Era solo il 2019 quando Giorgia Meloni, dall’opposizione, tuonava contro Arabia Saudita e Qatar, dipinti come simboli del terrorismo islamico e roccaforti dell’oppressione. Accuse nette, implacabili: quei regimi erano, a suo dire, l’incarnazione del fondamentalismo religioso che viene dalla Sharia, della subordinazione femminile e dell’intolleranza verso i diritti civili. Una retorica che allora sembrava scolpita nella pietra.
Eppure, anche il tempo sa essere un grande scultore. A distanza di pochi anni, quella fermezza ideologica si è sciolta nel sole di Al-Ula, tra sorrisi calorosi e strette di mano con Mohammed bin Salman, il volto di un sistema che Meloni stessa aveva etichettato come “fondamentalista”.
Il viaggio saudita della premier non è stato solo un incontro diplomatico, ma un sontuoso banchetto di affari: miliardi di euro per energia, difesa, infrastrutture, turismo e sport. L’Italia, oggi, diventa dunque partner d’onore nel “nuovo Rinascimento” saudita, un’operazione di rebranding che promette parchi futuristici, Coppe del Mondo e modernità scintillante.
Il mio punto stampa da Al-Ula. Collegatevi. pic.twitter.com/6gTQvK9T2y
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) January 27, 2025
Ma mentre si stappano bottiglie e si celebrano accordi, rimane immutata la natura del regno saudita. Le prigioni restano sovraffollate, i diritti civili inesistenti, le donne incatenate a una vita di subordinazione, la comunità LGBTQIA+ perseguitata e cancellata. Niente è cambiato, se non il tono delle dichiarazioni: quelle che un tempo erano accuse feroci si sono trasformate in cortesi formalità. Proprio com’era successo con il Piano Mattei in Africa.
Meloni e bin Salman, dunque, fianco a fianco. Uno scatto che vale più di mille parole, perché racchiude l’essenza di un’italietta che corre per rimanere in qualche modo rilevante a livello internazionale, anche se questo significa mettere convenientemente da part i diritti umani – che, diciamocelo, non sono mai stati una priorità di questo esecutivo. Qui però si parla di coerenza. Una moneta debole nel portafoglio di Giorgia Meloni, quando sul tavolo ci sono miliardi.
La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Arabia Saudita
Per comprendere la portata del compromesso italiano, è però necessario fare un passo indietro e guardare da vicino l’architettura del potere saudita. Non esiste un codice penale scritto nel regno: la legge è la Sharia, interpretata dai giudici attraverso l’ijtihad, il principio che permette decisioni soggettive e spesso arbitrarie.
Così, un atto considerato “sodomia” può essere punito con cento frustate, ma anche con la lapidazione, a seconda di chi emette la sentenza.
Negli anni Ottanta, per consolidare il controllo sociale, il re Khaled conferì nuovo potere al CPVPV, il Comitato per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. Il braccio operativo di una repressione sistematica, che negli ultimi anni ha dedicato particolare attenzione alla lotta contro omosessualità e travestitismo.
Gli episodi che ne derivano sono agghiaccianti: nel 2005, 92 uomini furono arrestati per omosessualità, alcuni condannati al carcere, altri alle frustate. Altri ancora, misteriosamente scomparsi. Nel 2013 si arrivò a proporre un “test per l’omosessualità” per vietare agli stranieri LGBTQIA+ l’ingresso nel Paese. Nel 2019, l’influencer gay Suhail al-Jameel venne arrestato per aver pubblicato una foto in pantaloncini: tre anni di prigione per “nudità”, mentre 5 uomini venivano decapitati perché omosessuali.
La situazione dei diritti trans in Arabia Saudita
Stando all’ultimo report di Human Rights Watch, in Arabia Saudita non esistono leggi che criminalizzino esplicitamente le persone transgender. Non c’è però nulla di più ipocrita di un sistema che punisce ciò che ufficialmente non condanna.
E così, associati all’omosessualità il “travestitismo”, il trucco e l’uso di accessori considerati “non conformi” al sesso assegnato alla nascita diventano motivo sufficiente per arresti, pene detentive, fustigazioni ed esecuzioni. Nel 2017, due donne trans pakistane sarebbero state torturate a morte dalla polizia saudita, “imballati in sacchi e picchiati con bastoni”, secondo alcuni resoconti.
E poi ci sono le persone intersessuali, per le quali non c’è alcuna protezione, né fisica né legale. Neonati con genitali ambigui spesso subiscono interventi chirurgici estetici senza consenso, una violenza istituzionalizzata che mira a cancellare ogni deviazione dalla norma. Per alcuni, però, il destino è ancora più crudele: l’infanticidio, motivato dalla paura della vergogna sociale, è una realtà mai davvero affrontata.
Censura LGBTQIA+ in Arabia Saudita
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La repressione saudita contro identità ed orientamenti non conformi non si limita però solo alla violenza fisica. Si estende al regno delle idee, soffocando ogni forma di dissenso. Reti televisive, blog, social network, persino video amatoriali su YouTube sono sotto costante sorveglianza.
Nel 2022, il governo ha addirittura lanciato una campagna contro i colori dell’arcobaleno: giocattoli, abiti e accessori vennero sequestrati con l’accusa di “promuovere l’omosessualità”. Perfino una scatola di pastelli o un astuccio colorato potevano essere considerati strumenti di corruzione morale.
Nei media sauditi, l’omosessualità è poi trattata esclusivamente come una devianza o una piaga sociale legata all’HIV/AIDS, perpetuando stereotipi tossici. Qualsiasi contenuto che supporti, anche implicitamente, i diritti LGBTQIA+ è proibito, con pene che includono multe, carcere e, per gli stranieri, deportazione. La censura è totale, implacabile, e serve a rafforzare l’immagine di un regno moralmente inflessibile, contrapposto alla “decadenza” dell’Occidente.
Lo stesso Occidente che oggi Giorgia Meloni – al pari di Donald Trump negli Stati Uniti ed Herbert Kickl in Austria – è chiamata a rappresentare. Un blocco che si mostra sempre più incline a stringere accordi anche con quei regimi autoritari che incarnano tutto ciò che, almeno a parole, si dichiara di voler combattere: la repressione dei diritti umani, l’oppressione delle minoranze e la negazione della democrazia.
