Più di un quarto delle giovani donne catalane nate tra il 1997 e il 2012 si identifica come “non eterosessuale”. A rivelarlo è uno studio congiunto dell’Università Pompeu Fabra e dell’Università di Toronto, pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Sexuality & Culture, che fotografa con chiarezza un fenomeno in crescita: le ragazze della Generazione Z stanno ridefinendo il concetto stesso di sessualità per renderlo più fluido, più aperto, più consapevole.
Non si tratta più di un dato da sociologi, ma di una realtà che abita ormai lo spazio pubblico con la stessa naturalezza con cui queste giovani donne si prendono per mano, si baciano nei parchi, si raccontano online con parole nuove, più ampie, più porose.
Eppure, se da una parte cresce il numero di adolescenti e giovani adulte che si allontanano dall’eterosessualità come norma obbligatoria, il mondo attorno sembra muoversi in direzione opposta. L’identità sessuale, da affermazione intima, si fa campo di battaglia ideologico. Le narrazioni dominanti, che per decenni avevano almeno formalmente ceduto il passo al diritto all’autodeterminazione, si stanno ricompattando attorno a una nuova e più insidiosa forma di reazione.
E, come sempre, il punto di partenza è il corpo delle donne. Il controllo passa da lì, prima che altrove: dalla possibilità di definirsi, di desiderare, di essere soggetto e non oggetto dello sguardo, delle leggi, della società. È nel corpo femminile che si giocano le prime partite della sessualità queer, ed è contro il corpo femminile che si schierano – in modo più o meno esplicito – le politiche che oggi cercano di ridisegnare i confini dell’accettabilità.
Una Generazione Z meno etero, più fluida (e molto più politica)
Secondo i ricercatori Maria Rodó-Zárate e Joel Cantó Roche, il dato catalano non è un’eccezione. È un segnale tra tanti, riflesso locale di una trasformazione globale. L’attrazione tra ragazze che un tempo si sussurrava nei bagni delle scuole o si lasciava intuire in qualche like, oggi si dichiara con la naturalezza di chi sa di non avere più nulla da nascondere.
In Francia, secondo una ricerca dell’Institut National d’Études Démographiques pubblicata nel 2023, il 19% delle donne tra i 18 e i 29 anni non si riconosce nell’eterosessualità. Nel Regno Unito, l’8% dei giovani tra i 16 e i 24 anni si identifica come LGB. Più che raddoppiati in 6 anni. Nei Paesi Bassi, un rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) diffuso nell’ottobre 2024 stima che circa il 18% della popolazione si identifichi come LGBTQIA+, e tra questi l’11% si riconosce nello spettro bi+. Negli Stati Uniti i dati raccolti da Gallup nel 2024 parlano chiaro: il 31% delle donne Gen Z si identifica come LGBTQ+ rispetto al 12 percento degli uomini. In Italia, pur in un contesto più restio alla raccolta sistematica di dati su orientamento e identità, una ricerca pubblicata su ResearchGate mostra che circa l’11% delle studentesse universitarie dichiara di provare attrazione anche per persone dello stesso sesso.
È un pattern che si ripete. Le ragazze si dichiarano più facilmente queer, più spesso bi, più disposte ad attraversare i confini imposti dalla norma. Ma non è solo una questione di coraggio individuale. È anche, forse soprattutto, una questione strutturale.
La Generazione Z è la più istruita di sempre, la più connessa, la più politicamente alfabetizzata. Cresciute in un mondo in cui il femminismo ha aperto varchi di consapevolezza e parole nuove, molte giovani donne si muovono oggi con maggiore familiarità dentro territori che un tempo erano considerati marginali: l’intersezionalità, la fluidità, il rifiuto delle etichette. Lì dove le generazioni precedenti dovevano combattere per rivendicare l’esistenza stessa del desiderio non etero, oggi c’è chi parte da quel riconoscimento per rimettere in discussione tutta la grammatica del desiderare.
