La Calabria arcobaleno esiste, ma spesso resta senza luoghi, senza strutture, senza continuità. Esiste nei piccoli presidi nati dal basso, nei locali che diventano spazi safe, nei gruppi informali, nelle associazioni che provano a tenere aperti sportelli e servizi, nelle persone che continuano a esporsi anche quando farlo significa sentirsi sole. Ma nel 2026, avvicinandosi al mese dei Pride, la mappa regionale appare più fragile che mai.
Il Cosenza Pride, tra i principali riferimenti della comunità LGBTQIA+ calabrese negli ultimi anni, non si farà. Catanzaro, capoluogo di regione, non ha mai ospitato un Pride e non dispone ancora di una rete strutturata di spazi e servizi LGBTQIA+. Crotone, secondo chi opera sul territorio, resta una realtà quasi del tutto scoperta. Nel frattempo, esperienze come il Castrovillari Pride provano a costruire comunità nell’entroterra, partendo da luoghi fisici e relazioni quotidiane.
A raccontare questo quadro a Gay.it sono Odile LeNoir, drag performer catanzarese vicina al percorso di ArciEqua Catanzaro, e Alessandra Lucanto, presidente di Arcigay Cosenza. Ne emerge una situazione ancora in divenire: fragile e disomogenea, ma attraversata da tentativi di organizzazione, aperture istituzionali e presìdi nati dal basso.
Cosenza Pride 2026 non si farà: “Ci prendiamo un anno di pausa”

La notizia più immediata riguarda il Cosenza Pride 2026. Dopo il ritorno della manifestazione negli ultimi anni, Arcigay Cosenza ha deciso di fermarsi.
“Quest’anno Cosenza Pride non riusciremo a organizzarlo”, spiega Alessandra Lucanto a Gay.it. Una scelta non politica, ma legata alle energie disponibili. “Il Pride è uno di quegli eventi che ti assorbe totalmente e non è una cosa che puoi decidere di fare da una settimana all’altra. C’è una progettazione anche di un anno prima”.
Il primo Cosenza Pride si era svolto nel 2017. Poi, dopo anni di assenza, la manifestazione era tornata grazie al lavoro dell’associazione, di altre realtà del territorio e di persone volontarie. Ma il peso organizzativo resta enorme.
“Le forze vengono a mancare perché siamo in pochi”, racconta Lucanto. “L’entusiasmo iniziale è bellissimo, tutti si sentono di voler partecipare, però poi nella pratica diventa complicato. Il gruppo è piccolo, le persone che si mettono in gioco sono ancora meno”.
Per questo, nel 2026, Arcigay Cosenza non sarà promotrice del Pride. “Abbiamo pensato quest’anno di prenderci un annetto di pausa per ricaricare semplicemente le energie”, aggiunge. Se però un’altra realtà dovesse decidere di organizzarlo, l’associazione non si tirerebbe indietro: “Noi saremo a braccia aperte. Possiamo dare supporto, suggerimenti, alcune specifiche tecniche. Su questo noi ci siamo”.
“Il Pride parte dal basso”: il ruolo di Cosenza nella comunità calabrese
Il Cosenza Pride è stato percepito negli anni come uno dei principali punti di riferimento regionali. Non l’unico, ma certamente uno dei più riconoscibili.
“Il Pride non è un’esclusiva di un’associazione o di una realtà o di un’amministrazione”, sottolinea Lucanto. “Chiunque persegue le richieste che porta in campo una manifestazione come il Pride può pensare di organizzarlo”.
La presidente di Arcigay Cosenza ricorda anche il sostegno ricevuto da Arcigay Reggio Calabria e l’importanza della rete tra territori. Due anni fa, racconta, la Calabria era riuscita ad avere sia il Cosenza Pride sia il Reggio Calabria Pride. “Fu un’estate bellissima da questo punto di vista”, dice.
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Ma la continuità resta difficile. “I territori sono altalenanti. A volte cambia l’amministrazione, a volte cambiano le persone dei direttivi o le persone disposte a mettersi in gioco. I Pride sostanzialmente partono sempre dal basso. Se mancano le energie è complicato”.
