L’FBI ha diffuso nuove immagini, nitide fino a sembrare già destinate alla cronaca immortale: il cappellino da baseball, la felpa nera con la bandiera a stelle e strisce, lo zaino che pare uscito da un catalogo di segni patriottici. Secondo il New York Times e il Washington Post, il sospettato dell’omicidio di Charlie Kirk è stato identificato, ma il suo nome resta sotto chiave, come un segreto necessario per alimentare l’attesa. Una taglia da centomila dollari: l’America sa come monetizzare il silenzio e trasformare la caccia in spettacolo. Un omicidio perfetto per scatenare le ire dell’inferno verso la comunità LGBTIAQ+ e la sinistra radicale, unico player politico rimasto nel deserto americano e in grado – forse – di salvare la democrazia USA. Un omicidio anti-LGBTIAQ+, con connotazioni palesemente anti-transgender. La comunità T è stata oggetto di una persecuzione esecutiva da parte dell’amministrazione Trump ed è notizia da tempo che molte persone trans si siano armate (su Gay.it ne abbiamo parlato lo scorso maggio), in quell’America nella quale la detenzione di armi è un diritto costituzionale. Dopo la strage di Minneapolis commessa da Robin Westman, persona trans, il Dipartimento di Giustizia ha persino valutato di limitare la concessione di armi alle persone trans, delineando un quadro dis-informativo di Stato che sorregga la propaganda transfobica.
Intanto, in un bosco vicino alla Utah Valley University, giace il vecchio fucile Mauser che avrebbe impallinato al collo Kirk. È avvolto in un asciugamano come in un rituale di una vecchia America di guerra tra bande armate e disordine agitato dai gangster.

HuffPost e Los Angeles Times raccontano delle frasi incise sull’arma: riferimenti ai transgender e all’antifascismo. Sono indizi o depistaggi? Scritte che possono significare tutto e il contrario, offerte come specchi deformanti a un pubblico già pronto a scegliere la sua verità.
A questo punto è doveroso ricordare chi fosse Charlie Kirk. Charlie Kirk aveva fatto della parola “violenza” il proprio lascito, e non per caso: la sua ultima sillaba in vita ne era il sigillo. Fondatore di Turning Point a vent’anni, sodale di Trump e devoto alle armi, aveva trasformato microfono e feed social in un laboratorio d’odio. Di fronte a una folla universitaria, poche ore prima di cadere, liquidava i transgender come “troppi” tra gli autori di stragi, come se l’America potesse misurarsi a colpi di sospetto. Anni di falsità — dalle cure di affermazione di genere additate a minaccia culturale, fino alla surreale accusa che le persone trans avessero causato l’inflazione. Nel 2022 invocò la “legge perfetta di Dio” per lapidare i gay; l’anno dopo irrise l’assalto a Capitol Hill immaginando rivoltosi nudi in atti omosessuali per ottenere indulgenza. E quando una scuola di Nashville fu falciata da un’altra sparatoria, dichiarò “vale il prezzo di alcune morti per arma da fuoco per difendere il Secondo Emendamento”. Così il paladino della “libertà” brandiva insieme Bibbia e fucile, fabbricando miti tossici che ora, con la sua morte, restano come un eco che non chiede perdono.
Sul tetto da cui avrebbe sparato, dicono gli investigatori, il killer ha atteso l’ora esatta: un colpo solo, da duecento metri, la gola come bersaglio. Poi la fuga tra gli studenti, ventotto minuti dopo l’ingresso nel campus. Un gesto glaciale che pare scritto per la sceneggiatura di un’America che si compiace di guardarsi in diretta. La polverizzazione della democrazia americana è un reality show da pop corn.
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E mentre l’FBI annulla conferenze stampa “per sviluppi improvvisi”, come riporta il New York Times, un’altra regia – meno visibile, ma più efficace – si muove già. Nei talk show di Fox News, sui profili di Donald Trump e dei suoi alleati, la figura di Kirk, 31 anni, fondatore di Turning Point USA, prende la forma del martire: “ucciso dall’odio della sinistra radicale”, “vittima dell’ideologia gender”. Time ricorda come Kirk avesse costruito la sua carriera sul rifiuto dei diritti delle persone LGBTQIA+, definendo “perversione” le transizioni e attaccando il matrimonio egualitario. Ora quelle stesse frasi tornano, ma come reliquie di un santo laico, offerte a un pubblico che chiede vendetta. Anche Giorgia Meloni, forse priva di uno spin doctor qualificato, ha strumentalizzato l’omicidio sui propri canali social con un post che suscita imbarazzo.
È un copione collaudato, scrive il Washington Post: l’orrore diventa carburante, la vittima diventa bandiera. E in questa messa in scena, dove ogni dettaglio – la scritta “transgender” sul fucile, l’errore dell’FBI poi smentito – sembra troppo perfetto per non diventare simbolo, il dubbio più inquietante non è se ci sia un piano razionale teso a screditare la comunità LGBTIAQ+, ma quanto velocemente l’America sappia trasformare il sangue in propaganda. E del resto si inseguono complotti d’ogni sorta, incluso il filone che si chiede quanto questo orribile omicidio sia pericolosamente artefatto e funzionale alla propaganda trumpiana contro le persone LGBTIAQ+. Un omicidio perfetto, così perfetto da sembrare fin troppo preparato. Ma da chi?
