A pochi giorni dall’annuncio con il quale i Three Lions Pride, gruppo associato di tifosi LGBT della nazionale inglese, hanno dichiarato che boicotteranno gli imminenti Mondiali di Calcio a causa della violazione dei diritti umani da parte degli USA di Trump, che li ospiteranno insieme a Canada e Messico, la Premier League, massima divisione del calcio inglese e campionato più importante, più ricco e più influente del mondo, si prepara a lanciare una nuova iniziativa, intitolata “With Pride”, pensata per spostare l’asse dall’adesione individuale dei calciatori finora invitati a indossare una fascia arcobaleno, a un impegno più strutturale, condiviso e riconoscibile a livello di club e di sistema.
Il punto, nelle intenzioni dichiarate, è ridurre la pressione sui singoli calciatori e ampliare la responsabilità a tutta la competizione: non più “quanto sei disposto a mostrarti”, ma “quanto siamo disposti a fare, insieme”. Questa la narrazione, che tuttavia risuona cerchiobottista e sembra velare un arretramento della lotta all’omobitransfobia.
La scelta arriva dopo che la stessa Premier League, lo scorso agosto, aveva deciso di mettere fine alla storica collaborazione con la storica associazione LGBTIAQ+ Stonewall e alla sua campagna Rainbow Laces (fasce arcobaleno) che per oltre un decennio aveva rappresentato un gesto simbolico di sostegno all’inclusione LGBTQ+ nel calcio inglese.
Niente fasce e lacci obbligatori: ecco cosa cambia

Con il nuovo approccio “With Pride“, i calciatori non saranno più tenuti a indossare fasce arcobaleno, lacci rainbow o warm-up top a tema Pride: una risposta alle stagioni recenti in cui alcuni giocatori hanno rifiutato di partecipare alle attivazioni visibili.
Nella sola stagione 2024/2025 il Ministero dell’Interno britannico aveva registrato 49 episodi omofobi in 380 partite, in aumento rispetto all’anno precedente. Brighton e Chelsea risultano i club più colpiti. Complessivamente, episodi omofobi sono stati segnalati nel 4,62% delle partite del calcio inglese, nonostante campagne e iniziative inclusive.
Ora, al posto delle fasce arcobaleno, la Lega sta valutando simboli collettivi che rendano più difficile una partecipazione “selettiva”: tra le ipotesi circolate c’è anche l’idea di un pallone matchday a tema Pride in alcune giornate future. Ma nonostante la propaganda di alcuni account social che strombazzano l’iconica idea di un pallone arcobaleno, il progetto è stato solo vagamente accennato.
“Ci stiamo allontanando da un’epoca d’oro della visibilità“, ha detto una fonte interna della Premier al New York Times. “La speranza è che continuino a esserci allenatori o giocatori che credono nella causa, o che abbiano familiari che vivono direttamente queste difficoltà, e che vogliano dichiarare pubblicamente il loro sostegno“.

Quando parte: doppio turno dal 6 al 13 febbraio 2026
“With Pride” è in realtà un progetto volutamente più esteso, che si svilupperà in una finestra dedicata: una double gameweek dal 6 al 13 febbraio 2026, durante la quale ogni club ospiterà una partita in casa. La struttura è pensata per lasciare spazio ad attivazioni negli stadi e a iniziative coordinate con i gruppi di tifosi LGBTQ+ a livello locale.
Il cambio di rotta, però, non riguarda soltanto il “come appare” il sostegno. La Premier League ha annunciato una partnership con Switchboard, la helpline nazionale LGBTQ+ del Regno Unito, che lavorerà con i club per formare i player care team e rendere più accessibili risorse di supporto per giocatori, staff e settori giovanili.
L’obiettivo dichiarato è costruire sistemi di sostegno a lungo termine e trasformare l’inclusione in una pratica quotidiana, e non un semplice gesto periodico da calendario.
La sfida, adesso, è capire se la Premier League riuscirà davvero a trasformare un simbolo in una politica: più infrastrutture, più tutela, più responsabilità diffusa.
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Sorge una domanda inevitabile: togliere elementi visibili come le fasce arcobaleno dal campo riduce la pressione sui giocatori, evita senz’altro la possibilità che qualche calciatore, magari di religione non compatibile con l’accettazione di identità LGBTIAQ+, rifiuti di indossare la rainbow lace, ma al contempo riduce la forza pubblica del gesto visibile. È un tema caro al tifoso calcistico: perché vietare che un* ragazzin* LGBTIAQ+ appassionato di calcio veda il proprio idolo con la fascia arcobaleno, anche per una sola giornata di campionato a stagione?
“Il coinvolgimento individuale dei campioni viene meno e l’idea che si riduca a un pallone è grave” spiega a Gay.it Rosario Coco, presidente Gaynet e coordinatore di OutSport, hub europeo di ricerca, formazione e policy sull’inclusione LGBTQIA+ nello sport “al contempo ricordiamo che la Premier è certamente il campionato di calcio più impegnato nella lotta all’omobitransfobia” sottolinea Coco”e non sottovalutiamo il fatto che in UK esiste un’innegabile mobilitazione anche dei tifosi, vediamo da tempo azioni che arrivano dai singoli e questo è importante“.
A Febbraio da dieci anni in Premier League esiste il Football versus Homophobia Month, in memoria di Justin Fashanu, primo calciatore professionista a dichiararsi gay mentre era ancora in attività, nel 1990, un talento precoce che divenne suo malgrado simbolo spezzato dal razzismo e dall’omofobia nel calcio inglese, e che morì suicida nel 1998. “L’iniziativa attivata dalla Premier League avviene proprio a Febbraio, a dimostrazione della volontà di proseguire l’impegno e non bisogna trascurare l’approccio sistemico che la lega inglese sembra voler comunque attivare“.
Dunque se da un lato un approccio dal basso, con progetti educativi, necessari e fondamentali, sembra andare nella giusta direzione sistemica, al contempo rinunciare alla forza dirompente di vedere i campioni idoli del calcio giocare con la fascia arcobaleno segna un innegabile arretramento di impatto simbolico. E nella cultura del tifo calcistico intrisa di tossicità i simboli non sono certamente irrilevanti.