Catanzaro, il capoluogo senza Pride: “Assurdo che non sia mai successo”
Il caso più emblematico resta Catanzaro. Pur essendo capoluogo di regione, la città non ha mai avuto un Pride. Per Odile LeNoir, questo dato racconta un ritardo profondo.
“È assurdo che Cosenza e Reggio facciano il Pride e non Catanzaro, che fondamentalmente è il capoluogo”, dice a Gay.it. La drag performer racconta di aver vissuto a lungo fuori dalla Calabria, soprattutto a Napoli, dove ha iniziato il suo percorso artistico. Tornare a Catanzaro, però, le ha permesso di vedere con più chiarezza il vuoto locale.
“Non è come Napoli, non ci sono associazioni, non c’è spazio qui, non ci sono antenne per la denuncia magari di violenza, oppure per la denuncia di atti di omofobia o transfobia. Almeno che io ne sia a conoscenza”.
Il tema è soprattutto l’assenza di luoghi. “Non c’è un posto dove le persone possano riunirsi e sentirsi safe”, spiega. Per Odile, il confronto con Castrovillari è evidente: EMI’S Bakery, il locale da cui nasce il Castrovillari Pride, funziona anche come presidio, come punto fisico di ritrovo.
“Sembra una cavolata, perché non è un luogo a fare una comunità, però è necessario un posto dove le persone si possano riunire”, afferma. “Non lo posso fare a casa mia. Ci vuole un posto dove le persone possano venire e dire: lì posso trovare persone affini alla mia comunità o che comunque sostengono la mia comunità”.
Il tentativo di un Pride a Catanzaro e il nodo delle istituzioni
Lo scorso anno, dal palco del Cosenza Pride, Odile aveva raccontato pubblicamente le difficoltà di Catanzaro. Quel momento, nato quasi per caso grazie all’invito di Priscilla, si era trasformato in uno spazio di visibilità.
“È stato uno spiraglio di luce”, racconta. “Tramite quel momento mi si sono avvicinate persone, tra cui Flavia (una delle proprietarie di EMI’S Bakery, ndr), e mi ha dato un po’ di voce”.
Da lì era emersa anche l’idea di costruire un percorso verso un Pride catanzarese, attraverso eventi culturali, incontri, spettacoli drag, momenti di aggregazione. Ma, secondo Odile, il percorso non è mai riuscito a decollare.
“Ci sono stati negati più volte gli spazi”, racconta. “Io stessa sono stato più volte invitato a vedere degli spazi che inizialmente ci avevano messo a disposizione, ma al momento di consegnarci le chiavi è sempre stato negato”.
Il paradosso, oggi, è che il Comune starebbe spingendo per organizzare un Pride. Ma per Odile il punto è come ci si arriva. “Il Comune sta spingendo molto per fare questo Pride a Catanzaro, perché non ha mai fatto un Pride”. La critica che ne emerge è chiara: non si può pensare al Pride come a un evento isolato, scollegato da un lavoro annuale. “Se un territorio non si impegna a dare uno spazio, a favorire la nascita di un’associazione, a favorire la visibilità nei 365 giorni l’anno, ma lo vuoi fare soltanto sotto forma di parata, lo stai facendo per attirare consenso, non perché sposi la nostra causa”.
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Uno spiraglio da Catanzaro dopo la conferenza del 21 maggio
Nelle ultime settimane, però, il quadro sembra essersi parzialmente mosso. Dopo la conferenza del 21 maggio in Comune, racconta Odile, il clima attorno all’ipotesi di un Pride a Catanzaro sarebbe apparso più aperto e collaborativo. All’incontro sarebbero emersi un interesse reale da parte dell’amministrazione e la disponibilità a ragionare non solo sulla parata, ma anche su ciò che dovrebbe precederla e sostenerla: spazi, ascolto, punti di riferimento, strumenti contro la violenza, le discriminazioni e l’isolamento.
Il nodo principale resta quello della sede. A Odile sarebbe stato proposto uno spazio nella parte alta della città, ma la richiesta avanzata è stata quella di immaginare un eventuale punto di aggregazione anche al Lido, dove si muove una parte importante della popolazione più giovane e studentesca. Una scelta non solo logistica, ma politica: rendere lo spazio davvero accessibile a chi dovrebbe attraversarlo.
