In Ungheria la scena è sempre la stessa: Orbán che stringe la morsa, la Costituzione piegata per diventare manganello, la polizia che vieta, cancella, reprime. A Pécs il Pride del 4 ottobre non si farà?
La polizia municipale ha vietato la parata, richiamandosi alla 15ª modifica della Costituzione che consente di proibire eventi considerati “lesivi della protezione dei minori”. Una formula vaga che, nella pratica, criminalizza la visibilità LGBTIAQ+ e trasforma la semplice partecipazione a un Pride in un illecito amministrativo. Come già accaduto a Budapest, dove Orbán – in forte crisi di consensi – ha ricevuto una lezione dai suoi stessi concittadini e da attivisti e parlamentari di mezza Europa. Le sanzioni previste a Pécs arrivano fino a 500 euro (come nella capitale, dove successivamente non furono applicate), mentre la legge autorizza anche l’uso di strumenti di sorveglianza come il riconoscimento biometrico facciale. Di nuovo, come a Budapest.
Gli organizzatori non intendono arretrare. Hanno già presentato ricorso alla Corte Suprema ungherese, con il supporto legale di Amnesty International Ungheria, Háttér Társaság e il Comitato Helsinki, e si dicono pronti a portare il caso fino alla Corte europea dei diritti umani. Nel podcast del Budapest Pride (disponibile qui) Zoltán Lakner politologo e Andrea Szabó sociologo sottolineano l’importanza che va assumendo il Pride di Pécs non solo come difesa dei diritti LGBTIAQ+ e delle democrazie liberali europee, ma anche sul fronte della politica interna, dove ormai il crollo di consensi di Fidesz, partito di Orba, è dato per certo alle prossime elezioni dell’aprile 2026.
Per i partecipanti sono stati diffusi online materiali informativi con i rischi legali e le regole da seguire, affinché la marcia si svolga pacificamente e in sicurezza.

Il divieto del Pécs Pride è l’ennesima torsione autoritaria che calpesta i Trattati UE. Parliamo di violazione diretta della Carta dei diritti fondamentali: l’art. 11 tutela la libertà di espressione, l’art. 12 la libertà di riunione e associazione. Lo stesso art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE, Amsterdam 1997, Nizza 2001, Lisbona 2009) sancisce che l’Unione si fonda su dignità, uguaglianza, diritti umani. Orbán li cancella con una riga di legge, e Bruxelles resta a guardare. Ma qui la questione è nuda, senza infingimenti: criminalizzare un Pride significa negare la cittadinanza stessa europea. È un (altro) precedente tossico, che corrode lo spazio comune e rende l’Unione complice se tace.
A Milano, domenica 5 ottobre, alle ore 15:00 in Piazza Missori, è previsto un sit-in di solidarietà organizzato da Europa Radicale, che era presente al Budapest Pride: “Non possiamo accettare che in un Paese europeo si neghino i diritti civili – recita l’appello –. Nessuno può cancellare i nostri corpi, le nostre voci, i nostri diritti. L’Europa non è vera Europa se tollera la discriminazione”.
Duro Alessandro Zan, eurodeputato PD: “Il divieto imposto al Pride di Pécs è l’ennesimo atto di bullismo istituzionale di Orbàn. La libertà di manifestare è un diritto fondamentale, non una concessione del regime. Criminalizzare un Pride significa colpire la democrazia”. Secondo Zan, presente al Budapest Pride insieme a molti politici, la Commissione europea è stata pavida a Budapest, ma ora sul nuovo divieto di Pécs “occorre un’azione forte contro le sistematiche violazioni in Ungheria, sanzioni e misure concrete contro Orbàn” e avverte “Se oggi si lascia passare il divieto al Pride di Pécs, domani altri governi useranno lo stesso modello”.
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L’iniziativa invita a portare bandiere, cartelli e soprattutto la propria voce, per ribadire che la libertà non si multa. Una mobilitazione che proverà a mandare un segnale soprattutto all’Unione Europea, troppo spesso incapace di andare oltre la semplice espressione di “preoccupazione”.
Budapest ha già mostrato il copione: divieto ufficiale, neofascisti fantocci e duecentomila in piazza. Una marea che ha travolto le barriere, un Pride diventato la più grande manifestazione anti-Orbán (con la destra italiana penosamente sulla scia). Il sindaco di Budapest Gergely Karácsony aveva esteso la protezione municipale al Pride, finendo sotto inchiesta. Segnale di quanto il potere stia cercando di criminalizzare non solo la comunità LGBTQ+, ma chiunque scelga di sostenerla. Una propaganda appresa dalla Russia di Putin e davanti alla quale risuona oggi assordante, dopo le ambiguità su Budapest, il silenzio di Von der Leyen e delle istituzioni europee. Quattro anni fa la commissione europea inviava i suoi auguri proprio al Pécs Pride.
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