Dopo la prima copertina intitolata “Baby trans senza limiti”, la rivista Panorama torna sul tema dei percorsi di affermazione di genere con un nuovo articolo di apertura, a firma della stessa giornalista del precedente, Irene Cosul Cuffaro, dal titolo “Il corpo ferito dei baby trans”. Una scelta editoriale che ha riacceso le critiche di associazioni e attivistə, tra cui Roberta Parigiani, presidente del Movimento Identità Trans (MIT), che in un lungo post pubblicato su Instagram parla apertamente di “disinformazione”, “transfobia” e “propaganda”.
Secondo Parigiani, l’articolo non solo ripropone un impianto narrativo già contestato, ma introduce elementi che, alla prova dei fatti, risultano contraddittori rispetto alla stessa ricostruzione fornita da Panorama.

In questo articolo
- 1 La nuova copertina di Panorama e la continuità con la precedente
- 2 Il caso della “mamma preoccupata” e il nodo del consenso informato
- 3 CIDIGEM di Torino e la questione del neuropsichiatra
- 4 “Baby trans”, ma il percorso inizia a 25 anni
- 5 Tempi e procedure: “in meno di due anni, unə su un milione”
- 6 Equipe multidisciplinari e privacy delle persone adulte
- 7 Ormoni e “baby trans”: l’ultima contraddizione
La nuova copertina di Panorama e la continuità con la precedente
Il nuovo articolo arriva a pochi giorni di distanza dalla copertina del 14 gennaio scorso, “Baby trans senza limiti”, già al centro di una dura presa di posizione di Arcigay, che aveva parlato di “panico morale” e di titoli allarmistici privi di riscontri scientifici.
Anche “Il corpo ferito dei baby trans” utilizza un linguaggio che suggerisce interventi rapidi, irreversibili e scarsamente regolati su persone giovanissime. Nell’impianto dell’inchiesta, Panorama dà spazio a testimonianze di genitori che descrivono i percorsi di affermazione di genere dei figli come esperienze segnate da solitudine e smarrimento.
Alle difficoltà familiari vengono inoltre affiancati presunti rischi per la salute legati alle terapie ormonali, presentate come eccessivamente invasive e attribuite anche al parere di alcuni esperti.
Tuttavia, come sottolinea Roberta Parigiani, il contenuto dell’articolo racconta in realtà storie che non riguardano affatto persone minorenni.
Visualizza questo post su Instagram
Il caso della “mamma preoccupata” e il nodo del consenso informato
Uno dei passaggi centrali del nuovo articolo di Panorama è il racconto di una madre che esprime preoccupazione per il fatto che il figlio, divenuto maggiorenne, abbia potuto firmare un consenso informato dopo otto incontri presso un centro pubblico specialistico.
Parigiani commenta così questo passaggio: “Il racconto di una mamma preoccupata del fatto che il figlio maggiorenne, dopo ben 8 incontri in un centro pubblico specialistico, abbia potuto firmare un consenso informato”.
La critica non riguarda solo il tono, ma il presupposto stesso del racconto. La domanda posta dalla presidente del MIT è netta: cosa dovrebbe “non tornare” nel fatto che una persona maggiorenne firmi un consenso informato senza l’approvazione dei genitori? E perché otto visite in un centro pubblico dovrebbero essere considerate insufficienti, “perché mamma è preoccupata”?
CIDIGEM di Torino e la questione del neuropsichiatra
Un altro punto contestato riguarda il riferimento al CIDIGEM di Torino, indicato nell’articolo come privo della figura del neuropsichiatra. Un’affermazione che, secondo Parigiani, non corrisponde alla realtà.
Nel post si legge: “Il CIDIGEM lavora non con uno ma con ben due neuropsichiatri”.
Inoltre, viene evidenziato un ulteriore elemento di incongruenza: “La figura “raccomandata da Aifa” è il neuropsichiatra infantile: ma qui si sta parlando invece di una persona maggiorenne!”.
Secondo la presidente del MIT, Panorama mescola piani diversi – minori e adulti – creando un quadro allarmistico che non trova riscontro nei percorsi effettivamente descritti.
“Baby trans”, ma il percorso inizia a 25 anni
Il punto che Parigiani definisce “quasi l’apice” della contraddizione riguarda l’età della persona al centro del racconto. Nonostante il titolo e l’impostazione dell’articolo parlino di “baby trans”, la stessa narrazione di Panorama indica che il percorso di affermazione di genere è iniziato a 25 anni. “Qui la persona inizia il percorso a 25 anni!”, sottolinea Parigiani, “25 anni non sembra molto ‘baby’”.
Un elemento che, secondo la presidente del MIT, smonta alla base l’impianto semantico scelto dalla rivista.
Tempi e procedure: “in meno di due anni, unə su un milione”
Nel post Instagram, Parigiani ricostruisce nel dettaglio le tappe del percorso descritto da Panorama: presa in carico, colloqui psicoterapeutici, consenso informato con endocrinologo, esami, avvio della terapia ormonale, relazioni per il tribunale, procedimento giudiziario, liste d’attesa e intervento chirurgico.
Un iter che, sottolinea, si è svolto “in meno di due anni”. “Beh, in meno di due anni… in Italia, unə su un milione”, commenta sarcastica Parigiani.
Il riferimento è alla complessità e alla lentezza strutturale del sistema sanitario e giudiziario italiano, che renderebbero eccezionale – e non la norma – un percorso di questo tipo in tempi relativamente brevi.
Equipe multidisciplinari e privacy delle persone adulte
Panorama riporta anche la testimonianza di un padre che parla di “professionisti che cambiano sempre” e di colloqui talvolta online. Parigiani replica con una puntualizzazione netta: “Si chiama equipe multidisciplinare”.
E aggiunge una riflessione sul diritto alla riservatezza: “Se la persona è maggiorenne, per quale motivo ‘mamma e papà’ dovrebbero pretendere il diritto di infilarsi persino nei colloqui psicologici personali?”.
Un passaggio che riporta al centro il tema della privacy e dell’autonomia decisionale delle persone adulte, spesso oscurato nella narrazione mediatica.
Ormoni e “baby trans”: l’ultima contraddizione
Nelle ultime righe analizzate da Parigiani, Panorama parla di un’“inchiesta su ormoni e baby trans”, salvo poi specificare che la persona citata è maggiorenne e che “la ragazza non ha intrapreso la terapia ormonale”.
Un’ulteriore incongruenza che, secondo il MIT, rafforza l’idea di un impianto costruito per evocare allarme più che per informare.
La nuova copertina di Panorama si inserisce, così, in una sequenza narrativa che, secondo le associazioni LGBTQIA+, utilizza un linguaggio impreciso e stigmatizzante per costruire un’emergenza inesistente.
Il termine “baby trans”, già contestato nella precedente uscita, torna a essere il fulcro di una narrazione che confonde casi adulti e percorsi per minori, dati clinici e opinioni, procedure sanitarie e giudizi morali.
La presa di posizione di Roberta Parigiani si colloca così in continuità con le critiche già espresse da Arcigay e da altre realtà del movimento, riportando il dibattito su un terreno di verifica dei fatti, delle fonti e delle parole utilizzate.
In gioco non c’è solo il racconto dei percorsi di affermazione di genere, ma il ruolo stesso dell’informazione quando tratta temi che incidono direttamente sui diritti, sulla salute e sulla vita delle persone transgender.


