Bologna, uomini gay adescati su app di incontri, aggrediti e rapinati: 24enne condannato. Il Cassero: “È omofobia”

Uomini gay adescati su app di incontri, aggrediti e rapinati a Bologna: condannato un 24enne per rapina e lesioni. Il Cassero: "Chiara dinamica di violenza e discriminazione omofoba".

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Un uomo di 24 anni è stato condannato a sei anni e otto mesi di reclusione dal giudice dell’udienza preliminare di Bologna per una serie di rapine e ricatti ai danni di uomini gay, adescati tramite app e siti di incontri. Secondo quanto emerso nel processo, l’uomo selezionava deliberatamente vittime di mezza età, spesso considerate più vulnerabili, per poi aggredirle nelle loro abitazioni, derubarle e ricattarle con la minaccia di diffondere materiale intimo. Sul caso è intervenuto anche il Cassero Bologna, che in una nota ha parlato esplicitamente di “una chiara dinamica di violenza e discriminazione omofoba”.

Grindr aggressione Rimini ottobre 2024

Il modus operandi: incontri online, aggressioni e ricatti

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, scrive Il Corriere di Bologna, il giovane utilizzava app e siti di incontri rivolti a uomini gay per contattare le sue vittime. Una volta instaurato un rapporto di fiducia e concordato un appuntamento, spesso a casa della persona contattata, l’aggressione avveniva in modo improvviso.

In alcuni casi l’incontro avveniva dopo rapporti intimi. A quel punto, l’uomo immobilizzava le vittime legandole con fascette da elettricista ai polsi e alle caviglie, le colpiva e le stordiva, per poi sottrarre il denaro contante presente in casa.

La violenza fisica era accompagnata da una strategia di ricatto: l’imputato realizzava video e fotografie compromettenti e minacciava di diffonderli ai contatti telefonici delle vittime, facendo leva sul timore dell’outing, dello stigma sociale e delle conseguenze familiari o lavorative. Con queste minacce costringeva le persone aggredite a effettuare bonifici istantanei, spesso a favore della sua compagna.

Le vittime e le denunce: almeno sei casi accertati

Nonostante il clima di intimidazione, almeno quattro uomini hanno scelto di non restare in silenzio e di rivolgersi alle forze dell’ordine. Le indagini, condotte dalla Squadra mobile, hanno permesso di ricostruire almeno sei episodi riconducibili allo stesso schema criminale.

I fatti risalgono ai mesi di aprile e maggio 2025. A giugno dello stesso anno l’uomo è stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria e successivamente arrestato. Nel processo, celebrato con rito abbreviato, l’imputato – un cittadino moldavo, 24enne all’epoca dei fatti – ha ammesso le proprie responsabilità e ha chiesto scusa alle vittime in aula, dove era presente scortato dalla Polizia penitenziaria perché già detenuto per un’altra causa.

La sentenza: condanna per rapina e lesioni aggravate

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Il giudice per l’udienza preliminare Maria Cristina Sarli ha condannato l’uomo a sei anni e otto mesi di reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. È stata inoltre disposta la condanna a due anni, con pena sospesa, per la compagna dell’imputato, ritenuta responsabile di riciclaggio.

Secondo l’accusa, la donna riceveva i bonifici estorti alle vittime e provvedeva a prelevare o trasferire il denaro su altri conti. Non è stata invece riconosciuta una sua partecipazione diretta alle aggressioni.

Nel procedimento si sono costituite parte civile quattro persone. Una delle vittime era assistita dall’avvocato Luca Moser, mentre un’altra si era rivolta allo Sportello legale del Cassero tramite l’avvocata Fiorella Shane Arveda.

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La posizione del Cassero: “Violenza e discriminazione omofoba”

In una nota diffusa dopo la sentenza, il Cassero Lgbtqia+ Center ha espresso “forte preoccupazione per una vicenda che evidenzia una chiara dinamica di violenza e discriminazione omofoba”.

Secondo l’associazione, il caso mostra come l’autore dei reati abbia “deliberatamente preso di mira uomini incontrati in contesti legati alla sfera affettiva e sessuale, sfruttando paura dello stigma, vergogna e timore dell’outing come strumenti di ricatto”.

Il Cassero sottolinea inoltre che “le minacce e la pressione a non rivolgersi alle forze dell’ordine si inseriscono in un quadro di violenza che va ben oltre il singolo reato e colpisce una comunità già esposta a discriminazioni sistemiche”.

Il ruolo dello Sportello legale e il precedente di Rimini

Una delle vittime seguite dallo Sportello legale del Cassero ha raccontato di essere stata legata con fascette di plastica e costretta a effettuare bonifici istantanei per un totale di circa 3.500 euro. Il denaro, secondo quanto accertato, veniva poi movimentato dalla compagna dell’imputato.

Dopo la sentenza, l’avvocata Fiorella Shane Arveda ha evidenziato un elemento ricorrente in questo tipo di reati: “La categoria di persone da colpire veniva scelta a tavolino: è una dinamica che si sta diffondendo sempre di più”.

L’avvocata ha ricordato che “c’è già stata una condanna a Rimini per fatti identici compiuti da altre persone”, segnalando come il fenomeno non sia isolato ma si inserisca in un contesto più ampio di violenze mirate contro uomini gay.

Paura dello stigma e difficoltà a denunciare

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Il caso di Bologna mette in luce un aspetto strutturale: la difficoltà, per molte persone LGBTQIA+, di denunciare reati subiti in contesti legati alla sfera affettiva e sessuale. Il timore di essere esposte, giudicate o discriminate continua a rappresentare un ostacolo all’accesso alla giustizia.

Secondo il Cassero, è proprio questa vulnerabilità a rendere possibili dinamiche di ricatto particolarmente efficaci, basate non solo sulla violenza fisica ma su una pressione psicologica costante. La sentenza rappresenta un segnale importante, ma evidenzia anche la necessità di rafforzare strumenti di tutela, informazione e supporto legale.

La condanna inflitta dal tribunale di Bologna chiude un procedimento giudiziario, ma apre interrogativi più ampi sulla sicurezza delle persone LGBTQIA+ negli spazi digitali e privati. L’uso delle app di incontri come terreno di caccia per reati violenti e ricatti non è un fenomeno nuovo, ma casi come questo mostrano quanto possa essere sistematico e organizzato.

Il lavoro delle associazioni, degli sportelli legali e delle forze dell’ordine resta centrale per intercettare queste dinamiche e incoraggiare le vittime a denunciare, superando isolamento e paura. In questo senso, la presa di posizione del Cassero contribuisce a collocare il caso non solo come fatto di cronaca, ma come parte di un problema sociale più ampio, dove l’omofobia resta centrale.

© Riproduzione riservata.

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Marco Squarcini 29.1.26 - 12:55

Non omofobia ma imprenditorialità familiare, direi. Gli uomini della mia età (83) sanno bene, per esperienze vissute o raccontate, che i ragazzi di origine slava hanno l'abitudine di rapinare, maltrattare, ricattare. Cinquant'anni fa se a uno gli capitava una cosa del genere gli amici gli davano del bischero. Mai avere a che fare con marchette provenienti da Trieste a Vladivostok!