Secondo quanto riferito a Gay.it, il 3 giugno è previsto un nuovo incontro per definire meglio programma, proposte e prospettive. Nel frattempo sarebbe stato creato anche un gruppo ufficiale legato al percorso verso il Pride, nel quale Odile è stata inserita. Il clima, racconta, è di cauto ottimismo: qualcosa sembra essersi mosso, ma la verifica sarà nei fatti, nella capacità di trasformare l’interesse istituzionale in continuità, luoghi e servizi reali per la comunità LGBTQIA+ catanzarese.
Quando il Pride veniva trattato come “un capriccio”
Quel cauto ottimismo, però, non cancella il passato recente. Nel racconto di Odile torna anche un episodio politico preciso: le dichiarazioni dell’allora assessore Riccio, che avrebbe definito il Pride una questione “frivola”.
“Parlava di capricci”, ricorda Odile. “Era tutto fuorché qualcosa di reale che avesse a che fare con il territorio, che fosse fondamentalmente un’esigenza, un’urgenza anche di una parte piccola della comunità catanzarese”.
Per la drag performer, il problema è più ampio: l’idea che a Catanzaro la comunità LGBTQIA+ non esista o non abbia bisogni specifici. “La cosa assurda è che Catanzaro non è che manchi di una comunità, perché la comunità c’è. Catanzaro non è piccola, non è enorme, ma non è piccola”.
Esiste persino una dimensione ludica, fatta di serate e locali. Ma non basta. “Superata la parte della serata, quindi il momento ludico, non esiste poi un punto d’aggregazione dove la persona possa fare conoscenza, fare amicizia, togliersi un dubbio, rivolgersi per altro che non sia il divertimento”.
“Siamo lasciatə a noi stessə”: il vuoto di servizi e supporto
La frase più dura arriva quando Odile racconta cosa accade a una persona LGBTQIA+ che a Catanzaro abbia bisogno di ascolto o supporto. “Non esiste un’Arcigay a Catanzaro, non esiste un direttivo, non esiste una sede”, dice. “Siamo un po’ lasciatə a noi stessə. Non ci sono strutture, non c’è rete, non c’è support system”.
Per questo, secondo lei, organizzare un Pride senza aver prima costruito un percorso rischia di diventare un’operazione vuota. “Il Pride secondo me è la fine. Bisognerebbe partire dalle basi”.
Tra le basi, Odile cita la sensibilizzazione nelle scuole, i percorsi di ascolto, gli spazi di aggregazione, la formazione. “Com’è possibile che noi non riusciamo a entrare in una scuola per fare un discorso sulla sensibilità, sulla differenza fra genere e sentimento, fra orientamento sessuale e identità di genere?”, si chiede. “Se il modello al quale vieni espostə è sempre quello cis, normativo, etero, come fa una persona che ha un sentire diverso a riconoscersi se non si vede rappresentata?”.
Castrovillari, il presidio nato da un locale

In questo scenario, Castrovillari assume un valore simbolico forte. Non perché abbia risolto tutte le difficoltà, ma perché ha dimostrato che anche nei territori interni può nascere un percorso.
Il Castrovillari Pride nasce da EMI’S Bakery, locale gestito da Flavia ed Emilia e diventato negli anni uno spazio safe per molte persone LGBTQIA+ del territorio. Odile riconosce proprio questo elemento come decisivo.
“Voi siete fortunate perché avete un’attività”, racconta di aver detto a Flavia. “La loro bakery funge anche da cuore della loro associazione”.
Il punto non è la dimensione dello spazio, ma la sua esistenza. Un luogo riconoscibile in cui incontrarsi, parlare, costruire relazioni. In una regione in cui molti territori restano scoperti, un locale può diventare presidio politico.
Vibo Valentia e Tropea, una visibilità rimasta intermittente

Anche il territorio vibonese restituisce una storia di visibilità intermittente. Nel 2016 Tropea era stata indicata come sede di un “Gay Pride” regionale promosso da Arcigay Calabria, in programma il 30 luglio. L’amministrazione comunale aveva concesso le autorizzazioni, rivendicando la scelta come “un fatto di civiltà” e spiegando di non aver trovato ragioni per negare la manifestazione.
