In India il governo di Narendra Modi ha fatto approvare in tutta fretta un emendamento alla legge sui diritti delle persone transgender che, secondo attivisti e opposizione, ne smantella i principi fondamentali. In particolare la modifica annullerebbe la possibilità di autodeterminazione di genere, un diritto acquisito dalla popolazione indiana nel lontano 2014.
Il Transgender Persons (Protection of Rights) Amendment Bill 2026 è stato approvato dalla Lok Sabha, la camera bassa del parlamento, il 24 marzo con voto palese, mentre i deputati di opposizione abbandonavano l’aula in segno di protesta. Il nome stesso del provvedimento, che contiene la locuzione “protezione di diritti” sottolinea l’approccio ideologico della norma.
In India il “terzo genere” ha radici millenarie. Le hijra, comunità di persone assegnate maschio alla nascita con identità femminile o non binaria, sono citate nel Mahabharata e nel Ramayana, e storicamente svolgevano funzioni rituali di benedizione a matrimoni e nascite. Identità affini, come kinnara, aravani e jogta, sono radicate in tradizioni regionali e religiose specifiche. Nel 2014 la Corte Suprema riconobbe ufficialmente il terzo genere come categoria legale, sancendo secoli di presenza culturale. Il nuovo emendamento rischia di ridurre questa pluralità a un elenco burocratico.
Il disegno di legge era stato presentato il 13 marzo dal ministro per la Giustizia sociale Virendra Kumar e l’intera discussione parlamentare si è conclusa in circa due ore e mezza. Tempi brevissimi che configurano un vero e proprio blitz.
Il nodo centrale è la definizione di “persona transgender“. Il testo elimina la definizione generale prevista dalla legge del 2019, secondo cui è transgender chiunque abbia un’identità di genere non corrispondente a quella assegnata alla nascita, e la sostituisce con un elenco tassativo di categorie riconoscibili, come le identità socioculturali kinner, hijra, aravani e jogta, o chi presenti variazioni intersex congenite.
Il testo dell’emendamento stabilisce esplicitamente che la legge non include, e non ha mai incluso, persone con orientamenti sessuali diversi o identità di genere autopercepite. Sul piano burocratico, il certificato di identità sarà rilasciato dal magistrato distrettuale solo dopo una valutazione di una commissione medica guidata dal medico capo. Viene dunque inserito un meccanismo di controllo istituzionale che sostituisce il diritto all’autodichiarazione in vigore dal 2014.
Secondo il quotidiano giuridico indipendente indiano Live Law, l’emendamento interviene su un sistema già largamente fallimentare: solo trentamila certificati di identità sono stati rilasciati dalla legge del 2019 ad oggi, con il 92% delle persone trans escluse dall’economia formale. Il nuovo testo aggiunge una categoria inedita: sono considerate transgender anche le persone costrette ad assumere tale identità tramite mutilazione, castrazione o procedure ormonali forzate, una clausola che i giuristi criticano come criminalizzazione delle pratiche tradizionali hijra. Sul piano penale, aggiunge Live Law, la legge vigente già tratta lo stupro di una persona trans come reato minore rispetto a quello su una donna cisgender; e l’emendamento non corregge questa asimmetria.
Critiche furenti arrivano da comunità LGBTQIA+, partiti di opposizione ed esperti legali, che denunciano come il provvedimento indebolisca il principio dell’autodeterminazione di genere e contraddica la sentenza NALSA del 2014, con cui la Corte Suprema aveva riconosciuto il diritto alla propria identità di genere. Le accuse maggiori rispetto al blitz legislativo puntano il dito sull’atteggiamento del governo che avrebbe “stravolto” il disegno di legge senza consultare le persone direttamente interessate.
Le deputate dei partiti di opposizione Congress, Samajwadi Party, DMK e TMC, secondo quanto ricostruito dal quotidiano indiano News On Air, hanno definito il provvedimento regressivo e approvato frettolosamente, chiedendone il rinvio a una commissione parlamentare. Una deputata del DMK ha posto la questione centrale: non spetta allo Stato decidere l’identità transgender, che deve fondarsi sull’autodichiarazione senza certificazione medica. La TMC ha ricordato che l’India ospita una delle più grandi popolazioni trans al mondo, non tutelata da questa legge.
Il provvedimento deve ora essere esaminato dalla Rajya Sabha, la camera alta del parlamento. Se approvato anche lì, diventerà legge con la promulgazione presidenziale.
Un provvedimento analogo a quello indiano è diventato disegno di legge in un altro paese dotato di una legge di autodeterminazione di genere: in Portogallo infatti l’estrema destra di Chega ha fornito i propri voti alla maggioranza di governo (moderati) per l’approvazione in commissione di un pacchetto di legge che, se approvato, ripristinerebbe l’obbligo di intervento dello Stato nella valutazione dell’affermazione di genere di un* cittadin*.
