Le menzogne su Bibbiano per demolire le famiglie arcobaleno: ma “non c’erano lesbiche che rubavano bambini”, smentito il teorema anti LGBTQ+

Dopo sei anni, la giustizia smonta la narrazione tossica usata dalla destra per colpire le famiglie arcobaleno. Nessun complotto, nessun abuso indotto: solo odio, disinformazione e una campagna politica costruita contro la comunità LGBTQ+.

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Caso Bibbiano
8 min. di lettura

Sono passati sei anni dall’inizio dell’inchiesta “Angeli e Demoni” a Bibbiano, sugli affidi nella Val d’Enza. Solo ora la giustizia ha smontato il castello accusatorio. Ma l’odio scatenato contro la comunità LGBTQ+ resta, alimentato da anni di propaganda e fake news. In un articolo su Domani, Simone Alliva ha realizzato un’analisi dettagliata su come una narrazione tossica abbia travolto famiglie, attivisti e operatori sociali, lasciando cicatrici profonde. A parlare sono proprio alcune delle persone travolte per anni dalla gogna mediatica. Ed ora, la sinistra pretende le scuse.

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Bibbiano, “mostro gender” non esiste: la sentenza che smonta le accuse

Nel luglio 2025 il tribunale di Reggio Emilia ha pronunciato la sentenza sul caso Bibbiano, assolvendo undici dei quattordici imputati del processo “Angeli e Demoni”, nato da un’indagine sugli affidi nella Val d’Enza. Le assoluzioni, molte delle quali con formula piena (“il fatto non sussiste”), hanno demolito la narrativa del “sistema Bibbiano” usato dalla propaganda politica per anni.

Le tre condanne residue – tutte con pena sospesa – riguardano reati amministrativi, come il falso in bilancio. Nessun abuso indotto, nessun progetto oscuro. Ma intanto, il danno era fatto. Il caso era stato già trasformato in una macchina d’odio, indirizzata contro la comunità LGBTQ+, le famiglie omogenitoriali e l’idea stessa di affido inclusivo.

 

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Quando la politica fabbrica mostri: il ruolo della destra e del M5S

Nel 2019, in piena indagine giudiziaria, la propaganda politica si impadronì del caso Bibbiano per costruire un nemico su misura: il “mostro gender”. Forza Nuova parlava di “mostro arcobaleno” da combattere, Fratelli d’Italia proponeva la schedatura delle coppie omosessuali affidatarie, e il Movimento 5 Stelle diffondeva l’hashtag virale #PDofili, associando il Partito Democratico all’abuso di minori.

Il dettaglio reale – un minore affidato a una coppia di donne – fu usato per costruire una narrazione completamente distorta. La legge non vieta che un minore venga affidato a persone dello stesso sesso, ma questo non importava: serviva un nemico da indicare al pubblico. E chi meglio della “lobby gay” per cavalcare l’onda dell’indignazione moralista?

La caccia alle streghe contro le famiglie arcobaleno

Da Bibbiano in poi, la famiglia arcobaleno è stata trasformata in bersaglio. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, parlò dal palco di Atreju di “figlie rubate con l’inganno” per colpire la sinistra e “certa parte dell’ambiente LGBT”. L’omosessualità fu trattata come un sospetto, una minaccia da vigilare, schedare, contenere.

Il senatore meloniano Alberto Balboni arrivò a parlare esplicitamente di “movente ideologico LGBT dietro gli scandali”. Salvini portò sul palco a Pontida madre e figlia spacciandole per vittime del sistema Bibbiano. Una menzogna funzionale a rafforzare il mito del “gender che ruba i figli”.

Dall’indagine alla gogna: odio, minacce e isolamento

Il clima avvelenato generato da questa propaganda non ha colpito solo le famiglie affidatarie. Attivisti e militanti LGBTQ+ sono finiti nel mirino. Vincenzo Branà, già presidente del Cassero di Bologna, oggi capo ufficio stampa di Arcigay, ricevette minacce telefoniche: “Dimmi dove sei, fr*cio bastardo, che ti taglio la gola. Portate via i figli per darli ai gay”. Una telefonata agghiacciante, proveniente da un profilo WhatsApp con l’immagine di Benito Mussolini.

Il messaggio era chiaro: non bastava demonizzare le famiglie. L’intenzione sembrava piuttosto quella di isolare chi lottava per i diritti, delegittimare, intimorire, creare il vuoto intorno a chi si batteva per un’idea diversa di società. Come ha detto Branà: “Non si tratta più di essere contrari al matrimonio, per esempio, ma è l’individuazione della persona come bersaglio: indebolire te per indebolire la causa. Noi attivisti siamo nel mirino”. L’intento apparve subito chiaro: “Farci arretrare”.