Anche allora, però, la sola ipotesi di un corteo arcobaleno aveva acceso un duro dibattito pubblico. Come riportava all’epoca IlVibonese.it, l’allora referente locale di “Noi con Salvini”, Antonio Piserà, aveva definito l’iniziativa una manifestazione “carnascialesca” e “fuori luogo”, contestando anche l’opportunità di ospitare un corteo in piena alta stagione turistica.
Quella polemica racconta bene una dinamica che torna in molte aree della regione: la visibilità LGBTQIA+ può anche trovare aperture istituzionali, ma fatica a trasformarsi in continuità, presidi stabili e presenza quotidiana. Nel Vibonese, come altrove, il nodo non è solo autorizzare una manifestazione, ma costruire le condizioni perché una comunità possa riconoscersi, organizzarsi e non scomparire dopo il giorno del Pride.
Crotone e le altre assenze: “Anche un aperitivo con una bandiera arcobaleno può far paura”
La fotografia regionale si allarga con le parole di Alessandra Lucanto. Ogni territorio, spiega, ha criticità diverse. Cosenza può contare su una popolazione universitaria importante, Reggio Calabria ha un dialogo forte con la Sicilia e con Messina, mentre altre aree restano molto più isolate.
Il caso di Crotone è tra i più delicati. “Crotone è un’altra realtà che andrebbe davvero organizzata una missione di salvataggio”, dice Lucanto. “Ci dicono: noi se dovessimo anche solo pensare di organizzare un aperitivo con una bandiera arcobaleno rischiamo”.
Crotone non ha mai avuto un Pride e, secondo Lucanto, non ha neppure realtà strutturate che lavorino stabilmente su questi temi. “Non deve essere per forza un’Arcigay”, precisa. “Può essere qualsiasi associazione che includa nel suo impegno sociale eventi per la comunità LGBTQIA+”.
Eppure, dove c’è volontà, qualche spiraglio si apre. Arcigay Cosenza è stata invitata anche in piccoli comuni, come Belvedere di Spinello, per parlare di diritti e discriminazioni. “Se si vuole, ci si può arrivare”, dice Lucanto.
Cosenza, oltre il Pride: resta attivo il centro antidiscriminazione LGBTQIA+
Se il Cosenza Pride si ferma, il lavoro quotidiano dell’associazione continua. Uno dei risultati più importanti riguarda il centro antidiscriminazione LGBTQIA+, riconfermato insieme ad Arci Cosenza e Arci Red grazie a un bando UNAR.
“Riusciamo a garantire sul territorio cosentino uno sportello di accoglienza, una helpline attiva 24 ore su 24, 7 giorni su 7”, spiega Lucanto. Il servizio offre supporto psicologico, orientamento al lavoro e orientamento legale, coinvolgendo volontariə e professionistə.
“In regione abbiamo due centri antidiscriminazione LGBTQIA+ e non è pochissimo”, sottolinea. Ma i bisogni restano enormi.
Percorsi di affermazione di genere e test HIV: le mancanze più urgenti
Tra le criticità più gravi, Arcigay Cosenza segnala l’assenza di un’équipe sanitaria formata per i percorsi di affermazione di genere sul territorio regionale.
“Mancano endocrinologi specializzati”, racconta Lucanto. “Noi dobbiamo inviare tutte le richieste che ci arrivano, e sono tantissime, sempre a Bari o a Salerno”.
Per la presidente di Arcigay Cosenza, non si tratta di costruire strutture irraggiungibili: “Serve uno psicologo o una psicologa e un endocrinologo o un’endocrinologa formati per questo. Basta, non serve nient’altro”.
Un’altra criticità riguarda l’accesso ai test HIV. “Il reparto di malattie infettive al momento non garantisce la possibilità di fare test in più giorni”, spiega. “Se non sbaglio è aperto un giorno a settimana per un’ora scarsa e con orari improbabili”.
