Beatrice Quinta: “Parlo sempre di sesso perché ho scoperto che posso godere” – Intervista

Dopo alcune hit divertenti e provocatorie, la finalista di "X Factor 2022" debutta con l'EP "Devota" in cui, per la prima volta, mostra anche il suo lato più vulnerabile. Previsto un visual in uscita il 24 maggio: ecco che cosa dobbiamo aspettarci.

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Beatrice Quinta, da X Factor al primo EP
Beatrice Quinta presenta a Gay.it l'EP "Devota"
6 min. di lettura

A X Factor ha avuto il merito di farci destare dal lungo sonno nel quale il programma ormai da anni ci aveva fatti cadere. Su quel palco Beatrice Quinta – seconda classificata nel 2022 dietro i Santi Francesi – è stata in grado di intrattenere come solo le vere popstar sanno fare e se il singolo Se$$o ci aveva divertiti ora, a sorpresa, la cantautrice siciliana di stanza a Milano riesce nell’ancor più ardua impresa di ammutolirci mettendosi completamente a nudo con il suo primo EP Devota (Sony Music Italy).

6 tracce in cui Beatrice si concede un lusso che finora si era negata: presentarsi a chi l’ascolta con tutte le proprie fragilità giocando la carta della sincerità, quella più brutale possibile. Un po’ più Visconti (questo il suo vero cognome) e leggermente meno Quinta.

Per l’occasione ha fatto le cose in grande, dando al disco una cornice anche visiva attraverso quello che lei stessa, seduta sui divanetti degli uffici di Sony, a Milano, descrive a Gay.it con grande entusiasmo come “un crossover tra uno shortfilm e un visual ep” che uscirà il 24 maggio. La nostra Beyoncé, praticamente. Paragone che non deve dispiacerle affatto se è vero che, come ci ha confidato, non ha fatto salire in casa per una settimana il suo migliore amico solo perché il malcapitato le ha rivelato di non aver gradito particolarmente l’ultimo disco di “Queen B”.

Per essere un progetto d’esordio non ti sei affatto tenuta. Complimenti per il coraggio.

Quello fortunatamente o purtroppo non manca (ride, ndr).

Hai detto che questo disco è arrivato dopo un percorso di introspezione difficile…

Mi sono resa conto che tantissime cose della mia adolescenza a Palermo e dei primi anni qua a Milano non le avevo elaborate davvero, e grazie alla musica ho capito quali fossero. Quando ho scritto quelle cose mi sono detta: “Cavolo sto guarendo”. Ho compreso quali momenti della mia vita siano stati veri e propri traumi, che io non chiamavo tali. Quando ti togli il senso di colpa di dosso li puoi trattare per quello che sono e guarire: per me questo è stato “Devota”.

A cosa sei devota quindi?

Sono le prime volte in cui mi sento devota a me stessa e, quindi, all’amore verso gli altri, perché come dice RuPaul: “If you can’t love yourself how the hell you gonna love somebody else?”. È un senso di devozione verso quello che ho scelto: la musica, l’arte e la fede negli umani. Non voglio che questa rabbia continua che ho e che vedo anche nel mondo mi faccia pensare che non c’è una parte buona a cui essere devota, perché c’è, il senso di comunità che vivo ad esempio nel mio piccolo è gigante, e le persone che ho accanto mi hanno salvata.

Beatrice Quinta EP "Devota"
Beatrice Quinta, è uscito l’EP di debutto “Devota”

Oggi se ti guardi allo specchio chi vedi?

Una mini donna con più consapevolezze, una persona forte.

In passato non lo sei stata?

Ho creato Beatrice Quinta perché nella vita mi sentivo estremamente fragile, avevo bisogno di un alter ego che fosse indistruttibile. Nella musica non mi sono mai data il permesso di essere fragile, questa è la prima volta che sono riuscita a farlo. Ho nuove consapevolezze che non mi fanno uscire pazza quando mi mostro vulnerabile: ho sempre paura che usino la mia fragilità contro di me e per questo tendo a mettere muri tra la mia emotività e quella degli altri.

Ora Beatrice Visconti e Beatrice Quinta collimano?

In realtà le separo ancora tanto. Nel momento in cui metto la parrucca e il tacco già vedo che arriva Beatrice Quinta. Vorrei che Beatrice Visconti a volte fosse un po’ più simile a lei, perché molte cose ancora le fanno male. Sul palco no, perché quello è showbiz, ma nella vita reale tutti siamo più restii ad accettare le critiche e anche noi stessi. Io dico sempre: “Amatevi!”, ma io quando mi amo?

Quanto è stato difficile farti vedere vulnerabile come nel brano Pelle? Lì sei proprio nuda.

Sì, lo sono a livello di arrangiamento perché ho solo un pianoforte e anche a livello di testo. È molto più facile essere nuda in metropolitana che nella musica (si riferisce a quando, nel dicembre 2022, si è tolta i vestiti sulla banchina della metro di Milano, ndr). Ci ho messo 25 anni, è una di quelle canzoni che ogni volta dicevo: “Vabeh non la metto”. Volevo tenermela per non far vedere questa parte di me, poi però ho pensato anche alle persone che mi scrivono nei DM: loro riescono sempre a essere sincere con me, quindi ho sentito la necessità di esserlo a mia volta con chi mi segue e con me stessa.

