La comica statunitense Jessica Kirson, icona della stand-up comedy e figura di spicco della comunità LGBTQ+, ha espresso pubblicamente il suo “profondo rammarico” per aver partecipato al Riyadh Comedy Festival, evento internazionale tenutosi in Arabia Saudita dal 26 settembre e ancora in corso fino al 9 ottobre. La sua presenza, insieme a quella di oltre cinquanta comici di fama mondiale, ha suscitato un acceso dibattito per via del coinvolgimento del governo saudita, accusato da anni di violazioni sistematiche dei diritti umani e, in particolare, di repressione nei confronti delle persone queer.

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La partecipazione di Jessica Kirson in Arabia Saudita divide
L’Arabia Saudita ha presentato il Riyadh Comedy Festival come “il più grande festival di stand-up comedy al mondo”, una vetrina di nomi altisonanti come Dave Chappelle, Bill Burr, Louis C.K., Kevin Hart, Pete Davidson, Whitney Cummings, Aziz Ansari, Jim Jefferies, Jo Koy e molti altri. Tuttavia, dietro l’apparente apertura culturale, l’evento ha subito forti critiche per la natura del suo patrocinio.
Comici come Marc Maron, David Cross e Atsuko Okatsuka hanno preso posizione contro la manifestazione. Cross ha ricordato che il governo saudita “continua a reprimere le donne, la comunità LGBTQ+ e i giornalisti”, mentre Okatsuka ha rifiutato di partecipare, pubblicando il contratto che imponeva agli artisti di non “degradare, diffamare o ridicolizzare” il Regno, la famiglia reale o la religione.
In un contesto simile, la presenza di Jessica Kirson – dichiaratamente lesbica e attiva da anni nei circuiti LGBTQ+ – ha colpito e deluso molti suoi fan, che hanno espresso il loro disappunto sui social. “Hai davvero venduto la tua integrità… sono molto deluso”, si legge su Instagram. Un altro utente ha aggiunto: “Aspetto ancora una spiegazione per la tua pessima decisione di accettare soldi da un regime terribile… pensi davvero che tutto passerà sotto silenzio?”. La spiegazione della comica, in realtà, non è tardata ad arrivare.
“Speravo di dare visibilità alle persone LGBTQ+ in Arabia Saudita”
In una dichiarazione rilasciata in esclusiva a The Hollywood Reporter e poi diffusa sui suoi canali, Jessica Kirson ha spiegato le motivazioni che l’hanno spinta ad accettare l’invito, pur riconoscendo di aver commesso un errore. “Sono rimasta sorpresa quando mi hanno chiesto di esibirmi al Riyadh Comedy Festival”, ha raccontato. “Ho chiesto la garanzia che mi fosse permesso essere apertamente lesbica sul palco e portare materiale gay, come faccio sempre nei miei spettacoli”.
Kirson ha ammesso di aver sperato che la sua presenza potesse avere un impatto positivo sulla comunità locale: “Speravo che questo potesse aiutare le persone LGBTQ+ in Arabia Saudita a sentirsi viste e valorizzate. Sono grata di aver potuto farlo: per quanto ne so, sono la prima comica apertamente gay a parlarne sul palco in Arabia Saudita. Ho ricevuto messaggi da spettatori che mi hanno scritto quanto fosse importante per loro partecipare a un evento che affermava l’identità gay”.
Ma dietro la soddisfazione per aver potuto esprimersi liberamente, la comica non nasconde un profondo disagio per averlo fatto sotto l’egida di un governo che nega la libertà alle persone come lei. “Allo stesso tempo, mi rammarico profondamente di aver partecipato sotto il patrocinio del governo saudita”, ha scritto.
Le scuse ai fan: “Vi vedo, vi ascolto, la vostra voce conta”
Nella sua lunga dichiarazione, Jessica Kirson ha voluto rivolgersi direttamente al suo pubblico, consapevole del legame profondo che ha sempre mantenuto con la comunità queer. “Ho un rapporto speciale con i miei fan per la natura vulnerabile della mia comicità e per la fiducia che ripongono in me come parte della comunità queer. Ai miei fan voglio dire: vi vedo, vi ascolto, la vostra voce per me conta. Vi amo tutti e sono sinceramente dispiaciuta per aver preso una decisione sbagliata, le cui conseguenze non avevo pienamente considerato”.
Kirson ha poi annunciato che donerà l’intero compenso ricevuto per la partecipazione al festival a un’organizzazione per i diritti umani, senza però specificarne il nome. “Ho donato l’intero compenso ricevuto a un’organizzazione per i diritti umani, affinché possa contribuire a combattere questi gravi problemi. Ho preso questa decisione perché voglio che quei soldi vadano a un ente che si batte davvero per la libertà e la giustizia”.
Le reazioni del mondo della comicità
Se da un lato le scuse di Kirson hanno raccolto consensi e comprensione, dall’altro molti colleghi continuano a difendere la loro partecipazione al festival. Il comico Bill Burr, per esempio, ha definito l’esperienza “una delle più belle della mia carriera”. Durante il suo podcast ha raccontato: “I reali hanno amato lo spettacolo. Tutti erano felici. Gli organizzatori erano entusiasti. Gli spettatori volevano davvero vedere della vera stand-up comedy. È stata un’esperienza incredibile, tra le tre migliori della mia carriera. Penso che porterà a molti sviluppi positivi”.
Una posizione che contrasta apertamente con quella di chi, come David Cross, ritiene invece che partecipare a un evento del genere significhi legittimare un regime che nega diritti fondamentali a donne e persone queer.
Un passo falso o un atto di coraggio?
Il dibattito attorno a Jessica Kirson resta complesso. Da un lato, la comica ha compiuto qualcosa di inedito: parlare apertamente di omosessualità in Arabia Saudita, un Paese dove essere gay può significare la prigione, la tortura o persino la pena di morte. Dall’altro, la sua scelta di accettare un ingaggio in un evento sostenuto dal governo saudita viene vista da molti come una forma di normalizzazione di un regime repressivo.
La stessa Kirson ha riconosciuto la contraddizione di fondo nella sua decisione. “Mi assumo la piena responsabilità delle mie azioni e mi impegnerò a rimediare, affinché le mie parole e le mie scelte riflettano il rispetto e la cura che meritate”, ha dichiarato. “Spero che questo momento possa stimolare un dialogo su come usare le nostre piattaforme per il bene, per sostenere chi non ha voce e per superare le divisioni”.
Jessica Kirson, che conta quasi un milione di follower su Instagram, è sempre stata considerata una voce autentica e vicina alla comunità queer. La sua comicità, spesso ironica e autoironica, nasce proprio dall’esperienza personale di essere una donna lesbica in un mondo che per troppo tempo l’ha ridicolizzata o marginalizzata.
Il suo “errore”, come lo definisce lei stessa, non cancella il suo impegno, ma apre una discussione più ampia sul ruolo degli artisti LGBTQ+ nei contesti repressivi. Può la visibilità queer esistere senza diventare complicità con il potere? È possibile portare un messaggio di libertà in un Paese che punisce chi ama in modo diverso?
Kirson non ha ancora risposte definitive, ma la sua presa di posizione segna un momento importante di autocritica e consapevolezza. “Non potevo restare in silenzio”, ha scritto. “Voglio che le mie scelte future riflettano la persona che sono e i valori in cui credo”.
Con le sue scuse pubbliche e la decisione di devolvere il compenso, Jessica Kirson ha trasformato un passo falso in un’occasione di dialogo, ribadendo ancora una volta il potere – e la responsabilità – della visibilità queer anche nei luoghi più difficili.
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