Abdul Ballout, l’autore dell’attentato al Berlino Pride che ha causato la morte di una donna e il ferimento di 29 persone, tra cui 3 gravi, era un jidahista. Sul suo telefono cellulare, trovato nel furgone usato per l’attacco, gli inquirenti avrebbero rinvenuto un video di rivendicazione girato lo stesso giorno del CSD, secondo quanto riportato da Bild e Tagesspiegel. Nel mezzo sarebbe stato trovato anche il fodero di un machete, mai recuperato. Già da adolescente Abdul era seguito dai servizi di intelligence interna (Verfassungsschutz): pur provenendo da una famiglia sciita, avrebbe cercato di unirsi allo Stato islamico, sunnita, tentando nel maggio 2025 di raggiungere la Siria via Turchia e Libano, dove venne fermato dalle autorità libanesi. Aveva partecipato a due colloqui in un programma di de-radicalizzazione, giudicato però privo di consapevolezza dei propri comportamenti. Ballout è stato poi ucciso dalla polizia durante le fasi della sua cattura. Il giorno dopo avrebbe dovuto presentarsi all’ennessimo colloquio del programma di de-radicalizzazione predisposto per lui.

L’attentato al Berlino Pride è insomma un attentato del terrorismo jihadista, che si richiama a un’interpretazione radicale e violenta del concetto islamico di jihad, e giustifica attacchi contro persone o obiettivi considerati nemici della fede, spesso in nome della costruzione di uno Stato islamico o della difesa dell’islam da presunte minacce esterne o interne. Ciò non significa che le persone di fede musulmane siano terroristi. Come nessuno immagina di dire a un italiano cristiano-cattolico di essere un genocida per via delle crociate.

Scrive UAAR (Unione atei agnostici razionalisti):

Un dramma, questo del Pride di Berlino, che deve far riflettere laicamente sul diffondersi dell’omofobia di matrice islamica, in particolare tra i giovani e le comunità più chiuse, anche in Occidente. E questo possibilmente andando oltre forme di giustificazionismo sul disagio che avrebbe mosso il terrorista o di benaltrismo riguardo l’omofobia di svariate religioni, messe in campo per il timore di “fare il gioco” delle destre xenofobe. Sappiamo bene che l’omofobia trova un grande veicolo in differenti religioni e ideologie, ma l’appello alla complessità rischia di eludere il nocciolo del problema: non è un mistero che in gran parte dei Paesi islamici le persone lgbt vengano sistematicamente discriminate ancora oggi a livello istituzionale e sociale proprio in nome di leggi e consuetudini religiose. Un andazzo che certi estremisti vogliono riportare (di nuovo) anche in Occidente, come ai “bei tempi” in cui dominava la religione nostrana.

Sul tema, l’associazione radicale Certi Diritti ricorda la mozione del suo ultimo congresso di maggio 2026, nella quale il tema dell’immigrazione apriva alla complessità, respingendo il capro espiatorio delle comunità migranti come cause di odio anti-LGBTIAQ+, ma senza negare il fenomeno e anzi invitando ad affrontarlo con polizia più preparata, programmi inteculturali e raccolta di dati sugli atti di odio anti-LGBTIAQ+ più specifici:

Non si può più stare in silenzio sul fatto che la violenza anti-LGBTI in Europa non viene solo dall’estrema destra. A maggio, al nostro Congresso, lo avevamo scritto in una mozione particolare che oggi è più urgente che mai: servono dati, non narrazioni comode; servono politiche di prevenzione mirate, non scorciatoie ideologiche da nessuna delle due parti.

Negli ultimi anni la comunità LGBTIAQ+ europea ha preso le distanze dallo sterminio israeliano su Gaza, condotto sotto il governo illiberale di Netanyahu e costata finora oltre 70mila morti, con una distruzione quasi totale di una striscia ormai occupata quasi per intero dalle truppe israeliane. Proprio su questo terreno, però, in Europa si sono registrati anche momenti di scontro fortemente polarizzato,  fino alla marginalizzazione di associazioni ebraiche da alcuni Pride.

