Se questo è un Pride. Senza organizzazioni ebraiche queer, che non partecipano per timore di aggressioni. Intervista a Raffaele Sabbadini presidente Keshet Italia

L'antisemitismo serpeggia nell'ignoranza, divora conquiste e ci riporta indietro.

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Keshet Italia - Milano Pride 2023 - Gay.it - fonte immagine originale: Facebook (edit)
Keshet Italia - Milano Pride 2023 - Gay.it - fonte immagine originale: Facebook (edit)
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Cosa accadrebbe se un giorno escludessero un gruppo di italiani queer dal Pride di Londra o New York o Parigi, con la seguente motivazione: “Non vogliamo i fascisti di Meloni“?

La non partecipazione della comunità ebraica italiana queer ai Pride è una ferita aperta, liquidata come non urgente dalla corrente polarizzazione che sta minando le democrazie occidentali. Un vulnus pericoloso per lo spirito fondante del Pride.

La gravità di quanto sta accadendo è stata sottovalutata? Alcune persone marginalizzate a causa delle loro identità, non sono andate al Pride di Roma e non sfilano oggi al Pride di Milano, per timore di essere aggredite dai partecipanti stessi. Persone queer italiane che finora hanno sempre partecipato al Pride con le proprie organizzazioni e le proprie bandiere, sventolate accanto alle altre bandiere, non sfileranno quest’anno, perché temono di essere picchiate. Se questo è un Pride.

Nei giorni della sconvolgente inchiesta di FanPage sull’antisemitismo (e razzismo, e fascismo) emerso da esponenti di primo piano del partito di estrema destra di Meloni, presidente del consiglio, e La Russa, seconda carica dello Stato, dobbiamo – ancora una volta – denunciare la presenza di un palpabile antisemitismo anche tra le fila dell’estrema sinistra radicale. Il Pride è ostaggio della sinistra radicale antisemita al punto da lasciare che un’organizzazione di ebrei italiani queer rinunci alla sua partecipazione a causa del timore di aggressioni?

Se questo è un Pride. Ebrei spaventati dal corteo che sventola la liberazione di tutti i corpi, ma non dei corpi che rivendicano di essere queer ed ebrei. È stato fatto realmente tutto per garantire che tutti si sentissero al sicuro? Le forze di polizia possono proteggere il corteo – e lo fanno – da eventuali attacchi dall’esterno, ma non dai dissidi interni. Il tema è dunque culturale ed è tutto interno all’idea stessa di pride. Eppure, le organizzazioni queer ebraiche italiane non sono state invitate ai talk delle Pride Square di Milano e della Pride Croisette di Roma. Non si è ritenuto urgente, a Roma come a Milano, affrontare questo tema. Chi c’è, c’è, chi non c’è si arrangi. Se questo è un Pride.

Nei corto-circuiti che vorrebbero allinearci in gruppi opposti e ben riconoscibili, e dunque più facilmente controllabili, mi pare urgente la necessità di indagare nei territori di mezzo, dove non si stabiliscono verità, ma si prova a interpellare la realtà. A raccontarla e, prim’ancora, ad ascoltare. Così, abbiamo pensato fosse utile offrire lo spazio di Gay.it per ascoltare le rivendicazioni di chi, per il timore di essere aggrediti, non sventolerà le proprie bandiere ai Pride.

Keshet Italia - Milano Pride 2023
Keshet Italia – Milano Pride 2023 – foto originale Facebook (edit Gay.it

Ne abbiamo parlato con Raffaele Sabbadini, presidente del Gruppo Ebraico lgbtqai+ Keshet Italia.

Come già accaduto con il Roma Pride e il Torino Pride, l’organizzazione queer ebraica Keshet Italia non parteciperà infatti al Milano Pride, ribadendo la propria auto-esclusione a causa del clima anti-semita che starebbe a loro dire pervadendo i cortei LGBTIAQ+ italiani. Posso confermare, leggendo i commenti sui social network di Gay.it, che la situazione è fuori controllo e, purtroppo, intrisa di ignoranza.

