Negli ultimi mesi è tornata a circolare con insistenza una narrazione a tratti allarmistica che mette in relazione l’aumento delle donne che si definiscono bisessuali con un presunto declino dell’identità lesbica. Un’idea che ha trovato nuovo slancio dopo la pubblicazione di uno studio internazionale sulle identità sessuali delle donne, in particolare tra le più giovani, appartenenti alla Gen Z. Ma cosa raccontano davvero i dati? E perché parlare di “estinzione” delle lesbiche non solo è scorretto, ma profondamente fuorviante?

In questo articolo
- 1 Donne Gen Z e identità bisessuale: lo studio
- 2 Gen Z: più bisessuali, ma non “meno lesbiche”
- 3 L’effetto dell’età sulle etichette identitarie
- 4 Tecnologia e identità: le app cambiano il modo di raccontarsi
- 5 Geografia e sicurezza: non tutte le identità possono essere dette ovunque
- 6 La narrativa tossica: dati usati contro le persone LGBTQIA+
Donne Gen Z e identità bisessuale: lo studio
Un’analisi approfondita condotta da ricercatori della University of Manchester offre uno sguardo molto più complesso, sfumato e interessante sulle modalità con cui le donne – soprattutto della Generazione Z – descrivono oggi la propria sessualità.
La ricerca ha analizzato i dati di 913.253 utenti dell’app di incontri Zoe, provenienti da 122 Paesi, raccolti tra gennaio 2023 e maggio 2025. L’obiettivo era esaminare come le donne si auto-identificano dal punto di vista dell’orientamento sessuale, tenendo conto di età e area geografica.
I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Demographic Research, indicano che, sull’intero campione analizzato, le identità più frequentemente dichiarate sono quella lesbica (48,3%) e quella bisessuale (39,8%), seguite da pansessuale (6,6%), queer (3,4%), gay (1,2%) e asessuale (0,7%). Un elemento centrale, spesso trascurato, è che l’identità lesbica risulta ancora la più diffusa in termini assoluti e mantiene una presenza significativa in tutte le fasce d’età.
Gen Z: più bisessuali, ma non “meno lesbiche”
Tra le donne nate tra il 1997 e il 2006, appartenenti alla cosiddetta Gen Z, emerge una differenza nel modo di descrivere la propria identità sessuale. In questa fascia d’età, il 45% si definisce bisessuale, il 42,2% lesbica, il 7,3% pansessuale e il 3,4% queer. La bisessualità risulta quindi l’etichetta più utilizzata, ma con uno scarto contenuto rispetto a quella lesbica: un dato che non indica una sostituzione, quanto piuttosto una maggiore articolazione del linguaggio identitario.
Come spiega l’autore principale dello studio, Francesco Rampazzo, direttamente sul sito della University of Manchester: “Le generazioni più giovani ci mostrano che la sessualità non è una categoria fissa: è uno spettro”.
Ed ha aggiunto: “In tutto il mondo, sempre più giovani si sentono a loro agio nel descrivere le proprie identità in modi diversi e fluidi”.
L’effetto dell’età sulle etichette identitarie
Un altro elemento rilevante riguarda il rapporto tra età e auto-identificazione. I dati mostrano che l’uso dell’etichetta lesbica tende ad aumentare con l’età: la utilizza il 65% delle donne over 50, il 42,2% nella fascia 20–29 anni e il 46% tra le 17–19enni. Al contrario, solo il 25% delle utenti sopra i 50 anni si definisce bisessuale, la quota più bassa registrata tra tutte le fasce d’età.
Nel complesso, questi numeri indicano che le etichette identitarie non sono statiche, ma possono modificarsi nel tempo in relazione alle esperienze personali, ai contesti sociali e alla maggiore disponibilità di linguaggi inclusivi, rendendo fuorviante parlare di una loro presunta “scomparsa”.
Tecnologia e identità: le app cambiano il modo di raccontarsi
Secondo Rampazzo, il ruolo della tecnologia è centrale: “La tecnologia non sta solo trasformando il modo in cui le persone si incontrano: sta rimodellando il modo in cui comprendiamo noi stessə e gli altri”.
Le app di dating non sono semplici strumenti di incontro, ma spazi di auto-narrazione, dove le persone sono invitate a scegliere parole che le rappresentino. Per molte donne giovani, termini come “bisessuale”, “pansessuale” o “queer” offrono maggiore flessibilità rispetto a un’identità percepita come più delimitata.
Geografia e sicurezza: non tutte le identità possono essere dette ovunque
Lo studio evidenzia anche forti differenze geografiche. In Europa, Nord America e Oceania, le utenti utilizzano una gamma più ampia di definizioni. In Africa e Asia, invece, le identità dichiarate risultano più omogenee.
Come sottolinea la coautrice Canton Winer, altro autore dello studio: “Dove le persone si sentono al sicuro, è più probabile che esprimano chi sono davvero”.
Nei contesti in cui le identità LGBTQIA+ sono stigmatizzate o criminalizzate, anche il linguaggio diventa una questione di sopravvivenza. La visibilità, dunque, non è solo una scelta individuale, ma una possibilità politica e sociale.
La narrativa tossica: dati usati contro le persone LGBTQIA+
Nonostante la chiarezza dei risultati, alcuni media hanno scelto una lettura ideologica. Il Daily Mail, ad esempio, ha titolato sostenendo che le lesbiche starebbero “scomparendo”.
Un’affermazione smentita dagli stessi numeri analizzati. Questa narrativa è spesso alimentata da ambienti ostili alle persone transgender e alle identità fluide, che vedono nella complessità un pericolo anziché una ricchezza.
I dati emersi, in realtà, non raccontano una crisi dell’identità lesbica, ma un ampliamento delle possibilità di nominarsi. Le donne non sono “meno lesbiche”: sono semplicemente più libere di scegliere le parole che sentono più vicine alla propria esperienza.
E forse, il vero problema non è che le etichette cambiano, ma che qualcuno continui ad averne paura.