Una situazione che rende difficile l’accesso soprattutto a chi arriva da fuori città. “Se una persona ha necessità di fare un test per l’HIV, non è che deve stare al tuo giorno e al tuo orario. Se deve viaggiare da fuori, come fa?”.
“La forza la prendi dalle persone”
Nonostante la stanchezza, l’attivismo continua. Lucanto lo racconta come una scelta quotidiana, fatta non solo di manifestazioni, ma anche di presenza ordinaria.
“La forza sicuramente la prendi soprattutto dalle persone”, dice. “Quando non ti senti sola o solo, hai già quella forza di volontà in più. E come fai a non sentirti solo o sola? Devi esserci, devi essere presente”.
Rispetto a vent’anni fa, Cosenza è cambiata. “Non c’era la possibilità di dare per scontato che ci fossero feste LGBTQIA+, laboratori di arte drag, persone con cui poter vivere serenamente chi sei”.
Per questo, fare un passo indietro oggi sarebbe impensabile. “Sappiamo bene che oggi è facile perdere diritti e indietreggiare di tanto. Per me è una cosa impensabile”.
La Calabria LGBTQIA+ tra fatica e possibilità
La Calabria raccontata da Odile LeNoir e Alessandra Lucanto è una regione attraversata da contraddizioni profonde. Da una parte, l’assenza di Pride, spazi, servizi e reti in molti territori. Dall’altra, una comunità che esiste, resiste e cerca modi per rendersi visibile.
Il Pride, in questo contesto, non può essere solo una parata. Deve essere il risultato di un percorso, di servizi, di ascolto, di luoghi, di relazioni, di presenza quotidiana. A Cosenza, quel percorso esiste ma oggi ha bisogno di riposo. A Catanzaro, deve ancora trovare basi solide. A Castrovillari, nasce da una bakery diventata presidio. Nel Vibonese, è rimasto una traccia intermittente. A Crotone, forse, bisogna ancora cominciare da una bandiera arcobaleno appesa senza paura.
Ed è proprio qui che la Calabria LGBTQIA+ mostra la sua urgenza più grande: non essere più lasciata sola.
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Esprimo totale solidarietà a tutte le persone lgbttqi+️ che vivono in Calabria. La situazione calabrese è comunque sintomo di una omofobia subdola e strisciante che viene alimentata da una classe politica dirigente (la regione Calabria è totalmente in mano alla destra da anni) omofoba e totalmente menefreghista nei confronti delle più che legittime istanze e rivendicazioni della comunità lgbtqi+. Non è assolutamente facile essere omosessuali, lesbiche, transessuali in Italia, figuriamoci quanto è molto più dura la vita per le persone omosessuali e transessuali nel profondo sud Italia isole maggiori (Sardegna e Sicilia) comprese. I locali di divertimento, come i discobar e le discoteche lgbt friendly,ovviamente non bastano per poter condurre una vita sociale dignitosa, piena e tranquilla. Credo che quello che vivono gli omosessuali e le persone transessuali in Calabria sia ingiusto, perché tutti devono avere il diritto di trovare spazi sicuri dove poter socializzare e scoprirsi, e non si discosti molto dalla triste e difficile situazione sociale che vivono moltissimi omosessuali e transessuali in altre regioni del sud Italia è nella profonda provincia del Mezzogiorno d' Italia dove ci sono pochissimi centri di aggregazione e sociali dove le persone lgbttqi+ possono conoscere in piena tranquillità altre persone senza il rischio di venir discriminate e/o aggredite verbalmente e fisicamente. Senza ombra di dubbio in Italia, da nord a sud, non è assolutamente facile per noi persone lgbttqi+, ma specialmente nelle zone più provinciali e nei piccoli centri/paesini di provincia la situazione è molto più difficile e dura proprio perché i luoghi di aggregazione sicuri sono pochissimi per via dell' omofobia della popolazione. Capisco perfettamente quanto sia più difficile la vita per noi lgbttqi+in queste realtà territoriali già di per sé martoriate da crisi economica, sanità in condizioni disastrose, povertà e disoccupazione, e disservizi. Un abbraccio a tutte le persone lgbttqi+ calabresi. ️