Barbra Streisand canta sul palco degli Oscar dopo 36 anni

La cantante icona queer torna ad esibirsi agli Academy Awards con la struggente "The Way We Were". Incipit friendly col coro gay di L.A. Premi frammentati: "Argo" miglior film, la regia va ad Ang Lee.

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Sono circa le cinque del mattino in Italia quando alla cerimonia degli Academy Awards presso il Dolby Theatre di Los Angeles, dopo il tradizionale video commemorativo dedicato alle personalità cinematografiche defunte l’anno scorso, appare lei in un fulgido Donna Karan black and gold, la divina, l’iconissima, Barbra Streisand. Erano ben 36 anni che la Venerabile non si esibiva agli Oscar, e la sua è stata una performance emozionante sul filo della nostalgia – certo, a settant’anni la voce non è più la stessa di un tempo ma il carisma sì: ha intonato un classico immortale, The Way We Were dal cult di Sydney Pollack Come eravamo per omaggiare il compositore Marvin Hamlisch, scomparso sei mesi fa, “un compositore di straordinaria profondità e versatilità, un amico sensibile e generoso che riusciva sempre a farmi ridere – ha raccontato Barbra -. Nel corso degli anni abbiamo condiviso un gran numero di avventure. Marvin ci ha lasciato troppo presto. Ma io avrò sempre quei magnifici, magnifici ricordi”. E partono le note struggenti della malinconica hit passata alla Storia.

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Un’edizione, l’85esima, snella, ben scenografata e ricca di numeri musicali: un’altra Dame iconica, Shirley Bassey vestita da Isabel Christensen, ha incantato il pubblico con l’ineffabile Goldfinger per i 50 anni di James Bond, celebrati poi da due Oscar a Skyfall, alla magnifica canzone omonima di Adele e al montaggio sonoro ex-aequo con Zero Dark Thirty. Una deliziosa Norah Jones si è esibita col pezzo jazzy candidato Everybody needs a best friend dalla sboccata commedia Ted che ha visto duettare l’orsetto in carne e pelo col simpatico presentatore Seth McFarlane. Il musical top di quest’anno, Les Misérables, si è difeso bene con tre statuette per il trucco, il sonoro e la migliore attrice non protagonista, una radiosa Anne Hathaway in Prada rosa pallido con capezzoli puntuti e gioielli Tiffany.

Incipit di cerimonia decisamente queer: l’apparizione del coro gay di Los Angeles diretto da McFarlane in tuxedo Gucci al termine del contestato stacchetto We Saw Your Boobs (“Abbiamo visto le vostre tette”) con l’elenco dei seni scoperti visti al cinema. Si sorride quando il presentatore ricorda che Kate Winslet li mostra praticamente in tutti i suoi film e, in collegamento video col capitano Kirk di Star Trek, alias William Shatner, si giustifica dicendo: “Ma io non sono un membro del coro…” mentre Shatner ribatte malizioso: “Ancora qualche anno e ne farai parte!”.

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Premi frammentati e spalmati fra varie pellicole, a riprova dell’assenza di un titolo “forte”: vince il bel dramma di Ben Affleck Argo, teso e ben costruito, ma la regia va, a sorpresa, al grande Ang Lee per il visionario Vita di Pi che risulta il più premiato con quattro Oscar (anche fotografia, effetti speciali e colonna sonora). Si ripete così l’esito di Brokeback Mountain, con Lee premiato come regista – ha ringraziato in indù con un “Namastè” anche indirizzato al Dio del Cinema e alla moglie per i trent’anni di matrimonio – ma non come miglior film. Argo non va oltre le tre statuette con altri due riconoscimenti: sceneggiatura non originale e montaggio. Delusione Lincoln, che delle dodici nominations si porta a casa solo la scenografia e l’attore protagonista, un sacrosanto Daniel Day-Lewis al terzo Oscar come Meryl Streep che gli consegna il premio e con cui scherza amabilmente in chiave gender (“la prima scelta di Spielberg era lei, a me avevano proposto The Iron Lady“). La ventiduenne Jennifer Lawrence, mattatrice nello psicodramma Il lato positivo batte tra le attrici protagoniste la decana Emmanuelle Riva di Amour, citofonato miglior film straniero, ma a causa del suo ingombrante Dior multistrato inciampa sulle scale e rovina a terra come Loredana Bertè vestita da sposa al Festivalbar dell’82. Bis come non protagonista all’austriaco Christoph Waltz per l’irresistibile dentista cacciatore di taglie nell’ottimo Tarantino Django Unchained, geniale rivisitazione del genere western in chiave pop (curiosamente tutti i candidati aveva già vinto la statuetta, e De Niro ben due).

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L’unica vera sorpresa arriva nel finale con Michelle Obama in diretta video dalla Casa Bianca che apre la busta col titolo del miglior film, presentata da un sornione Jack Nicholson che le passa la parola nel divertito stupore generale. Ben Affleck è emozionato e raggiante: “Grazie ai miei amici che vivono in condizioni non facili e a mia moglie (Jennifer Garner, ndr) che ha lavorato al nostro matrimonio per dieci Natali. Grazie all’Academy. Non importa quanto certe cose ti possano buttare giù. Nella vita alla fine bisogna sempre risollevarsi”. Ne sa qualcosa Jennifer Lawrence.

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