Sul corpo di Alberto, il naufragio di giustizia e democrazia. HIV, tumore e lo spettro del carcere: la sua testimonianza

La richiesta di grazia a Mattarella è ferma da oltre un anno. "Penso che questa sia una doppia condanna, oltre a quella che ancora mi sto portando dentro inerente all’infezione da HIV"

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Punire ad ogni costo o proteggere la vita? La nostra Costituzione parla chiaramente: la Repubblica deve curare gratuitamente ogni malato nell’interesse della collettività. È un punto sostanziale della nostra carta, che la eleva a manifesto etico e morale a cui guardare con ammirazione. Con spirito di solidarietà reciproca.

Ci sono storie che costringono a guardare oltre il codice penale, dove le norme si scontrano con la fragilità umana, la cui protezione dovrebbe essere pilastro solido e indiscusso della nostra convivenza civile e democratica. Dovrebbe.

Ma qual è il senso stesso di giustizia nella democrazia italiana?

La storia di Alberto, con hiv e un tumore, e la minaccia di andare in carcere

Alberto vive in Piemonte, agli arresti domiciliari, e combatte ogni giorno contro due nemici: un’infezione da HIV in fase avanzata e un tumore attivo al timo. La sua vita dipende da un farmaco salvavita e da cure specialistiche che può ricevere solo al Policlinico di Milano. Per arrivarci, però, deve ottenere permessi, in un labirinto burocratico che intreccia protocolli disinteressati alla gravità della sua condizione. Ogni spostamento, è una corsa contro il tempo tra carte, timbri e autorizzazioni del Tribunale di Sorveglianza di Torino, insieme al suo compagno e al suo avvocato.

Il 17 settembre un’udienza deciderà se revocare la misura domiciliare e trasferirlo in carcere. Quella del carcere è una prospettiva che metterebbe a rischio immediato la sua sopravvivenza. Le perizie mediche parlano chiaro: “condizioni incompatibili con qualsiasi forma di detenzione” e “rischio concreto per la vita”. La legge, all’articolo 146 del codice penale, prevede che in casi come il suo la pena possa essere sospesa. Ma le procedure si trascinano, e la salute di Alberto si logora.

A Gay.it, Alberto, 40 anni, racconta di aver scelto di parlare per far conoscere la sua storia a chi, come lui, vive in una terra di mezzo tra malattia e giustizia. Dice di sentirsi “sotto una doppia condanna”: quella inflitta dal tribunale e quella imposta dalla malattia, aggravata da pensieri ricorrenti di suicidio. Ricorda il giorno dell’ordinanza di carcerazione come il momento più spaventoso della sua vita, tra pianti e il terrore di riammalarsi gravemente. Sa che, senza cure, metterebbe a rischio anche il compagno sieronegativo che lo sostiene ogni giorno, insieme al legale.

La richiesta di grazia al Presidente della Repubblica è ferma da oltre un anno. “Non chiede clemenza, chiede di vivere – denuncia il suo avvocato – Oggi il problema non è il reato, è un sistema che non sa o non vuole garantire il diritto alla salute, nemmeno quando la Costituzione lo impone”.

Ammette di aver sentito medici dirgli che il regime attuale può ucciderlo. “Penso alla fine della mia vita”, dice a proposito della possibile revoca dei domiciliari. Racconta di un errore del suo avvocato d’ufficio che ha triplicato la pena, passando dagli 11 mesi iniziali a 2 anni e 10 mesi. E ricorda la rianimazione, il confine tra la vita e la morte, e la frase che ancora lo tormenta: “Non ce la farà”.

Oggi chiede solo “giustizia e comprensione” e, se parla, è anche per mandare un messaggio a chi vive la sua stessa condizione.

La storia di Alberto è una delle tante storie che costellano il vergognoso universo delle carceri italiane. Il nostro è un sistema penitenziario al collasso, indegno per una democrazia liberale, e inaccettabile per qualsiasi persona dotata di minimo senso di umanità.

Violenza sessuale in carcere ai danni di una persona omosessuale. Le condizioni delle carceri italiane sono in piena violazione dei diritti umani.

