Iris e Giada, la paura per la loro famiglia arcobaleno: “E se un giorno i nostri figli si vergognassero di avere due mamme?”

Iris e Giada, la coppia dietro l’account Instagram “Mamme a modo nostro”, commentano il caso raccontato da D di Repubblica su una ragazza presa di mira a scuola perché figlia di due mamme: “Temiamo che un giorno si vergognino della nostra famiglia”.

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Iris e Giada di “Mamme a modo nostro”: “Abbiamo paura anche per la nostra famiglia"
Iris e Giada di “Mamme a modo nostro”: “Abbiamo paura anche per la nostra famiglia"
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Un articolo pubblicato su D di Repubblica ha riaperto una ferita che la famiglia arcobaleno conosce bene, anche quando nessuno ne parla apertamente.

Non si tratta soltanto di omofobia esplicita o di aggressioni evidenti. A volte il dolore passa attraverso una risatina, una frase detta a bassa voce in classe, uno sguardo che trasforma una famiglia in qualcosa da “spiegare”.

La storia raccontata da Veronica Mazza parte dalla lettera di Nicole, 47 anni, madre di Simona, una ragazza di 15 anni cresciuta con due mamme.

Una famiglia costruita attraverso un percorso di procreazione medicalmente assistita in Spagna, tra difficoltà burocratiche, paure e desiderio di maternità. Per anni tutto era sembrato relativamente sereno. Poi l’arrivo al liceo scientifico ha cambiato qualcosa.

Nuovi compagni, nuovi equilibri, nuove dinamiche. E improvvisamente quella famiglia che per Simona era sempre stata normale è diventata motivo di scherno.

Famiglia queer con due mamme
Famiglia queer con due mamme

Famiglia queer con due mamme: “Ma tuo padre dov’è?”, quando il bullismo passa attraverso le “battute”

Nel racconto pubblicato da D di Repubblica, Nicole descrive il lento cambiamento della figlia. Sempre più silenziosa e chiusa. Fino alla confessione arrivata con fatica.

Alcuni compagni di scuola avrebbero iniziato a prenderla di mira con commenti omofobi e giudizi sulla sua famiglia. Non episodi violenti o eclatanti, ma qualcosa di più sottile e continuo.

Frasi come: “Ma tuo padre dov’è?”, “Che schifo”, “Non è normale”.

Parole che, ripetute giorno dopo giorno, finiscono per scavare dentro. E infatti il dettaglio che ha spezzato il cuore della madre non è stato solo il contenuto degli insulti, ma il modo in cui Simona ne ha parlato con vergogna.

Nicole racconta infatti di aver visto la figlia iniziare a prendere le distanze dalla propria famiglia nel tentativo di attirare meno attenzione possibile. Meno inviti alle amiche, meno racconti sulla vita domestica, più tempo chiusa in camera.

Quasi un bisogno di diventare invisibile.

Il parere della psicologa: “La vergogna è il punto più delicato”

A commentare la vicenda è stata la psicologa, psicoterapeuta e sessuologa Maria Claudia Biscione, che ha definito la situazione vissuta da Simona come una frattura tra il “dentro” e il “fuori”.

Dentro casa, una famiglia stabile, amorevole e autentica. Fuori, uno sguardo sociale che trasforma quella stessa realtà in qualcosa da giudicare.

Secondo la psicologa, il rischio più grande è l’interiorizzazione della vergogna. Non soltanto il dolore per gli attacchi ricevuti, ma la possibilità che una ragazza inizi davvero a credere che ci sia qualcosa di sbagliato nella propria famiglia.

Un meccanismo che può portare adolescenti e adolescenti queer o figli di famiglie omogenitoriali a ridimensionarsi, a sparire, a evitare di esporsi pur di non diventare bersaglio.

La dottoressa sottolinea anche un altro aspetto fondamentale. Quelle che vengono liquidate come “battute” sono in realtà forme di micro-bullismo ripetuto che non possono essere ignorate dagli adulti.

Per questo, confrontarsi con la scuola non significa necessariamente sostituirsi ai figli, ma costruire attorno a loro una rete di protezione.

Iris e Giada di “Mamme a modo nostro”: “Abbiamo paura anche noi”

A sentirsi profondamente colpite dalla storia sono state anche Iris e Giada, la coppia dietro la pagina Instagram “Mamme a modo nostro”, che da tempo racconta online la propria esperienza di famiglia arcobaleno con due figli piccoli.

