Il Tribunale di Bologna ha riconosciuto lo status di rifugiata a una giovane donna transgender ungherese di 26 anni, ribaltando il diniego espresso in precedenza dalla Commissione territoriale di Verona, sezione di Vicenza. Una decisione rilevante sul piano giuridico e politico, perché riguarda una cittadina di uno Stato membro dell’Unione Europea, un’eventualità rara nel sistema dell’asilo europeo.
La donna, fuggita dall’Ungheria tre anni fa dopo una lunga serie di violenze e discriminazioni, è oggi accolta nel progetto Sai del Territorio metropolitano di Bologna e ha avviato il percorso di terapia ormonale. Il tribunale ha riconosciuto che il suo rientro in patria la esporrebbe a un rischio concreto di persecuzione, anche alla luce del quadro normativo ungherese e delle procedure d’infrazione avviate a livello europeo.
In questo articolo
- 1 Un caso raro: perché una cittadina dell’Unione Europea può chiedere asilo
- 2 Le violenze subite in Ungheria dalla giovane donna trans
- 3 Le leggi ungheresi contro le persone trans e LGBTQIA+
- 4 L’approccio intersezionale: rom e transgender
- 5 I ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo
- 6 L’accoglienza in Italia e il progetto Sai
Un caso raro: perché una cittadina dell’Unione Europea può chiedere asilo
Secondo la normativa vigente, i cittadini dell’Unione Europea non possono normalmente chiedere asilo in un altro Stato membro, perché vige la presunzione che tutti i Paesi Ue siano “Stati sicuri”. Tuttavia, questa presunzione può venire meno in presenza di gravi e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali.
È proprio su questo punto che si fonda la decisione del collegio giudicante bolognese, guidato dal giudice Marco Gattuso che, come spiega Il Resto del Carlino, ha richiamato il Protocollo 24 del Trattato dell’Unione Europea. Secondo tale protocollo, quando è in corso una procedura d’infrazione per violazioni dei diritti umani, le domande di asilo presentate da cittadini di quello Stato diventano ammissibili.
Nel caso ungherese, la procedura d’infrazione è stata avviata dal Parlamento Europeo nel 2018 per violazioni dei diritti delle persone rom e LGBTQIA+.
Le violenze subite in Ungheria dalla giovane donna trans
La giovane donna trans ha raccontato in udienza una lunga serie di episodi di violenza e persecuzione. In Ungheria, dopo aver rivelato la propria identità di genere, è stata aggredita con un coltello da uno zio, subendo una rottura definitiva dei rapporti familiari. A questo si è aggiunta l’impossibilità di completare il proprio percorso di affermazione di genere, ostacolato dal contesto normativo e sociale del Paese.
In un altro episodio, dopo aver denunciato un’aggressione, la polizia le avrebbe risposto di “non stupirsi” per quanto accaduto, perché “non era né una ragazza né un ragazzo”. Una frase che il tribunale ha ritenuto indicativa del clima di discriminazione istituzionale.
La donna ha inoltre riferito di essere stata aggredita per strada, respinta da potenziali datori di lavoro e minacciata dalla famiglia, che voleva costringerla a sposare una donna. Le persecuzioni subite hanno contribuito allo sviluppo di gravi disturbi psichiatrici, rendendo necessario anche il ricovero.
Le leggi ungheresi contro le persone trans e LGBTQIA+

Il quadro normativo ungherese è stato uno degli elementi centrali valutati dal tribunale. Nel 2020, il governo di Budapest ha approvato una legge che vieta il riconoscimento legale del cambio di sesso nei documenti, rendendo di fatto impossibile per le persone trans vedere riconosciuta la propria identità giuridica.
Nel 2021 è stata poi approvata un’ulteriore normativa che vieta la “promozione” o la discussione della diversità di genere e dell’omosessualità nelle scuole, nei media e nella pubblicità. La legge impone anche alle librerie di vendere libri a tema LGBTQIA+ in “imballaggi chiusi” e ne proibisce la vendita entro 200 metri da scuole o chiese.
Nel 2025, questo clima si è ulteriormente irrigidito con il divieto imposto dalle autorità ungheresi allo svolgimento del Budapest Pride, giustificato dal governo con la tutela dei minori. Nonostante il divieto, la manifestazione si è comunque tenuta, con una partecipazione ampia e visibile, attirando l’attenzione e le critiche delle istituzioni europee sullo stato delle libertà civili nel Paese.
Secondo il Tribunale di Bologna, questo contesto legislativo produce una discriminazione sistemica, che rende concreto il rischio di persecuzione per le persone transgender, in particolare se appartenenti anche ad altre minoranze.
L’approccio intersezionale: rom e transgender
Nel decreto, il tribunale sottolinea esplicitamente l’importanza di un approccio “intersezionale”. La donna, infatti, appartiene a due gruppi storicamente discriminati: la minoranza rom e le persone transgender.
Secondo i giudici, questa doppia appartenenza espone a rischi che “aumentano in modo esponenziale”, aggravando le condizioni di vulnerabilità e rendendo inefficaci le tutele formali previste dallo Stato di origine.
Il richiamo all’intersezionalità rappresenta un elemento significativo della decisione, perché riconosce come le discriminazioni non agiscano mai in modo isolato, ma si rafforzino reciprocamente.
I ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo
Il caso della giovane donna si inserisce in un contesto più ampio di contenziosi internazionali. Attualmente sono pendenti circa 30 ricorsi di cittadinə ungheresi transgender davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, relativi al mancato riconoscimento legale dell’identità di genere.
Nel novembre 2024, la Corte ha già condannato l’Ungheria in tre casi analoghi, riconoscendo la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela il diritto alla vita privata.
Queste pronunce hanno rafforzato la valutazione del Tribunale di Bologna sulla mancanza di protezione effettiva per le persone transgender in Ungheria.
L’accoglienza in Italia e il progetto Sai
La giovane donna è accolta dal 2023 nel progetto Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) del Territorio metropolitano di Bologna. Qui ha potuto avviare un percorso di stabilizzazione psicologica, di inclusione sociale e di terapia ormonale, elementi che il tribunale ha ritenuto essenziali per il suo benessere e la sua sicurezza.
Il riconoscimento dello status di rifugiata le garantisce ora una tutela giuridica stabile, il diritto al soggiorno e l’accesso ai servizi di integrazione previsti dalla normativa italiana.
La sentenza del Tribunale di Bologna non modifica automaticamente il sistema europeo dell’asilo, ma rappresenta un precedente rilevante, soprattutto in relazione ai diritti delle persone transgender all’interno dell’Unione Europea.
Il caso mostra come, in presenza di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali, anche uno Stato membro dell’Unione Europea possa essere considerato non sicuro per specifiche categorie di persone.


