Mentre il Governo Meloni e la destra di maggioranza procede con il Ddl Valditara per vietare educazione sessuo-affettiva alle scuole materna ed elementari e sottoporla al consenso obbligatori dei genitori alle medie e alle superiori, di fatto escludendo il coinvolgimento di molti insegnanti e consulenti LGBTIAQ+ dal circuito didattico delle scuole italiane, gli scout cattolici decidono che essere LGBTIAQ+ non può più essere motivo di esclusione dal ruolo di capi educatori per i giovani scout.
L’Agesci apre formalmente alla possibilità che persone omosessuali e trans possano ricoprire il ruolo di capi educatori all’interno degli scout. Una decisione destinata a segnare un passaggio storico per una delle realtà educative cattoliche più diffuse del Paese, arrivata dopo tre anni di confronto interno, gruppi di ascolto e attività di formazione.
L’associazione ha approvato un documento ufficiale che stabilisce un principio netto:
l’orientamento sessuale e l’identità di genere non possono essere utilizzati come criteri di esclusione nella selezione degli educatori
Scelta che arriva dopo decenni di ambiguità, esclusioni e casi di allontanamento dalle comunità capi, spesso motivati dalla presunta incompatibilità tra orientamento sessuale, identità di genere e scelta cristiana.
A sintetizzare il senso politico ed educativo della decisione sono gli stessi responsabili nazionali dell’Agesci: “Ci abbiamo messo del tempo, ma non potevamo più fare finta di niente”.
La decisione dell’Agesci sui capi scout LGBTQIA+
Il documento, appena approvato dal consiglio generale dell’Agesci, chiarisce che le persone LGBTQIA+ possono assumere ruoli educativi nell’associazione scout cattolica. Fino a oggi, secondo la ricostruzione di La Repubblica, le persone LGBTQIA+ potevano far parte dell’associazione, ma non sempre accedere ai ruoli di capi educatori.
È una sfumatura importante: la posizione Agesci non dice semplicemente “le persone LGBTQIA+ possono fare i capi”, ma introduce un criterio di valutazione basato sulla “testimonianza di vita“, che è un concetto teologico, non neutro. In sostanza l’associazione non rinuncia a giudicare l’idoneità educativa, sposta solo il piano su cui lo fa: dall’identità alla condotta. Questo potrebbe essere letto anche come una clausola di riserva, non solo come un’apertura.
La novità riguarda dunque il cuore stesso dell’esperienza scout: l’educazione di bambinə, adolescenti e giovani, affidata a volontari e volontarie che accompagnano i gruppi nelle attività, nella vita comunitaria e nei percorsi di crescita personale. Il nuovo orientamento associativo non introduce un metodo diverso, ma specifica che l’orientamento sessuale o l’identità di genere di un capo non possono essere motivo di esclusione.
Nel testo citato dal quotidiano, i responsabili dell’associazione spiegano che il documento rappresenta “un passo di maturazione associativa ed educativa”, precisando che non modifica il metodo scout. Al contrario, lo richiama nei suoi principi fondamentali: “il riconoscimento della piena dignità di ogni persona, il rifiuto di atteggiamenti discriminatori e la necessità di costruire ambienti educativi sicuri, accoglienti e rispettosi”.
Un percorso maturato dopo tre anni di confronto
La svolta non nasce all’improvviso. Dal 2022, all’interno dell’Agesci, una commissione interna ha portato avanti gruppi di ascolto e momenti di formazione dedicati al tema dell’inclusione delle persone LGBTQIA+. Un percorso sostenuto anche dalla base dell’associazione e da chi ha scelto di raccontare la propria esperienza.
Secondo i responsabili nazionali, la decisione è stata resa possibile anche dal coraggio di chi ha condiviso storie personali spesso segnate da sofferenza, esclusione e ferite. Il documento, inizialmente atteso per settembre, è stato invece pubblicato con cinque mesi di anticipo ed è già stato inviato ai gruppi territoriali.
La capo guida Giorgia Caleari riconosce il peso di questo ascolto: “Abbiamo ascoltato storie che ci hanno mostrato sofferenze reali, esclusioni e ferite. E quando una comunità educativa ascolta davvero, non può fare finta di niente”.
È proprio su questo punto che la decisione assume una rilevanza non solo organizzativa, ma culturale. L’Agesci non si limita a dichiarare un principio astratto di accoglienza, ma interviene su una questione concreta: l’accesso ai ruoli educativi, cioè la possibilità per persone LGBTQIA+ di essere riconosciute pienamente come adulte responsabili dentro una comunità cattolica.