Non è solo una questione di chi si ama. Ma di come ci si racconta. E con chi ci si schiera. L’identità sessuale, per molte giovani donne, è anche un gesto politico. Lontana dalle definizioni rigide, spesso vicina al linguaggio queer, e quasi sempre accompagnata da un rifiuto delle narrazioni dominanti sulla famiglia, il genere, l’amore.
Il dato che la maggior parte dei ragazzi continui invece a identificarsi come eterosessuale – anche nelle società più avanzate – dice molto di un’altra rigidità: quella della maschilità. La pressione normativa sul comportamento maschile resta fortissima, il contatto con il femminismo, più scarso e l’educazione sentimentale, spesso inesistente. Per i ragazzi esiste ancora un solo modo giusto di essere uomini, e la sessualità – in questa equazione – debba servire a dimostrarlo.
Il backlash: quando la libertà delle ragazze diventa un problema per il potere
In questo senso, la risposta dei governi più conservatori alla crescente visibilità delle soggettività LGBTQIA+ – anche in un Occidente che ama raccontarsi come sicuro e inclusivo – appare tutt’altro che casuale. Non si tratta più soltanto di legiferare contro, ma di riscrivere il linguaggio stesso della legittimità tramite una strategia culturale prima ancora che politica: una campagna anti-gender diffusa, capillare, che lavora per svuotare di senso il concetto di autodeterminazione, riducendolo a un’eccezione tollerata, mai davvero riconosciuta.
A partire dal nostro paese. In Italia, il più recente rapporto di ILGA-Europe racconta una realtà che conosciamo bene: una democrazia formale che si dice neutrale, ma nei fatti tollera e talvolta incoraggia la marginalizzazione. Le leggi non avanzano – e se avanzano, sono ostili. I discorsi tornano indietro. Il sospetto si è fatto atmosfera. La parola “gender” viene usata come minaccia, e l’omosessualità, la transizione, l’ambiguità sessuale vengono trattate con il paternalismo di chi finge di proteggere mentre isola, infantilizza, riduce. E se la società civile continua a resistere, ad agire, a esporsi – nei Pride, nei consultori, nei collettivi, nelle scuole – lo fa in un contesto sempre più diffidente.
Negli Stati Uniti, il backlash ha assunto contorni ancora più netti. Il secondo mandato di Donald Trump è iniziato con un ordine esecutivo che ha riportato il genere allo stato anagrafico, cancellando ogni possibilità di riconoscimento amministrativo per le persone trans. E così, i fondi federali per le cure di affermazione di genere sono stati sospesi, le parole queer cancellate. I diritti delle persone LGBTQIA+ in ambito scolastico e sanitario, drasticamente ridimensionati.
In Ungheria, dove il Parlamento ha votato a marzo per vietare gli eventi LGBTQIA+ – incluso il Pride di Budapest – il disegno è ancora più esplicito. Chiudere gli spazi pubblici. Zittire le piazze. Annullare la visibilità. Far sembrare la comunità queer un’invenzione marginale, un’anomalia corretta dalla legge.
Il paradosso è dunque sotto gli occhi di tutti: mai così tante giovani donne hanno avuto accesso agli strumenti culturali, politici e linguistici per definirsi. Mai come ora hanno potuto scegliere chi essere, come desiderare, in che direzione muoversi. Eppure, mai come ora quella libertà è diventata bersaglio. Forse proprio perché si tratta di una rivoluzione che parte dalle ragazze – e che non chiede il permesso.
Come sempre nella storia, a fare davvero paura non è l’identità in sé, ma la perdita di controllo su quei corpi femminili che il potere continua a voler docili, silenziosi, funzionali al desiderio altrui ma mai soggetti del proprio. È lì che si concentrano gli sforzi reazionari: nel tentativo di spegnere l’autonomia prima ancora che prenda voce. Ma forse è proprio in questa tensione – tra ciò che emerge e ciò che viene respinto – che si gioca il futuro.
