Anis Smati, 24 anni, è stato brutalmente aggredito davanti alla stazione di Parma, vittima dell’ennesimo episodio di violenza omofoba in un Paese che continua a non offrire protezione adeguata alle persone LGBTQIA+. Mentre la spirale d’odio cresce e nuove vittime vengono colpite, il Governo sembra scegliere la strada opposta: invece di promuovere l’educazione al rispetto e alle differenze, vuole vietarla nelle scuole.
Anis ha accettato di rilasciare a noi di Gay.it la sua testimonianza, sottolineando ancora una volta la necessità di una legge nazionale contro l’omobitransfobia.

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Il racconto di Anis, il 24enne vittima di aggressione omofoba a Parma
L’aggressione a sfondo omofobo è avvenuta sabato 18 ottobre intorno alle 14, nei pressi della stazione di Parma. Anis Smati, giovane studente di Design del prodotto all’Accademia di Belle Arti di Bologna e presidente del Rotaract Club Carpi, era appena arrivato in città per motivi di lavoro quando un uomo lo ha brutalmente aggredito, semplicemente perchè gay. “Ed io, ovviamente, non lo avevo scritto sulla faccia, ma a quanto sembra questa persona abbia interpretato i miei vestiti come un vestito per omosessuale, sebbene fossero normali”, ha esordito Anis, contattato da Gay.it.
La paura nel ragazzo è ancora palpabile nel corso del suo racconto. “Questa persona non la conoscevo e non l’ho mai vista”, racconta Anis. “Mentre camminavo ha cercato di darmi uno sgambetto per farmi cadere. Io l’ho sentito che voleva farmi cadere. Mi sono girato e gli ho detto: “Tutto a posto?” e lui mi ha risposto: “Vai via, fr*cio di m*rda, se no ti picchio””. Da lì la situazione è degenerata in pochi secondi. “Gli ho risposto: “Come ti permetti di dire queste cose e comportarti così?” e lui ha iniziato a picchiarmi. Io ho cercato di difendermi, ma era abbastanza forte. Mi ha dato un pugno, una testata, mi ha fatto cadere. Ho dolori fisici e mi ha rotto gli occhiali”.
Ciò che il 24enne ha trovato completamente assurdo, nell’intera vicenda, è stato però “il menefreghismo della gente”.
“C’erano minimo cinquanta persone lì attorno e l’unica che ha cercato di evitare l’aggressione è stata una donna, che da lontano cercava di chiamare il 112. Nessuno è intervenuto, tranne dopo circa cinque minuti dall’inizio del pestaggio sono arrivati altri due uomini di colore che hanno cercato di fermarlo”, ha aggiunto con delusione.
L’aggressore, di contro, si sentiva “libero, deciso di ciò che faceva e convinto di avere ragione ad aggredire una persona per la sua omosessualità, genere o orientamento sessuale”. Solo in seguito è giunta la polizia, che ha identificato l’aggressore, un uomo “abbastanza adulto, sui 32-35 anni circa”.
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I giorni di prognosi
Oggi Anis vive ancora in un clima di ansia costante solo al pensiero di uscire, prendere treni o autobus. “Ciò che mi dà fastidio, è il fatto che io non riesca a difendermi in casi del genere, perché non c’è una legge che mi protegga quando sono in giro e quando vengo aggredito in questa maniera”.
Il ragazzo ha spiegato, a tal proposito, che “solo se ho 20-40 giorni di prognosi la situazione cambia, perché i carabinieri arrestano sulla base dei giorni di prognosi. Quindi questa persona resta libera, e questo mi mette molto in ansia. Credo che debba esistere una punizione per chi aggredisce senza motivo”. Al 24enne sono stati diagnosticati 7 giorni di prognosi. “In una situazione del genere, quindi, io devo sperare di star male abbastanza per riuscire a fermare questa persona”.
Dopo l’aggressione, Anis si è rivolto ad un avvocato, che lo sta aiutando a presentare denuncia formale alle forze dell’ordine.
L’invito a denunciare
Anis, di origini tunisine – ma nato a Carpi -, ha vissuto in Tunisia e successivamente anche a Parma, dove ha conseguito una laurea triennale in Ingegneria, ma “non ho mai vissuto una cosa simile”.
In chiusura, il ragazzo ha voluto sottolineare con forza l’importanza di denunciare simili aggressioni e di non sentire la paura di parlarne: “Io magari sono stato coraggioso e spero che sia una buona cosa a parlarne e sensibilizzare sull’argomento. Non avrei voluto pubblicare sui social qualcosa di così intimo e privato, ma sentivo il bisogno di farlo per dire che è necessario. Perché se questa persona viene arrestata solo con 40 giorni di prognosi, la mia denuncia, dove io sono stato male fisicamente e moralmente, non vale a nulla, dal momento che sarà solo segnalata”.

