Ucraina, la Corte Suprema conferma: Zoryan e Tymur sono una famiglia. Ma il Parlamento prova a cancellare tutto

A febbraio 2026 la Corte Suprema ucraina ha reso definitivo il riconoscimento della coppia gay come famiglia, respingendo il ricorso dei conservatori. Una vittoria storica (che avevamo raccontato su Gay.it nella sua prima fase, a luglio 2025) ma già minacciata da una proposta di riforma del Codice Civile che farebbe esattamente il contrario di quanto promesso all'Europa.

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Lo scorso luglio vi avevamo raccontato la storia di Zoryan Kis e Tymur Levchuk: la coppia che dal 2013 conviveva, che si era sposata negli USA nel 2021, e che un tribunale di Kiev aveva finalmente riconosciuto come famiglia il 10 giugno 2025. Una sentenza storica, la prima del genere in Ucraina, nata dall’umiliazione concreta di uno Stato che aveva impedito a Tymur di seguire Zoryan nella sua missione diplomatica in Israele. Oggi possiamo raccontare il capitolo successivo.

La Corte Suprema chiude il cerchio

Zoryan Kis e Tymur Levchuk
Zoryan Kis e Tymur Levchuk si erano sposati nel 2021 negli USA

Il 25 febbraio 2026, la Corte Suprema ucraina ha respinto definitivamente il ricorso presentato dal movimento conservatore Vsi Razom (“Tutti Insieme”), che aveva impugnato la sentenza chiedendone l’annullamento in nome della “morale sociale“. I giudici supremi hanno confermato quanto già stabilito in primo grado e in appello: Zoryan Kis e Tymur Levchuk sono una famiglia ai sensi del diritto ucraino.

L’organizzazione LGBTQ+ Insight (la stessa ONG coffondata da Levchuk che aveva supportato la coppia durante tutto l’iter giudiziario) ha definito la decisione “un precedente colossale“. Il significato è preciso: nessuna organizzazione conservatrice o omofoba potrà più usare i tribunali come strumento per ribaltare decisioni favorevoli alle persone LGBTQ+. Il precedente, ora, è dalla parte di Zoryan e Tymur.

È una vittoria che vale più della somma delle sue parti. L’Ucraina ha una Costituzione del 1996 che definisce il matrimonio esclusivamente come unione tra un uomo e una donna. Eppure, i giudici, prima distrettuali, poi d’appello, ora supremi, hanno trovato nel diritto vigente lo spazio per riconoscere questa famiglia. Lo hanno fatto citando l’articolo 21 della Costituzione (che tutela i diritti individuali) e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, già invocata nella sentenza di primo grado.

La minaccia arriva dal Parlamento

Ma mentre la Corte Suprema pronunciava questa sentenza, al Parlamento si muoveva qualcosa di molto diverso. Il 22 gennaio 2026  il presidente della Verkhovna Rada, Ruslan Stefanchuk, aveva depositato una bozza di riforma del Codice Civile. Il testo viene presentato come uno strumento di “armonizzazione con gli standard europei“. Ma fa esattamente il contrario. La proposta ridefinisce infatti la famiglia come convivenza esclusiva tra un uomo e una donna. Include una norma per l’annullamento automatico dei matrimoni in caso di cambio legale di sesso di uno dei coniugi. E, soprattutto, non prevede alcun percorso alternativo per il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso. Se approvata, cancellerebbe retroattivamente il riconoscimento ottenuto da Kis e Levchuk, e sbatterebbe la porta in faccia a qualunque coppia voglia percorrere la stessa strada. “Non è possibile morire per la patria e non vedere riconosciute le nostre famiglie” ha raccontato lo scorso 4 marzo a Gay.it Viktor Pyklypenko, presidente dell’ong di militari LGBTIAQ+ ucraini.
Il Norwegian Helsinki Committee e numerose organizzazioni ucraine per i diritti umani hanno già chiesto formalmente l’abolizione delle modifiche proposte, avvertendo che adottarle rappresenterebbe “una significativa inversione di rotta” rispetto agli impegni europei del paese.

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La legge sulle unioni civili, ancora ferma

Nel frattempo, la proposta di legge sulle unioni civili presentata dalla deputata Inna Sovsun nel 2023 (quella stessa legge di cui vi avevamo parlato nell’intervista a Gay.it nel luglio di quell’anno) è ancora bloccata in Parlamento, tre anni dopo. La Commissione per la politica giuridica non ha ancora dato il via libera. Lo speaker Stefanchuk ha dichiarato che le unioni civili non sono una priorità legislativa. Il governo Zelensky, pur non opponendosi apertamente, non spinge.

Eppure la roadmap per l’adesione all’UE, approvata dal governo a maggio 2025, includeva esplicitamente l’impegno a introdurre una legge sul partenariato registrato entro il terzo trimestre 2025. Quella scadenza è passata in silenzio.
È la contraddizione che attraversa l’Ucraina di questi anni: un paese che avanza culturalmente, con il 70% dei cittadini favorevoli ai diritti LGBTQ+, secondo l’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, ma che politicamente non riesce, o non vuole, tradurre quel consenso in legge. Un paese che firma impegni con l’Europa e poi deposita in Parlamento proposte che vanno nella direzione opposta. La stessa Commissione dell’UE ha chiesto all’Ucraina di accelerare sulla protezione legale delle coppie LGBTIAQ+.

Zoryan e Tymur e l’amore che non si arrende

La storia di Zoryan e Tymur è, nonostante tutto, una storia di tenacia. Hanno aspettato che lo Stato li separasse per poi trascinarlo in tribunale. Hanno vinto in primo grado, resistito in appello, e ora hanno la Corte Suprema dalla loro parte. Il precedente è reale, è scritto nelle sentenze, ed è difficile da cancellare anche per chi ci prova.
Ma l’Ucraina del 2026 è ancora un paese in guerra, con un Parlamento che fatica a occuparsi di diritti civili tra le urgenze del fronte, e con forze politiche conservatrici che usano ogni spazio disponibile per arretrare. La via giudiziaria resta, per ora, l’unico strumento concreto che le coppie LGBTQ+ ucraine hanno a disposizione. Zoryan e Tymur lo sanno meglio di chiunque altro. E per questo hanno combattuto.

© Riproduzione riservata.

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