Affidi e verità: “Non c’erano lesbiche che rubavano bambini”

Sentenza Bari due mamme Gay.it

Nel processo sono emerse testimonianze fondamentali. Fadia Bassmaji, artista, counselor e affidataria, assolta in primo grado, racconta il dolore di sei anni vissuti sotto accusa, insieme a Daniela Bedogni. Per entrambe il pubblico ministero aveva chiesto tre anni di carcere, ipotizzando maltrattamenti, frode processuale e falsa perizia in relazione all’affido di una bambina. Ma la sentenza ha chiarito: nessun reato, nessuna macchinazione ideologica.

Accusate ingiustamente di maltrattamenti, si sono viste travolgere da una narrazione tossica costruita su una singola intercettazione, tagliata e decontestualizzata, mentre migliaia di altre intercettazioni dimostravano un rapporto complesso, ma profondamente umano con la bambina. Il tutto, allo scopo di trasformare una vicenda complessa in un attacco frontale contro le famiglie omogenitoriali: “A Bibbiano non c’erano lesbiche che rubavano bambini per distruggere la famiglia tradizionale italiana e poi maltrattarli, in combutta con assistenti sociali e terapeuti. C’erano invece professionalità, cura per chi è fragile e amore”, ha detto Bassmaji, come riferisce Il Resto del Carlino

L’artista ha raccontato come, insieme alla compagna, abbia accolto e amato una bambina in affido per oltre tre anni, modellando la propria vita attorno ai suoi bisogni e accompagnandola in un difficile ma autentico percorso di rinascita. Una delle principali accuse della procura si basava su una singola intercettazione audio, usata per costruire l’intera impalcatura del sospetto mediatico. Ma quella conversazione – secondo Bassmaji – fu estrapolata e privata del suo contesto: “Nessuno, in 6 anni, ha detto che in tutte le altre intercettazioni emerge un rapporto di cura straordinario, molto difficile e burrascoso e che anche quell’unica famosa intercettazione era amputata del finale, avvenuto fuori dall’auto. Finale che ci auspichiamo sia riservato, ora, anche a noi, a quella bimba e a tutto il mondo dell’affido: ‘Ti chiedo scusa'”. Il riferimento è a una lite avuta in macchina tra Bedogni e la bambina e intercettata.

Il dolore vissuto è stato enorme: isolamento sociale, professionale, relazionale. “L’odio omofobo si è scagliato su di noi in una terribile gogna mediatica che ha allontanato tutti, ci ha impedito di continuare le nostre relazioni e professioni, insinuandosi anche nella vita della bambina e della sua famiglia che si è immaginata una realtà mai esistita”, scrive ancora Bassmaji.

La donna ha sottolineato il valore dell’affido come strumento di protezione per i minori, e ha criticato la costruzione artificiosa dell’opposizione tra famiglie affidatarie e famiglie d’origine: “L’istituto dell’affido aiuta lo Stato a concretizzare il diritto dei bambini a vivere al sicuro e amati anche quando le loro famiglie sono in difficoltà e non riconosce discriminazioni di orientamento sessuale, religioso e status”.

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Dopo sei anni, dice di voler tornare alla sua vita, ai progetti teatrali, alla formazione e al lavoro con la comunità. Ma il desiderio più grande è riabbracciare quella bambina, simbolo di un amore che ha resistito all’odio e alla disinformazione: “Certamente nessuno potrà restituirci questi 6 anni, ma nonostante tutti i tentativi fatti per separarci, quell’amore è più forte di prima. Voglio ricordare a chi vuole continuare a sciacallare usando i bambini come bandiera, che amore e verità vinceranno sempre”. Un messaggio chiaro a chi ha costruito sulla menzogna una campagna politica: usare i bambini come bandiera ideologica non solo è sbagliato, ma fa male ai più fragili.

“Aspettiamo le scuse”: il centrosinistra rivendica verità e dignità dopo la sentenza su Bibbiano

Caso Bibbiano, Meloni e il suo slogan
Caso Bibbiano, Meloni e il suo slogan

Con la sentenza che ha demolito l’impianto accusatorio dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, anche il centrosinistra – e in particolare il Partito Democratico reggiano – ha rialzato la voce, chiedendo pubblicamente scuse per gli anni di gogna politica e mediatica. Una narrazione tossica, quella alimentata dalla destra, che secondo molti amministratori locali ha danneggiato non solo singole persone, ma l’intero sistema pubblico di tutela dei minori.

