Ungheria, l’organizzatore del Pecs Pride rischia un anno di carcere: “Intervenga subito l’UE”

"Se un insegnante di uno Stato membro dell'UE rischia il carcere per aver organizzato un Pride non è solo la democrazia ungherese a essere in gioco, ma la credibilità dell'Unione europea stessa".

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Sono passate tre settimane da Pride di Pecs, in Ungheria, ufficialmente vietato per legge ma riuscito comunque a svolgersi seppur proibito dalla polizia causa diktat di Victor Orban.

5000 persone hanno sfilato tra le strade della città grazie ad un escamotage dei promotori, che hanno registrato la parata come una manifestazione contro la sovrappopolazione dei cinghiali, formalmente denominata “Dimostrazione contro l’eccessiva riproduzione della fauna selvatica che mette in pericolo la sicurezza stradale”. Era già capitato anche a Budapest, con decine di migliaia di persone arrivate da tutta Europa (compresi noi di Gay.it) e gli occhi del mondo sull’Ungheria, con il sindaco indagato dopo aver promosso il Pride cittadino come “evento culturale comunale”.

Poi è arrivata Pecs, città a 40 km dal confine croato. La polizia ha vietato il Pride e la corte suprema ungherese, la Kúria, ha confermato il divieto. Consapevole dei rischi, l’organizzatore ha comunque proceduto con l’evento, che è diventato il Pride più partecipato di sempre per Pecs. La polizia non ha disperso la folla e la marcia si è svolta pacificamente.

Due settimane dopo l’organizzatore Géza Buzás-Hábel è stato convocato per un interrogatorio davanti alla polizia, come sospettato di aver organizzato un raduno proibito, reato punibile fino a un anno di carcere. Si tratta del primo caso noto nell’Unione Europea in cui un difensore dei diritti umani viene perseguito penalmente per aver organizzato un Pride. Fino ad oggi casi simili erano stati riscontrati solo in Russia e Turchia.

Chi è l’organizzatore del Pecs Pride?

Ungheria, l'organizzatore del Pecs Pride rischia un anno di carcere: "Intervenga subito l'UE" - Geza Buzas Habel - Gay.it

Géza Buzás-Hábel è un insegnante nonché difensore dei diritti umani di Pécs, la quinta città più grande dell’Ungheria. È gay, rom e profondamente radicato nella sua comunità. Ha studiato Romologia e Linguistica Applicata presso l’Università di Pécs e ha lavorato per anni insegnando lingua rom e cultura rom nella prima scuola superiore di nazionalità rom d’Europa. Come direttore e co-fondatore del Diverse Youth Network, Géza è lo storico organizzatore del Pécs Pride, l’unico Pride ungherese al di fuori di Budapest.

Nel corso degli anni Buzás-Hábel ha costruito un rapporto di fiducia a livello locale, ha mantenuto costruttivi rapporti con le istituzioni pubbliche e ha garantito che l’evento rimanesse inclusivo e pacifico. Quest’anno il Pécs Pride ha ricevuto supporto legale da quattro organizzazioni ungheresi per i diritti umani: Amnesty International Ungheria, Háttér Society, l’Unione Ungherese per le Libertà Civili e il Comitato Ungherese di Helsinki. Géza ha scelto consapevolmente di non organizzare la marcia come un evento comunale (a differenza di Budapest) perché “il futuro della comunità non può dipendere dall’atteggiamento di un particolare politico“. Il Pécs Pride 2025 è stato un Pride pacifico e di successo, dove migliaia di persone hanno marciato come cittadini dell’UE, esercitando i propri diritti alla libertà di riunione e di espressione.

Adesso, a fine ottobre 2025, Géza Buzás-Hábel è sospettato in un’indagine penale per aver fornito i mezzi per protestare pacificamente. Durante l’interrogatorio ha dichiarato: “Ho effettivamente organizzato il Pécs Pride del 2025 e ho invitato il pubblico a partecipare. Tuttavia, non sono colpevole. Organizzando il Pride e invitando alla partecipazione, ho esercitato il mio diritto fondamentale alla libertà di riunione pacifica e di espressione garantito dal diritto europeo e internazionale“.

La denuncia pubblica di Amnesty International

Ungheria vieta pride Viktor Orban Fidesz
 

Il procedimento penale contro Géza Buzás-Hábel non è un’anomalia locale. Rappresenta un punto di svolta per l’Unione Europea, sottolinea Amnesty International. Per la prima volta nella storia dell’UE, una persona è accusata di reato per aver organizzato un Pride: un atto protetto dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo (CEDU) e dai valori definiti dall’articolo 2 del TUE.

Questo caso evidenzia un pericoloso cambiamento nella lunga campagna ungherese contro le persone LGBTQI e la società civile. Finora la repressione si era manifestata attraverso divieti amministrativi, campagne diffamatorie o multe per reati minori. Gli emendamenti del 2025 sono andati oltre, trasformando l’esercizio dei diritti fondamentali in potenziali atti criminali. Quella che è iniziata come “protezione dei minori” si è evoluta nella criminalizzazione di riunione ed espressione pacifica, colpendo al cuore i valori europei. Se il diritto penale può essere utilizzato in uno Stato membro dell’UE per punire qualcuno che ha organizzato un Pride, il precedente incoraggerà altri Stati a seguirne l’esempio.

