Gaza senza tregua, bambini uccisi, droni e bombe sulla popolazione: chi è Ali Shaat

Oltre 440 i palestinesi uccisi dall’inizio della tregua, mentre UNICEF segnala che più di 100 bambini sono stati uccisi in attacchi militari anche dopo il cessate il fuoco.

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Il popolo palestinese non ha più l’attenzione dell’attivismo globale. Eppure i bambini a Gaza continuano a morire. Israele continua la sua operazione devastante. Hamas, confermando la sua natura criminale terroristica, appare ormai più come un alleato dei carnefici, che non uno strumento di liberazione degli oppressi.

La tregua tra Israele e Hamas, entrata formalmente in vigore il 10 ottobre 2025 come parte di un piano di pace mediato dagli Stati Uniti di Trump, non ha fermato la violenza. Gli attacchi e le violazioni sono continuati, con morti e feriti anche nei mesi successivi alla sospensione ufficiale delle ostilità.

Le violazioni della tregua

Secondo il ministero della Salute di Gaza, sono oltre 440 i palestinesi uccisi dall’inizio della tregua, mentre UNICEF segnala che più di 100 bambini sono stati uccisi in attacchi militari anche dopo il cessate il fuoco, inclusi attacchi con droni, artiglieria e fuoco di mortaio.
Un altro resoconto ONU riferisce 449 morti palestinesi e oltre 1.200 feriti dopo il cessate il fuoco, secondo dati ufficiali di salute della Striscia pubblicati da agenzie umanitarie.

Questi numeri vanno sommati al bilancio complessivo della guerra, che superava già oltre 70 mila morti civili palestinesi da ottobre 2023 secondo stime di OCHA e ministero della Salute di Gaza.

Cos’è la “fase 2”?

Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno annunciato l’avvio della “fase 2” del piano di pace. Questo passaggio, mai pienamente attuato, prevede:

  • la demilitarizzazione di Hamas (che secondo alcune fonti sta nuovamente armando le sue milizie dislocate)
  • la formazione di un governo tecnico palestinese (candidato delle ultime ore è Ali Shaath, un tecnico palestinese ed ex vice ministro dei trasporti dell’Autorità Palestinese, ben visto da Qatar, Egitto e Turchia)
  • la ricostruzione e la sicurezza con forze internazionali (Italia di Meloni in prima linea per la ricostruzione)
  • il ritiro di truppe israeliane da aree chiave (per molti osservatori un evento che non accadrà mai)

Fonti governative egiziane confermano che una delegazione di Hamas è al Cairo per negoziare precisamente i dettagli di questa fase intorno al nome di Ali Shaat.

Chi è Ali Shaat, possibile guida della Palestina

Ali Shaath ha 68 anni ed è nato nel 1958 nel governatorato di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Ingegnere civile, ha studiato in Egitto e nel Regno Unito: laurea all’Università Ain Shams del Cairo (1982), master (1986) e dottorato alla Queen’s University (1989). Specializzato in pianificazione infrastrutturale e sviluppo urbano, ha ricoperto incarichi di governo sempre come tecnico all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. È stato viceministro della Pianificazione alla nascita dell’ANP, sottosegretario ai Trasporti e alle Comunicazioni, e ha guidato il Consiglio Palestinese per l’Edilizia Abitativa e l’Autorità Portuale Palestinese. Ha inoltre lavorato come consulente per Bakdar e per il ministero dell’Edilizia Abitativa e dei Lavori Pubblici, anche dopo il pensionamento. La sua famiglia è storicamente attiva nella vita politica palestinese; alcuni figli sono membri di Fatah, storico partito laico e nazionalista palestinese fondato da Arafat.

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La situazione umanitaria

La Striscia di Gaza resta in condizioni disperate. Dopo oltre due anni di guerra:

  • migliaia di famiglie non hanno ripari adeguati e molti sfollati vivono in tende fragili che cadono nei temporali invernali
  • insicurezza alimentare e carenza di acqua potabile persistono, con ONG come Oxfam che denunciano blocchi e permessi ristretti per l’ingresso di materiali vitali
  • oltre il 90 % dell’elettricità rimane insufficiente e l’accesso a servizi sanitari di base è gravemente compromesso.

Perché non c’è pace?

La tregua resta fragile per due motivi principali:

1. Violazioni continue sul campo: spari, raid e mortai che colpiscono ancora civili, soprattutto vicino alla così detta “Yellow Line” che divide le aree controllate.

2. Fase 2 non consolidata: i negoziati di governance, sicurezza e disarmo avanzano lentamente e senza un quadro chiaro di implementazione.

In altre parole, la “tregua” non è stata una vera pace duratura: le armi zoppicano, gli aiuti tardano e la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. In un editoriale dello scorso ottobre, immediatamente dopo l’annuncio della tregua concordata tra Hamas, USA e Israele in accordo con gli Stati arabi cosiddetti “moderati” tra i quali la Turchia, Haaretz, quotidiano liberal israeliano, scriveva:

“La tregua tra Israele e Hamas non segna la fine della guerra, ma l’inizio di un altro ciclo di violenza sempre pronto a ricominciare”

Una previsione più che precisa. In altro un editoriale di poche settimane fa Haaretz ha scritto:

“Israele, non Hamas, sta svuotando di significato il cessate il fuoco e sta impedendo il ritorno degli ostaggi, beneficiando politicamente della continuità delle operazioni”

 

Fonti principali

Reuters – UNICEF – AP News – AP – Casa Bianca – Axios – ANSA – Guardian – ReliefWeb/OCHA – Il Manifesto – Il Fatto Quotidiano – Le Monde – Haaretz

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