“Il teorema che descriveva un sistema finalizzato a lucrare sulla pelle di bambini e ragazzi indifesi è risultato infondato. I ladri di bambini non sono insomma mai esistiti. Questa notizia oggi ci solleva, perché era prima di tutto necessario sgomberare il campo dal fatto che i servizi fossero stati concepiti per danneggiare le famiglie, e non per sostenerle. Ci aspettiamo ora che lo Stato e il governo tornino a collaborare con noi enti locali senza strumentalità e con risorse vere. Con questa sentenza viene riabilitata l’immagine della nostra Unione e dei suoi Servizi, delle sue persone, del suo operato”, scrive in una lunga nota ripresa dal Resto del Carlino l’Unione dei Comuni della Val d’Enza.

Il segretario provinciale del PD reggiano, Massimo Gazza, ha espresso il proprio sollievo con un’immagine simbolica pubblicata sui social: una foto insieme al sindaco di Bibbiano Stefano Marazzi e all’ex primo cittadino Andrea Carletti, figura chiave nel caso e oggi completamente assolto. Per molti, Carletti è diventato il simbolo politico di una vicenda gonfiata ad arte per colpire un intero modello di welfare.

In Senato, l’ex ministro Graziano Delrio ha preso la parola per ribadire quanto stabilito dal tribunale: “Il tribunale ha stabilito che non c’è stato alcun allontanamento dei minori, alcuna manipolazione psichica, che i servizi sociali non erano deputati ad allontanare i bambini dalle famiglie, come è stato raccontato. Non c’è stato nulla di tutto questo, dopo quattro anni in cui il sindaco Carletti e il professor Foti sono stati sottoposti a una gogna mediatica senza precedenti. Di questo avremmo voluto discutere. E ricordarci che la Meloni, Salvini e Di Maio avevano detto che sarebbero stati i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene. È ora che se ne vadano da Bibbiano, e che chiedano scusa”.

Alla richiesta si unisce la consigliera regionale Maria Laura Arduini (PD), che definisce quanto accaduto “una delle speculazioni politiche e mediatiche più violente della nostra storia recente una macchina del fango che ha colpito persone innocenti e soprattutto ha minato la fiducia nel sistema pubblico di tutela dei minori”.

Anche il consigliere regionale di Alleanza Verdi-Sinistra, Paolo Burani, ha puntato il dito contro le forze di destra: “quanto successo a Bibbiano fa male a tutto il Paese. Perché è parte della strategia elettorale della destra e dei populisti: da anni al lavoro per delegittimare le istituzioni locali, i servizi sociali, la coesione delle comunità. Per racimolare voti e costruire consenso con l’odio”.

Infine, parole molto nette anche da parte di Marwa Mahmoud, assessora alle Politiche Educative del Comune di Reggio Emilia e componente della segreteria nazionale del Partito Democratico. Riprendendo il celebre slogan usato da Giorgia Meloni durante gli anni dello sciacallaggio (“I primi ad arrivare, gli ultimi ad andarsene”), Mahmoud ha rilanciato: “Ci piacerebbe oggi trovarla ancora a Bibbiano, ma con un cartello nuovo con su scritto: Chiedo scusa”.

Il messaggio che arriva da Bibbiano è chiaro: ora che la giustizia ha parlato, la politica deve fare un passo indietro e chiedere scusa. Non solo per restituire dignità alle persone coinvolte, ma per ricostruire la fiducia tra cittadini e istituzioni, spezzata da una delle campagne di disinformazione più feroci degli ultimi anni.

Il danno alla comunità LGBTQ+ e la strategia dell’arretramento

L’attacco portato avanti tramite il caso Bibbiano è parte di una strategia più ampia. Dopo la bocciatura del ddl Zan, l’offensiva contro i diritti LGBTQ+ si è riversata su altri fronti: il consenso informato scolastico, il contrasto alle famiglie omogenitoriali, l’invisibilizzazione delle persone trans.

Non è più solo questione di ideologia. È una guerra culturale che passa dalla vita concreta delle persone, dalle scuole agli ospedali, dalle famiglie alle aule dei tribunali. Si tenta di far arretrare diritti conquistati con fatica, usando la paura come leva. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi anche con i manifesti Pro Vita che stanno invadendo le città italiane. 

La vicenda di Bibbiano resta un monito su come l’informazione distorta possa diventare arma di discriminazione. Un’indagine complessa trasformata in un caso politico, una guerra ideologica combattuta sulla pelle di bambini e famiglie.

Chi pagherà per le calunnie? Chi restituirà anni di vita a persone innocenti costrette alla gogna pubblica? E soprattutto: cosa abbiamo imparato?

La comunità LGBTQ+ ha il dovere – e il diritto – di rivendicare la verità. Di ribadire che le famiglie arcobaleno non sono un pericolo, ma parte della società. Che l’amore e la cura non hanno orientamento sessuale. Che nessun bambino è mai stato “rubato” per essere dato “ai gay”. Questa è una bugia che ha ferito un intero Paese.

© Riproduzione riservata.

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