TGEU – Trans Europe and Central Asia, organizzazione non-profit fondata nel 2005 e da allora guidata da persone trans che lavora per proteggere i diritti e migliorare il benessere della comunità transgender in Europa e Asia Centrale, si è detta “profondamente preoccupata” per la nuova politica transfobica annunciata dal CIO, che ha ha reso obbligatorio il test genetico per la partecipazione alla categoria femminile alle Olimpiadi. Una decisione “frutto di un processo di consultazione non trasparente e di una base di dati inesistente“, scrive TGEU, che insieme a diverse organizzazioni per i diritti umani ha espresso preoccupazione per la reintroduzione di tale procedura.
Anche perché la realtà della partecipazione transgender alle Olimpiadi racconta tutt’altra storia. Dal 2003, anno in cui venne per la prima volta consentita l’eventuale partecipazione ad atleti e atlete trans, 82.000 atleti hanno preso parte alle Olimpiadi. Solo una di quelle atlete, su 82.000, era dichiaratamente trans, ovvero Laurel Hubbard, oggi 48enne ed ex sollevatrice neozelandese che prese parte ai Giochi olimpici di Tokyo 2020.
L’unicità di Laurel Hubbard

Arrivata in Giappone tra mille polemiche, con i più critici che pronosticavano un suo facile trionfo perché donna trans, Laurel ha gareggiato il 2 agosto 2021 nel sollevamento peso femminile + 87 kg, uscendo immediatamente. Fuori al primo turno. Probabilmente travolta dalla pressione, Hubbard non riuscì a portare a termine neanche un’alzata corretta. Prima un tentativo con 120 kg, poi gli ultimi due con 125 kg. Laurel tornò subito a casa, dopo aver scritto una pagina di storia olimpica. La sua transizione era iniziata 8 anni prima. Nel 2015 il CIO aveva aggiornato il proprio regolamento, con le atlete trans che dovevano attestarsi su livelli di testosterone inferiori a 10 nanomoli per litro, per i 12 mesi precedenti alla competizione, per puntare alla gara. Laurel Hubbard rientrava perfettamente in quei parametri ma per mesi fu vittima di insulti e dicerie, tanto da ritirarsi a Giochi conclusi.
La sua carriera nel sollevamento pesi iniziò negli anni ’90, prima della sua transizione, perché voleva “sentirsi più mascolina”, in un momento in cui stava ancora lottando con la propria identità. Negli anni successivi Hubbard scomparve, fino a quando nel 2012 iniziò l’affermazione di genere, aprendo la strada alla sua reintroduzione nello sport che amava. Nel 2017 prende parte all’Australian International e all’Australian Open di Melbourne nella categoria 90kg+, vincendo la medaglia d’oro. Diventa la prima donna trans d’Australia a conquistare un titolo di sollevamento pesi e da tutto il mondo piovono offese. Nel 2018 ai Giochi del Commonwealth si ferisce gravemente al gomito mentre prova uno snatch di 132 kg. Pensa al ritiro ma l’anno dopo vince due medaglie d’oro e due d’argento ai Giochi del Pacifico ad Apia, fino alla storica qualificazione olimpica di Tokyo 2020, rovinata dall’odio altrui. Nel 2021 viene nominata “sportiva dell’anno” dall’Università di Otago, in Nuova Zelanda, con questa motivazione: “Non potremmo pensare a nessun atleta più degna di sportiva dell’anno di Laurel Hubbard, che ha rappresentato incredibilmente bene Otago e la Nuova Zelanda alle Olimpiadi di Tokyo di quest’anno”. Le prime e ultime Olimpiadi estive della storia con un’atleta trans in gara.
Alle Olimpiadi di Parigi 2024 non ce ne sono state, così come alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, dove a gareggiare è stato Elis Lundholm, sciatore freestyle trans, ma dinanzi all’insistenza trumpiana il CIO di Kirsty Coventry si è piegato, guardando a Los Angeles 2028 con l’obiettivo di mettere un bando definitivo che facesse felice il tycoon.
L’appello al CIO di TGEU – Trans Europe and Central Asia
“Le donne trans sono ancora una volta utilizzate come campanelle d’allarme per giustificare una politica più ampia che, anziché garantire l’equità, danneggerà tutte le donne e le ragazze che desiderano competere nello sport, sottoponendole a un controllo sproporzionato, a un’attenzione mediatica dannosa e allo stigma“, hanno sottolineato da TGEU – Trans Europe and Central Asia. “Permette ai politici e agli enti sportivi locali – che mostrano scarsa attenzione alle disuguaglianze nello sport femminile e ai danni concreti che le atlete subiscono – di stabilire chi è “abbastanza donna”. La nuova politica è concepita per essere ingiusta. Scatena violenza contro le donne e le ragazze in generale e, in particolare, contro le donne trans e le persone intersessuali. Numerosi esperti delle Nazioni Unite hanno già chiesto il divieto dei test genetici per la determinazione del sesso, in quanto violano i principi fondamentali dei diritti umani. La nuova politica segna l’inizio di una nuova era che promuove il controllo e la sorveglianza del corpo delle donne, ignorando al contempo i problemi più ampi di discriminazione e abuso subiti dalle atlete. Le persone trans e intersessuali non sono un problema politico da risolvere. Chiediamo al CIO di revocare questa decisione e agli organismi sportivi locali di rifiutarne la logica e di continuare a essere inclusivi nei confronti delle persone transgender”.
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