo stesso viale, di notte, con lo stesso spirito e la stessa determinazione“.
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