Lo scorso 14 Febbraio Chiara Ferragni lanciato la campagna Love Fiercely.
In collaborazione con il progetto “Scuola” di CIG Arcigay Milano, l’iniziativa ha il fine di educare e sensibilizzare i più giovani ad un amore “ferocemente” libero, senza oppressioni o pregiudizi, celebrando l’identità di ogni individuo, al di fuori dell’universo esclusivamente etero-cis. “Mi auguro che tutte le persone possano vivere un amore libero come l’ho vissuto io, e senza vergognarsene” dichiara l’imprenditrice digitale.
Volti della campagna, tre coppie queer composte da Chiara Pieri, Francesco Cicconetti, Sara, Loredana, Nick Cerioni e Leandro Manuel Emede. Ognun* dei personaggi racconta la propria storia, condividendo luci e lati d’ombra, gioie e timori, ma soprattutto celebrando il proprio legame con orgoglio.
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In molti hanno accolto con entusiasmo la campagna, riconoscendo a Ferragni la capacità di essere una fedele alleata della comunità queer, in grado di utilizzare la sua gigantesca piattaforma per dare voce e spazio, a tematiche e volti che il nostro paese ancora fatica a tutelare e accogliere nella società odierna. Al contempo, non sono mancate nemmeno le critiche.
Per un recente articolo dell’Huffington Post, la sensibilizzazione dei fan di Ferragni all’amore inclusivo è paragonabile a “sensibilizzare i follower del Papa circa l’importanza di amare il prossimo e quelli di Lady Gaga sul vestirsi come gli pare“.
Tra riferimenti che vanno da Pasolini a Sergio Rigoletto, il pezzo è un appello a tutti i gay antisociali, che non hanno l’urgenza di apparire buoni e accomodanti per essere rispettati dalla società. Quelli che non sono gattini da difendere e non fanno favori all’ufficio stampa di Chiara Ferragni, che per l’autore del pezzo, Manuel Perruzzo “sta all’amore libero come Naomi Campbell sta al razzismo e la povertà“.
Perruzzo ritiene che ci troviamo in una sorta di paradosso dove i gay rincorrono la monogamia degli etero e gli etero la libertà sessuale dei gay. Ma si stava meglio o peggio prima della liberazione sessuale? Secondo l’autore quando eravamo invisibili, si faceva molto più sesso e non si risentiva di quest’ansia di “imborghesirci” o adattarci i ai canoni dell’eteronormativa.
“Molti gay vi diranno che non rimpiangono per nulla quel periodo in cui il sesso importava ancora a qualcuno e si provava un sottile godimento nel far qualcosa di socialmente condannabile, battere in zone oscure, concedersi uno scambio di fluidi corporei tra sconosciuti, poi ci sono quelli sinceri.”

