Babygirl non è un thriller erotico: è meglio

Il film di Halina Rejin esce al cinema e riscrive le regole del genere, con una Nicole Kidman che è una forza della natura.

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Il nuovo film di Halina Rejin destruttura le regole del thriller erotico, con una Nicole Kidman meravigliosamente fuori controllo (in foto: Nicole Kidman e Harris Dickinson in una scena del film)
Il nuovo film di Halina Rejin destruttura le regole del thriller erotico, con una Nicole Kidman meravigliosamente fuori controllo (in foto: Nicole Kidman e Harris Dickinson in una scena del film)
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Come funziona un thriller erotico? Prima di tutto ci sono un uomo e una donna. Entrambi si incontrano dentro una grande metropoli, non sempre ma quasi sempre New York. Incrociano i propri sguardi dall’altra parte dell’ufficio dove lavorano, non sempre ma quasi sempre attraverso grandi pareti a vetro. Uno dei due ha una famiglia il più tradizionale possibile, in un’area residenziale non sempre ma quasi sempre con portico e vista lago sul retro. Per uno dei due, cedere a quello sguardo significa rischiare di perdere qualcosa: famiglia, reputazione, posto di lavoro, un’idea di sé stesso su cui ha fondato una vita intera. Noi spettatori, a differenza loro, godiamo di una posizione privilegiata: possiamo desiderare quello che vediamo senza farne parte, con una distanza di sicurezza che i protagonisti di questi film non sanno mantenere. In Babygirl, secondo film di Halina Reijn, presentato all’81esima edizione del Festival del Cinema di Venezia e nei cinema italiani dal 30 gennaio, Romi (Nicole Kidman, che per questo ruolo si è portata a casa la Coppa Volpi ma non la nomination ai prossimi Oscar) crede di poter fare lo stesso: CEO di un’azienda tecnologica che costruisce robot, incarnazione della girlboss, rinomata ‘strategy expert’ e ‘human expert’ tanto da finire nella top ten delle donne più potenti e fingere un orgasmo con suo marito (Antonio Banderas).

 

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Tra la realtà di tutti i giorni e le fantasie che Romi vive quando si masturba di nascosto a notte fonda, c’è una dualità che sembra non trovare mai un punto d’incontro, finché non conosce Samuel (Harris Dickinson), nuovo intern che parla con lei senza mai abbassare la testa, la provoca sul posto di lavoro davanti i colleghi, e ha ventinove anni in meno (Romi ne ha 57). Una simile differenza d’età che si portava anche Diane Lane con Olivier Martinez in Unfaithtful – L’amore Infedele. Entrambe trovano in quei ragazzi più giovani un risveglio del piacere così imprevedibile e privo di contegno, che con i loro mariti sembra non esserci stato mai. Insieme a Samuel, Romi lecca il latte dalla ciotola, mangia un biscottino tra le sue mani come una cagnolina col padrone, gattona sulla moquette di un putrido hotel quattro stelle come faceva Kim Basinger con Mickey Rourke in 9 settimane e mezzo. Ma qui c’è qualcosa che mancava nel 1986: sia Romi sia Samuel scoppiano a ridere durante l’atto, si imbarazzano per la pantomima, esitano e fanno domande impacciate a vicenda: ‘We’re like two children playing and it’s natural’ dice lei a lui, mostrando una vulnerabilità che durante un convegno aziendale considererebbe una debolezza da sopprimere.

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Nicole Kidman ha vinto per Babygirl la Coppa Volpi come Miglior Attrice a Venezia 81
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In questo senso Romi compie un percorso antiorario rispetto alle precedenti eroine: se per loro la perdita di controllo rischiava di distruggere il comfort della facciata borghese, qui è una via per destrutturarla. Romi è sia Glenn Close sia Michael Douglas in Attrazione Fatale: abbastanza folle da seguire Samuel a tarda notte e implorarlo di non andarsene, e allo stesso tempo terrorizzata di giocarsi famiglia e lavoro. Perché Babygirl, nell’atto pratico, non è un thriller erotico: ne indossa i panni, i ritmi serrati, le musiche (in primis, uno splendido utilizzo di Father Figure di George Michael), quella sregolata spontaneità che nel cinema odierno vediamo sempre meno, per poi imboccare una direzione completamente opposta. Se in Unfaithful, l’unica via da percorrere per ritrovare l’equilibrio iniziale era sotterrare (letteralmente) il tradimento, in nome del tacito accordo e del silenzio reciproco, la Romi di Nicole Kidman azzarda quello che Diane Lane con suo marito Richard Gere, non avrebbe mai osato: dire ad alta voce quello vuole, al costo di non essere capita e non sembrare più ‘normale’. Sulla locandina italiana c’è scritto ‘Cinquanta sfumature di Nicole’, ma questo non è un film su sesso, bdsm, kink, e nemmeno sul consenso, ma piuttosto su quanto ci vergogniamo a parlare di quello che desideriamo davvero, e cosa siamo disposti a fare per metterlo in pratica.

Se nel thriller erotico l’incomunicabilità è la colonna portante dell’erotismo, in Babygirl  comunicare è l’unica chiave per riaccenderlo. Avviene senza moralismi o paternali, ma attraverso l’unico scambio di sguardi che interessa davvero a Helina Rejin: quello tra Nicole Kidman e il pubblico. Nell’ultima scena del film, la sua Romi è esattamente dove l’abbiamo trovata all’inizio. Ma questa volta i suoi occhi guardano dritti nei nostri, e ce lo sta dicendo alla luce del sole: non è mai stata ‘normale’, e nemmeno noi.

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