Nel 2024 la Bulgaria ha approvato una legge che vieta nelle scuole ogni forma di “propaganda” legata all’orientamento sessuale non eterosessuale e all’identità di genere. Una formula vaga, elasticissima, che nella pratica significa una cosa sola: silenzio. Niente corpi, niente parole, niente storie LGBT. Non un ritorno alla criminalizzazione, ma qualcosa di più subdolo: l’espulsione simbolica dallo spazio pubblico, soprattutto educativo. Il modello è noto. Ungheria,Russia. La pedagogia del non detto come forma di repressione.

La legge bulgara contro la “propaganda LGBT” (approvata il 7 agosto 2024 e promulgata dal Presidente) impone un divieto nella scuola e nell’istruzione prescolare di ogni forma di “propaganda, promozione o incitamento” di idee e visioni legate a orientamento sessuale non tradizionale o a identità di genere diversa da quella biologica. In pratica, vietare discussioni, materiali o informazioni positive o neutre su temi LGBTIQ+ nelle scuole, includendo ogni riferimento percepito come “propaganda”. Anche l’Italia, come noto, sta per approvare una legge non dissimile con il Ddl Valditara.
Nel frattempo la Bulgaria è entrato in una crisi politica profonda. Il governo guidato da Rosen Zhelyazkov, espressione di una coalizione di centrodestra fragile e contraddittoria, è crollato sotto il peso delle proteste. Migliaia di persone in piazza a Sofia e in altre città hanno contestato un sistema percepito come chiuso, corrotto, impermeabile. Il detonatore è stato il bilancio, ma il malessere viene da lontano: riforme promesse e mai arrivate, giustizia percepita come selettiva, una politica che parla di stabilità mentre il Paese scivola. Negli ultimi giorni la tensione è rimasta alta: manifestazioni, blocchi, una sfiducia che non si è placata neppure dopo le dimissioni. C’è stata una narrazione diffusa sui social e in certi spazi informativi che cercava di interpretare le proteste come anti-euro o legate a spettro geopolitico russo, ma questo è stato smentito da fact-check indipendenti: i manifestanti non protestano contro l’euro, e neppure contro l’Unione Europea come istituzione.
Dal 1° gennaio infatti la Bulgaria adotterà la moneta unica europea. Sui social la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, esulta e celebra il 21° paese che adotta la moneta europea. Una scelta che viene raccontata come approdo, maturità, allineamento definitivo all’Unione. L’euro come promessa di ordine, di futuro, di appartenenza. Ma qualcosa scricchiola. Com’è possibile per noi europei LGBTIQ+ dell’UE condividere la stessa moneta con uno Stato che per legge vieta la rappresentazione delle persone LGBT? Che considera pericoloso raccontare l’esistenza di una parte della propria cittadinanza? L’euro dovrebbe essere solo un fatto tecnico, economico, neutro. Ma non lo è mai davvero. Lo scorso settembre proprio grazie all’azione legale di una cittadina bulgara, l’Avvocato generale UE ha stabilito che “ogni persona ha diritto a documenti che rispecchino la propria identità di genere”. Secondo ILGA-Europe Annual Review 2025, la Bulgaria mostra una grave regressione sui diritti LGBTIQ+: restrizioni a informazione e ONG, asilo negato a persone LGBTIQ+, blocco del riconoscimento legale del genere e calo nel Rainbow Index. Attacchi politici e censure culturali persistono.
Una moneta è anche un patto simbolico. Soprattutto nel nostro sistema socio-economico basato sul mercato, avere la stessa moneta presuppone come minimo una scala di valori condivisi. E allora la domanda non è poi così complicata: che tipo di Unione Europea stiamo costruendo, quando un paese che discrimina per legge le persone LGBTIAQ+ può adottare la nostra stessa valuta?
