Hollywood piange Robert Redford, autentica leggenda del cinema che ci ha oggi lasciato all’età di 89 anni. Artista straordinario nonché attivista per l’ambiente, Robert Redford si è più volte reinventato, diventando col tempo uno dei pilastri progressisti e indipendenti della cinematografia statunitense.
Una carriera leggendaria
Esploso a fine anni ’60, Redford è in poco tempo diventato l’attore più quotato, desiderato e applaudito di Hollywood. Da A piedi nudi nel parco a La Mia Africa, passando per Butch Cassidy, Lo Spavaldo, Come Eravamo, Corvo rosso non avrai il mio scalpo!, La Stangata, Il grande Gatsby, I tre giorni del Condor e Tutti gli uomini del presidente. Per vincere il suo primo Oscar è dovuto passare dietro la macchina da presa, con Gente Comune in trionfo nel 1981, per poi bissare nel 2001 con l’Oscar alla carriera. Nel mezzo l’indiscutibile capacità di spaziare tra i generi, con quel volto che ha fatto innamorare milioni di donne e uomini per decenni.
Nel 2013 Robert Redford espresse il proprio sostegno all’uguaglianza matrimoniale durante la cena annuale degli Equality Utah’s Annual Allies. “Sono qui per la stessa vostra ragione: parità di diritti per tutti. Come voi, credo che non ci sia posto nel nostro mondo per la discriminazione. Nessuno. Penso che sia antiamericano”. “Se cambiamo le leggi discriminatorie nello Utah, stabiliremo un punto di riferimento per tutti gli altri stati“.
La nascita del Sundance Film Festival, culla della cinematografica queer
Nel 1981, insieme all’amico Sydney Pollack, Redford fonda il Sundance Institute, nello Utah, con annesso Sundance Film Festival, ovvero il più importante festival cinematografico dedicato al cinema indipendenteche d’America, riuscito a lanciare registi come Quentin Tarantino, Kevin Smith, Robert Rodriguez, Jim Jarmusch, Darren Aronofsky, Christopher Nolan e James Wan.
In poco più di 40 anni il Sundance ha scritto pagine indelebili nel dare voce e spazio a storie LGBTQIA+, con oltre 400 film a tematica queer presentati.
Tra questi degli autentici cult come Paris Is Burning di Jennie Livingston, Poison di Todd Haynes, Che mi dici di Willy? di Norman René, Caravaggio ed Edoardo II di Derek Jarman, Orlando di Sally Potter, Bound delle sorelle Wachowski, Paragraph 175 di Jeffrey Friedman e Rob Epstein, Hedwig and the Angry Inch di John Cameron Mitchell, Y Tu Mamá También di Alfonso Cuarón, Mysterious Skin di Gregg Araki, La diseducazione di Cameron Post di Desiree Akhavan, Pariah di Dee Dee Rees, Young Soul Rebels di Isaac Julien, Io sono l’Amore e Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, Tangerine di Sean Baker, God’s Own Country di Francis Lee e il più recente Twinless di James Sweeney, in trionfo a gennaio 2025.
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Ma sin dagli esordi il Sundance di Redford ha guardato alla cinematografia queer. È il 1985 e in cartellone c’è The Times of Harvey Milk, documentario di Rob Epstein, a voler quasi marchiare da subito la propria missione cinematografica. Nel 1992 venne organizzato un panel dal titolo “Barbed-Wire Kisses“, che riunì registi che diedero poi forma al movimento del cosiddetto “New Queer Cinema”. Si trovarono sul palco Tom Kalin, Lisa Kennedy, Todd Haynes, Sadie Benning, B. Ruby Rich, Simon Hunt, Stephen Cummins, Isaac Julien e Derek Jarman.
Con il tempo l’inclusione si è fatta ancora più ampia, perché se inizialmente la programmazione era spesso incentrata su uomini bianchi gay, l’offerta queer del Sundance Film Festival è fortunatamente cresciuta, presentando storie diverse, con spaccati di vita diversi che sapessero abbracciare l’intera nostra comunità.
Tutto questo è stato possibile grazie proprio a Robert Redford, padre di 4 figli e due volte sposo, nel 2017 Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. “Quando hai successo hai due possibilità: continuare a lavorare per mantenere quel successo oppure dare opportunità ad altri, e io ho scelto questa seconda strada facendo il produttore e creando il Sundance Film Festival come occasione di indipendenza”, disse con orgoglio al cospetto della sua magnifica creatura, vetrina necessaria che ha dato voce e spazio ad una comunità fino a quel momento semplicemente esclusa da qualsivoglia forma di rappresentazione.