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Ma mentre una parte di comunità, non necessariamente maggioritaria, sente come prioritaria la battaglia in difesa di altri popoli e comunità oppressi, nel frattempo, quello che si registra in Europa è un fiorire di simpatie da parte di persone della comunità LGBTIAQ+ per le politiche securitarie della destra. I dati sono dismogenei e non sempre specificatamente divisi tra gay, lesbiche bisessuali trans eccetera+. Ma la sensazione generale è che un certo modo di fare attivismo nella propria bolla faccia perdere contatto con la realtà che, quando sarà troppo tardi, nessuno avrà visto arrivare. Ai Pride italiani, sommando tutte le cifre di partecipazione, ci sono circa mezzo milione di persone. Le persone LGBTIAQ+ in Italia sono non meno di cinque milioni (IPSOS, 2023).

Di recente anche in Italia abbiamo assistito alla nascita dei Gay Conservatori e Liberali, che si è in verità presto dissolta. Ma forse l’Italia non ha ancora una destra sufficientemente matura da alzare lo sguardo verso il potenziale elettorato LGBTIAQ+. Giorgia Meloni, appena dopo l’attentato al CDS di Berlino, è riuscita a mandare solidarietà all’intera Germania senza nominare il Pride, parola che ella non è disposta a pronunciare neanche quando si contano i morti. Segnale di un’immaturità istituzionale che sta logorando il suo consenso.

Ma il mondo va avanti anche senza l’Italia. E qualcosa si è rotto nel voto LGBTIQ+ europeo. Lo racconta El Mundo in un articolo che attraversa Francia, Germania, Regno Unito e Spagna: gli elettori LGBTIQ+, un tempo saldamente ancorati alla sinistra, si spostano in massa verso l’estrema destra.

Il fenomeno ha un nome, coniato negli Stati Uniti dall’autrice Jasbir Puar dopo l’11 settembre: omonazionalismo. In Europa il precursore fu il populista olandese Pim Fortuyn, ucciso nel 2002 (poi sepolto in Italia) da un militante di sinistra: gay dichiarato, Fortuyn difendeva i diritti omosessuali e insieme attaccava islam e immigrazione, da lui definiti “una minaccia al liberalismo sociale“.

In Francia, come raccontato lo scorso marzo da Gay.it, un sondaggio Ifop per Têtu certifica che il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella è oggi il primo partito tra gli elettori LGBTQ+, al 27% alle presidenziali del 2027, dieci punti in più rispetto a tre anni fa. Cresce anche la sinistra populista di La France Insoumise di Mélenchon, al 25%. A perdere consenso sono i Repubblicani, il Partito Socialista che pure varò il matrimonio egualitario, e soprattutto il centro di Macron, incluso l’ex premier Gabriel Attal, gay dichiarato che in verità secondo tutti i pronostici potrebbe vincere la corsa all’Eliseo.

El Mundo intervista il sondaggista francese di Ipsos François Kraun che dice che la compagine nera di Bardella “attrae elettori gay di destra, soddisfatti dei diritti conquistati e sedotti dal programma sicurezza“, con uno scarto di genere: le lesbiche restano più vicine a Mélenchon, percepito come sensibile ai diritti delle donne. Paul Cébille, direttore dell’altro istituto di ricerca Hexagon, lega lo spostamento a disagio economico e percezione di insicurezza legata all’immigrazione nei centri urbani.

In Germania, come anticipato più di un anno fa da Gay.it, un sondaggio del sito di incontri Romeo dà l’estrema destra Alternative für Deutschland al 27,9% tra gli omosessuali, davanti ai Verdi al 19,9%. Ingombrante la figura della leader AfD Alice Weidel (qui il suo coming out nel 2017 ), lesbica dichiarata, compagna di una donna dello Sri Lanka e madre di due figlie, nonostante dichiarazioni durissime sull’immigrazione, descritta come fatta di “donne con burqa e velo, uomini con coltelli che vivono di sussidi”.

Nel Regno Unito è il Reform UK di Nigel Farage guida le preferenze LGBTIQ+ al 25%, davanti a Verdi (19%), Labour (18%) e Conservatori (15%). Lo stesso partito è primo anche tra le donne eterosessuali.

Fa eccezione la Spagna, dove il 60% della comunità LGBTIQ+, circa tre milioni di elettori, vota ancora a sinistra. Ma Vox cresce dal 7,1% al 9,1%, e il leader Santiago Abascal rivendica sul canale Cuatro un futuro sostegno gay al suo partito, ricordando la linea dura contro chi vorrebbe “buttarli giù da un tetto o appenderli a una gru“. Il riferimento della destra, ancora una volta, è ai paesi di religione musulmana, molti dei quali criminalizzano l’omosessualità.

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