La canzone racconta una relazione tossica. Hai capito perché sei caduta in certi schemi?

Ci sono relazioni in cui si è tossici in due. Se senti che l’altro sta sbagliando e per proteggerti non glielo dici diventi tossico quanto lui, e poi diventa una gara a chi è più forte e si mostra più imperturbabile. Mi sono resa conto che è molto più facile dire che l’altra persona ha sbagliato e darle tutte le colpe quando invece anche noi ne abbiamo.

È un disco molto fisico e carnale.

Il sesso occupa una grande fetta della mia vita, se ne parlo h24 c’è un motivo, nel senso che mi sto ancora scoprendo. Ho sempre visto il sesso come scambio di potere che non aveva niente a che fare con il piacere; solo negli ultimi anni ho scoperto che potevo godere. Questo ha cambiato la mia prospettiva, quindi ne continuo a parlare perché sto disperatamente cercando di capire cos’è il piacere per me, come voglio viverlo e soprattutto voglio essere libera nello scegliere con chi voglio provarlo quando mi pare e piace.

Il concetto di libertà torna spesso: che cos’è per te e di che cosa ti sei liberata?

Del giudizio che ho nei miei confronti e delle aspettative che gli altri possono avere su di me. Nel mio caso libertà è fare le cose perché voglio farle e non perché qualcuno vuole che io le faccia, in ogni ambito: sessuale, personale, musicale.

Hanno mai provato a tarparti le ali?

Soprattutto durante l’adolescenza a Palermo: là il giudizio era molto più pesante di quello che poi ho vissuto a Milano. Quando ero al liceo era un giudizio soprattutto a livello sessuale e non mi ha permesso di vivermi la sessualità in maniera leggera e consapevole, perché sapevo che dietro la porta c’era qualche insulto che mi potevano lanciare. Stavo facendo quello che facevano gli altri ragazzi nella mia scuola solo che io venivo chiamata “buttana” e loro “playboy”.
A livello musicale invece sentivo che le persone a cui facevo ascoltare i pezzi erano sempre sul chi va là per il mio modo di parlare, e tendevano a volere una versione di me un po’ ripulita.

Che cosa ha significato tornare a Palermo, dopo quei giudizi, come madrina del Pride lo scorso anno?

È stata una bella soddisfazione. Palermo ha un Pride stupendo perché non c’è niente di commerciale, ci mettono davvero il cuore e lo fanno in maniera sovversiva sotto certi aspetti. Rappresenta bene la nostra città. Mi aveva invitato Luigi Carollo, persona meravigliosa che è mancata da poco, era uno degli organizzatori del Pride, è stata la serata più bella degli ultimi anni, e ha significato tornare in un ambiente protetto, l’unico dal quale mi sia davvero sentita mai accettata.

Il tuo disco è uscito il 17 maggio, giornata contro l’omobitransfobia: un EP nato sotto una stella queer…

Se ci sono delle persone che devo ringraziare sono le persone queer di Milano che mi hanno supportato veramente quando nessuno credeva in me, come tutti i ragazzi del Plastic. Ho avuto un supporto non indifferente dalla comunità LGBTQIA+ e quando ti fai due conti interiori e ti chiedi chi siano le tue persone… ecco: loro sono quelle a cui devo dire grazie.

Come vedi i tempi che stiamo vivendo in materia di libertà di espressione?

Male, e il problema è che non so come possiamo cambiare le cose. È una domanda che mi faccio spesso e che rilancerei a tutti gli artisti che conosco perché ci vuole una dose di coraggio che non puoi imporre a tutti, non ce l’ho neanche io a tratti, ma vorrei si parlasse un po’ di più del sociale e che i cantanti non cantassero e basta.

Quando lo fanno succede un patatrac…

Il punto è che non è un problema solo italiano, ma mondiale, fa ancora più paura per questo.

Senti ancora dei pregiudizi nei tuoi confronti?

Sì, però io mi sento sempre un po’ guardata male.

Perché lo fai tu per prima con te stessa?

Sono talmente critica nei miei confronti che penso che tutti quelli che incontro o che potrebbero potenzialmente seguirmi sotto sotto invece mi odino. Credo di avere tanto da dimostrare e di non averlo ancora fatto.

Parlami del visual EP che hai realizzato per Devota.

That’s my shit! (ride, ndr). Si apre con un monologo tratto da “Le Buttane” di Aurelio Grimaldi ed è la storia di una ragazza che in una villa antica racconta due giorni di perdizione nella nightlife palermitana. Quindi parte il lato musicale con i vari visual, e in chiusura c’è un altro monologo di liberazione, questa volta tratto da “Un filo d’olio” di Simonetta Agnello Hornby, che recita: “Sentivo queste ragazze dall’androne, le loro voci si affievolivano e sembravano delle maschere di desiderio negato, e come loro per la prima volta anch’io sognavo l’amore per me”. È il senso di “Devota”: tentare in maniera sana di amarsi.
Anche a livello estetico è qualcosa di nuovo per me: metto sempre ciglia finte, sono molto truccata e studiata, qui invece ci sono le calze rotte, il trucco inesistente. Un dato di realtà che non avevo mai provato perché nella musica ero abituata a nascondermi. Ora, invece, anche a livello estetico vedete una Beatrice più sincera.

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