Secondo il rapporto 2025 di Antigone, al 31 luglio le carceri italiane presentano un tasso di sovraffollamento superiore al 120%. Le condizioni sanitarie restano critiche: l’ultimo rapporto del Garante segnala carenze di personale medico, ritardi nell’accesso alle terapie e difficoltà strutturali nel garantire continuità assistenziale. Secondo Antigone nei penitenziari italiani anche i medici sono abbandonati con psichiatri 7 ore settimanali ogni 100 detenuti, psicologi soltanto per 22 ore, in un sistema che conta il 14% di detenuti con disturbi psichiatrici gravi. L’articolo 32 della nostra Costituzione dice:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

 

Le risposte di Alberto alle nostre domande

Come mai ha scelto di rivolgersi a Gay.it?

Ho scelto di rivolgermi a Voi in quanto conosco molto bene la vostra pagina social e quanto pubblico vi segue e penso che sia importante portare alla vostra audience la mia storia che può essere di aiuto per altri.

Qual è il suo stato di salute oggi?

Sono sotto farmaco antiretrovirale, ma a livello psichico continuo ad avere immagini e pensieri rivolte ad azioni suicide. Penso che questa sia una doppia condanna, oltre a quella che ancora mi sto portando dentro inerente all’infezione da HIV.

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Se domani non potesse più andare a Milano per le cure, cosa succederebbe al suo corpo e alla sua vita?

Ad oggi non potrei pensarci. Sarebbe un trauma troppo forte per me avendo vissuto la fase di AIDS conclamata. Credo che ci andrei… la mia vita ha un valore più grande di tutto ciò che è la burocrazia italiana che non vuole comprendere cosa io stia patendo.

Qual è stato il giorno in cui ha avuto più paura per la sua sopravvivenza durante la detenzione?

Sicuramente è stato il giorno in cui è arrivata l’ordinanza di carcerazione e detenzione domiciliare. I pianti continui, ed i pensieri che mi riportavano alle immagini del passato…e la paura di potermi riammalare. Ho un compagno sieronegativo che devo tutelare. Senza potermi curare metterei a rischio anche lui.

Può ricordare un episodio in cui un medico le ha detto chiaramente che il regime attuale mette a rischio la sua vita?

Sì, ma credo che tutt’oggi stia elaborando questa fase. Ho tanta paura di non farcela. Non dovrei dirlo. Ma continuo a pensare come potermi togliere la vita, senza dover soffrire. Mi appare essere l’unica strada che oggi posso percorrere.

Quando legge “revoca della detenzione domiciliare”, cosa le viene in mente per prima cosa?

Penso al carcere. Penso alla fine di una vita. Della mia vita. Mi pare giusto sottolineare che io avrei dovuto scontare solo 11 mesi. A causa di un errore comprovato del legale d’ufficio durante la fase di esecuzione sono arrivati a darmi 2 anni e 10 mesi. Ora il legale coinvolto mi vuole pagare i danni cagionati. Ma la libertà e la mia vita nessuno me la ridarà indietro. Sto cercando di perdonare. Ma è difficile.

In questo momento, chi o cosa sta concretamente proteggendo la sua vita?

Il mio compagno ed il mio legale mi stanno proteggendo. Parecchio. Ma anche voi. Per aver dato voce a questa immensa sofferenza, per cui non posso far altro che ringraziarvi.

Se potesse parlare direttamente al giudice di sorveglianza, cosa gli direbbe?

Voglio giustizia. Voglio comprensione. Voglio che capiate che non ho alcun precedente per reati contro la persona, ma solo contro il patrimonio.

C’è qualcosa che non ha mai raccontato pubblicamente del suo percorso di cura in detenzione e che ritiene importante dire ora?

Sì. Ho vissuto la fase della rianimazione fra la vita e la morte. Ho vissuto in un contesto difficile in un mondo a metà fra la vita e la morte. Mi hanno poi detto che non avrei potuto farcela e che a breve me ne sarei andato. Ciò per fortuna non è accaduto. Ma il trauma che mi porto dentro mi ha segnato parecchio. Non merito ancora di soffrire.

Vuole mandare un messaggio a persone detenute in condizioni simili alle sue?

Lottate. Non mollate. Pensate e volgete pensieri alla giustizia, a quella riparativa. Voglio credere che nel mondo ci sia sempre una speranza per tutti per rifarsi una vita. Imparate dai vostri errori. È fondamentale per il futuro di questo mondo: migliorare sé stessi e capire dove e come si è errato.

 

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