Il rapporto con la Chiesa e il Sinodo di Papa Francesco
Nel percorso che ha portato all’approvazione del documento, un ruolo viene attribuito anche al cambiamento di clima all’interno della Chiesa cattolica. Il capo scout Bruno Guerrasio, co-responsabile nazionale dell’Agesci, indica come riferimento il Sinodo di Papa Francesco e il progressivo riconoscimento del tema dell’inclusione delle persone LGBTQIA+ nel dibattito ecclesiale.
La capo guida Giorgia Caleari, intervistata da La Repubblica, spiega: “La novità è che dopo anni di chiusura abbiamo trovato una Chiesa con cui camminare insieme, talvolta stando anche più avanti di noi”.
L’Agesci, storicamente legata al mondo cattolico, colloca la propria decisione dentro un percorso ecclesiale più ampio, ma allo stesso tempo riconosce di aver dovuto affrontare un ritardo interno. Non si tratta solo di recepire un cambiamento esterno, ma di elaborare una posizione autonoma a partire dall’esperienza associativa e dalle storie ascoltate nei territori.
Le ferite del passato e le esclusioni dai ruoli educativi
Il nuovo documento arriva dopo un passato segnato da posizioni molto discusse. Basti ricordare il convegno del 2012 in cui si provò a sostenere che i capi scout omosessuali non dovessero dichiarare il proprio orientamento sessuale, per evitare di “turbare e condizionare i giovani”.
Quella impostazione, oggi, appare distante dalla scelta appena compiuta dall’Agesci. Per anni, la presenza di persone LGBTQIA+ nei ruoli educativi è stata oggetto di valutazioni implicite, tensioni comunitarie e, in alcuni casi, allontanamenti. Molte persone hanno vissuto la propria identità in modo silenzioso, temendo che la visibilità potesse diventare un ostacolo alla permanenza nell’associazione.
Caleari invita a leggere quelle scelte nel contesto culturale ed ecclesiale in cui sono maturate, senza però rimuoverne le conseguenze: “Probabilmente molte scelte del passato erano figlie della sensibilità culturale ed ecclesiale di quel tempo, e tante persone hanno agito convinte di fare il bene dell’associazione e dei ragazzi”.
La stessa responsabile aggiunge però che oggi la consapevolezza è cambiata. Il riconoscimento delle sofferenze prodotte da esclusioni e silenzi diventa così parte integrante della nuova posizione associativa.
“Non c’è discontinuità con il passato”: la posizione dei responsabili
Guerrasio e Caleari respingono l’idea che il documento rappresenti semplicemente un adeguamento ai tempi. Secondo i responsabili nazionali, la scelta nasce dalla volontà di dare maggiore concretezza ai valori già presenti nel metodo scout.
“Non c’è nessuna discontinuità con il passato, neanche un adeguarsi ai tempi”, spiegano, rivendicando una continuità con i principi di accoglienza, relazione e riconoscimento della persona. L’esperienza scout, nella loro lettura, si fonda da sempre sull’inclusione e sulla responsabilità educativa.
La decisione, dunque, viene presentata non come una rottura identitaria, ma come una maturazione. La linea indicata dall’Agesci è che l’inclusione delle persone LGBTQIA+ nei ruoli educativi non modifichi la natura dell’associazione, ma renda più concreta l’applicazione dei suoi stessi valori.
Il punto resta politicamente rilevante: per la prima volta, dopo oltre cinquant’anni di storia associativa, l’orientamento sessuale e l’identità di genere vengono esplicitamente esclusi dai criteri che possono impedire a una persona di diventare capo scout.
Una svolta per gli scout cattolici italiani
La decisione dell’Agesci arriva in un momento in cui il rapporto tra comunità LGBTQIA+ e realtà cattoliche continua a essere attraversato da tensioni, aperture parziali e resistenze. Per questo la presa di posizione degli scout cattolici italiani assume un valore che va oltre la vita interna dell’associazione.
L’Agesci è una delle principali realtà educative del Paese e coinvolge migliaia di giovani, famiglie, volontari e comunità territoriali. Stabilire che una persona omosessuale o trans possa essere capo educatore senza che la sua identità diventi un motivo di esclusione significa intervenire su un nodo concreto: chi può educare, chi può essere riconosciuto come adulto credibile, chi può abitare pienamente uno spazio cattolico senza dover nascondere parti essenziali di sé.
La formula scelta dai responsabili è prudente, ma chiara. La decisione non nasce “per condannare il passato”, ma per “aiutare l’associazione a crescere in capacità di accoglienza e responsabilità educativa”.
In questo senso, la svolta Agesci non cancella le ferite di chi in passato è stato escluso o ha scelto di andarsene. Le riconosce, almeno in parte, e prova a trasformarle in un nuovo criterio associativo. Con il nuovo documento, dentro l’associazione scout cattolica italiana, orientamento sessuale e identità di genere non potranno più essere usati come motivo per escludere una persona dai ruoli educativi.
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