Per quanto tempo la Commissione europea rimarrà in “modalità di valutazione” mentre un insegnante rischia il carcere per aver esercitato i diritti che afferma di proteggere?”, si è polemicamente domandata Amnesty International. “L’8 ottobre 2025 la Commissione ha presentato la sua nuova Strategia per l’uguaglianza LGBTIQ+ 2026-2030, dichiarando che “tutti nell’Unione europea dovrebbero essere al sicuro e liberi di essere se stessi”. Eppure, solo poche settimane dopo, in uno Stato membro dell’UE, un difensore dei diritti umani è accusato di reati penali per aver fatto esattamente questo – e la risposta della Commissione si limita al silenzio procedurale. La credibilità della nuova strategia dell’Unione non sarà misurata dai comunicati stampa, ma da ciò che accadrà a Pécs”. “Se un insegnante in uno Stato membro ell’UE rischia il carcere per aver organizzato una marcia del Pride, non è solo la democrazia ungherese a essere in gioco, ma la credibilità dell’Unione europea stessa”.

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Amnesty chiede ufficialmente che la commissione europea riconosca pubblicamente l’indagine penale contro Géza Buzás-Hábel, ufficializzando la potenziale violazione degli articoli 2 e 6 TUE e degli articoli 11, 12 e 21 della Carta; avvii una procedura di infrazione contro l’Ungheria per aver criminalizzato le riunioni pacifiche LGBTQI e per aver consentito l’uso generalizzato della tecnologia di riconoscimento facciale per identificare ignoti autori di reati minori e chiedere misure provvisorie alla Corte di giustizia; colleghi la Strategia per l’uguaglianza LGBTIQ+ 2026-2030 a concreti strumenti di attuazione e condizioni di bilancio per garantire che sia più di un documento.

Amensty chiede inoltre che gli Stati membri dell’UE sollevino la questione collettivamente e bilateralmente con le autorità ungheresi, ribadendo come la criminalizzazione degli organizzatori del Pride non debba avere posto nell’UE; sostengano dichiarazioni pubbliche congiunte a difesa della libertà di riunione e dei difensori dei diritti umani a rischio; esplorarino modi per assistere in modo significativo i difensori dei diritti umani a rischio all’interno dell’Unione Europea.

Le reazioni politiche dall’Italia

Ungheria Legge anti lgbt udienza Unione Europea Orban Meloni
 

Nel frattempo Europa Radicale e l’Associazione Radicale Certi Diritti hanno chiesto l’apertura di una procedura d’infrazione ai sensi dell’art. 258 TFUE.

Quando siamo stati a Budapest abbiamo visto una mobilitazione civile senza precedenti, una marea di cittadini e cittadine che difendevano i valori fondanti dell’Unione Europea: libertà, dignità, uguaglianza. Oggi quella stessa libertà è nuovamente minacciata. La polizia ungherese ha avviato un procedimento penale contro Géza Buzás-Hábel, principale organizzatore del Pécs Pride, convocandolo per un interrogatorio il 28 ottobre. Si tratta di un atto gravissimo, che rappresenta un’ulteriore escalation nella restrizione del diritto di riunione pacifica e un attacco diretto alla comunità LGBTIQ+ e alle libertà fondamentali“, hanno dichiarato Nicola Bertoglio e Claudio Uberti di Certi Diritti.

La libertà individuale è inviolabile. Colpire chi organizza un Pride significa colpire l’essenza stessa dell’Europa: il diritto di essere se stessi, di manifestare pacificamente, di amare liberamente. Non possiamo restare in silenzio di fronte a questa deriva autoritaria. Ci appelliamo al Parlamento Europeo e alla Commissione Europea, e a tutte le forze democratiche europee affinché si uniscano in una azione immediata di pressione politica e giuridica per difendere lo Stato di diritto e i diritti LGBTIQ+ in Ungheria. L’Europa non può permettersi di tollerare che un suo Stato membro perseguiti chi difende la libertà. O si reagisce ora, o si accetta che la libertà in Europa diventi un privilegio e non un diritto universale“, hanno aggiunto Chiara Squarcione e Federica Valcauda di Europa Radicale.

Sull’argomento è intervenuto anche Alessandro Zan, europarlamentare Pd e vicepresidente della Commissione Libe del Parlamento europeo: “L’insegnante e attivista Géza Buzás-Hábel è stato messo sotto inchiesta in Ungheria per aver organizzato il Pride di Pécs e rischia fino a un anno di carcere. Finora casi così si vedevano solo in Russia o in Turchia: oggi, grazie alle leggi liberticide di Orbàn, accadono dentro i confini dell’Unione europea. Non è accettabile che un cittadino venga perseguito per aver promosso una manifestazione pacifica. L’Unione europea intervenga subito: sia attivato subito l’articolo 7 del Trattato nei confronti dell’Ungheria per dimostrare che i valori fondanti dell’Unione – libertà, uguaglianza, diritti umani – non sono parole vuote. Non possiamo permettere che i diritti diventino un privilegio geografico: l’Europa deve difenderli ovunque”.

Solo pochi giorni fa Victor Orban è stato per l’ennesima volta ospite del governo italiano, a Palazzo Chigi, tra sorrisi e strette di mano con la premier Meloni, il vicepremier Salvini e attacchi frontali all’Unione Europea.

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