Iris, psicologa specializzata in psicologia queer, utilizza il proprio spazio social per parlare di inclusione, genitorialità e percorsi di PMA. Ed è proprio per questo che il racconto di Nicole e Simona le ha toccate così tanto.

Nel lungo post pubblicato su Instagram, le due mamme hanno scelto di non minimizzare nulla. Né la paura, né la rabbia, né quei pensieri che molti genitori provano ma spesso non ammettono ad alta voce.

“Queste storie riguardano persone. Anche minorenni. Raccontarle serve a comprendere, non a esporre”, scrivono all’inizio del post.

Poi arriva la parte più dolorosa, quella in cui parlano del timore che un giorno anche i loro figli possano vivere la stessa esperienza:

“Siamo preoccupate. Perché abbiamo paura che un giorno anche i nostri figli possano trovarsi davanti a tutto questo. Alle risatine, agli sguardi, alle parole dette piano ma abbastanza forte da lasciare il segno”.

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Una frase che racconta perfettamente quanto spesso l’omofobia quotidiana non abbia bisogno di grandi gesti per fare male.

“L’odio non nasce dal nulla”: il ruolo degli adulti e dell’educazione

Nel loro sfogo, Iris e Giada parlano anche di responsabilità collettive. Perché certi pregiudizi non compaiono dal nulla e difficilmente appartengono soltanto ai ragazzi:

“Siamo arrabbiate. Perché l’odio non nasce dal nulla. Ha radici, responsabilità, silenzi”.

Ed è qui che il discorso si allarga inevitabilmente all’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, tema che in Italia continua a generare polemiche politiche e culturali.

Per la coppia, insegnare il rispetto delle differenze non dovrebbe essere percepito come una minaccia o un’ideologia, ma come uno strumento basilare di convivenza civile:

“Le famiglie sono tante e tutte meritano rispetto. L’educazione sesso-affettiva è un diritto, non un optional”.

La paura di sentirsi “responsabili” del dolore dei figli

Uno dei passaggi più forti del post è forse quello dedicato al senso di colpa.

Iris e Giada ammettono infatti di conoscere bene quei pensieri intrusivi che possono colpire genitori di famiglie omogenitoriali. La paura irrazionale di essere, in qualche modo, la causa della sofferenza futura dei propri figli:

“Siamo tristi. Perché mentiremmo se dicessimo che certi pensieri non arrivano. Quei pensieri intrusivi, ingiusti, che ti fanno credere di essere tu responsabile di come il mondo tratterà i tuoi figli”.

Un sentimento che molte coppie LGBTQIA+ raccontano spesso sottovoce, quasi con vergogna. Perché nessun genitore dovrebbe sentirsi in colpa per avere costruito una famiglia basata sull’amore.

Eppure accade, soprattutto quando il dibattito pubblico continua a mettere continuamente in discussione l’esistenza stessa delle famiglie arcobaleno.

“Non sono tutti così”: la speranza nelle nuove generazioni

Nonostante tutto, il messaggio di Iris e Giada non si chiude nella disperazione. Anzi.

Lavorando con i più giovani, spiegano di vedere ogni giorno adolescenti molto più aperti e consapevoli rispetto alle generazioni precedenti. Ragazzi e ragazze capaci di comprendere la complessità delle relazioni e delle identità senza viverla come una minaccia:

“Li vediamo, li ascoltiamo, li conosciamo. E sappiamo quanto possono essere migliori di noi”.

Una frase importante soprattutto oggi, in un clima mediatico e politico in cui le famiglie omogenitoriali vengono spesso trasformate in terreno di scontro ideologico, dimenticando completamente i bambini e le bambine coinvolte.

“Siamo una famiglia e non c’è niente da giustificare”

Il post si conclude:

“Noi siamo una famiglia con due mamme e due figli. E non c’è niente, niente, che debba essere spiegato o giustificato. C’è solo da imparare a rispettare. Sempre”.

Ed è forse proprio questo il punto centrale di tutta la vicenda. Il problema non sono le famiglie arcobaleno. Non lo sono mai state.

Il problema è uno sguardo sociale che continua a trattarle come eccezioni da commentare, analizzare o mettere sotto processo.

Nel frattempo, però, ci sono adolescenti come Simona che crescono assorbendo tutto questo. Anche quando nessuno urla. Anche quando si tratta “solo di battute”.

© Riproduzione riservata.

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