Qualche giorno fa Keshet aveva denunciato la pubblicazione di commenti antisemiti: “Forni ne abbiamo?“, e “Gli ebrei comandano il mondo, che schifo” e ancora “Farebbero meglio a starsene lontani gli ebrei“. La questione si è incendiata a seguito della decisione annunciata in occasione del Bergamo Pride, il cui comitato organizzatore aveva chiesto di non avere “bandiere israeliane o inneggianti alla simbologia connessa allo Stato di Israele“.

Al Milano Pride sono state annunciate per solidarietà anche le assenze del consigliere comunale Daniele Nahum (Azione) e del senatore Ivan Scalfarotto (Italia Viva). Sul carro di +Europa e dell’associazione radicale Certi Diritti è stata offerta sicurezza e accoglienza alla brigata ebraica. L’altro ieri, nella conferenza stampa (qui il video integrale da Radio Radicale), sono intervenuti lo stesso Raffaele Sabbadini (presidente Keshet Italia), Carlo Riva (FIEP federazione italiana per l’ebraismo progressivo) e Andrée Ruth Shammah (regista teatrale e direttrice artistica), Alessandro Cecchi Paone (giornalista e conduttore tv, per conto dell’associazione LGBTI Certi Diritti e di +Europa), lo stesso Scalfarotto, Manuela Sorani (Comunità ebraica di Milano), Klaus Davi (giornalista e massmediologo). Solidarietà giunta anche da Lia Quartapelle (deputata del PD).

 

Keshet Italia - Milano Pride 2023

Intervista a Raffaele Sabadini, presidente Keshet Italia

Per scardinare le accuse di “pretestuosità”: qual è nel concreto il pericolo che ravvisate da una vostra eventuale partecipazione ai Pride? Diciamo cose concrete.

Non ci sentiamo sicuri, temiamo aggressioni, sappiamo di non poter sfilare in libertà come abbiamo sempre fatto, con la nostra identità, i nostri simboli. Le nostre bandiere sono bellissime, sono bandiere arcobaleno con la stella di David. Ne siamo fieri come ebrei LGBTQ+. Ma a Bergamo è stato vietato esplicitamente di portarle da parte degli organizzatori. “nella piazza del 15 giugno non saranno gradite bandiere israeliane o inneggianti alla simbologia connessa allo stato di Israele”, il che è una vera e propria discriminazione . Questo ha innescato ancora di più un brutto clima che si è aggiunto a minacce, anche precedenti, e denunciate nel nostro comunicato, di tutti i tipi, inclusi molti messaggi antisemiti.
Da tempo era iniziata la caccia al carro di Israele, così era stato chiamato da molti, poi era stato chiamato recentemente dell’ambasciata israeliana, poi dei sionisti, il tutto con la foto del nostro carro dell’anno scorso.
Noi siamo ebrei LGBTQ+. un’organizzazione italiana che si batte per i diritti delle persone LGBTQ+ e che rivendica il nostro essere sia ebrei sia persone LGBTQ+ e siamo sempre gli stessi che sfilavano in un clima sereno in tantissimi Pride come l’anno scorso anche a Milano. Non credete che qualcosa si sia logorato dopo tutti questi fatti?

Evidentemente sì. C’è una guerra in corso.

Non possiamo accettare il linguaggio che sta passando anche nella nostra comunità queer per parlare del conflitto in corso tra Israele e Hamas, in cui si confonde un governo come quello di Netanyauh con un paese intero (Israele) o, peggio ancora, con tutti gli appartenenti a una religione che hanno il Magen David sulle bandiere o addosso. Dovete capire che dal 7 ottobre il clima verso noi ebrei è cambiato, anche purtroppo nella comunità queer e questo in particolare, nella casa anche nostra, oltre ad essere molto doloroso per noi, indica una sottostima del problema.
Da novembre abbiamo scritto un appello a tutte le organizzazioni LGBTQ+ per denunciare questo clima. Sicuramente molto meglio sarebbe stato sedersi e cercare di comprendere le emozioni che stiamo provando, esplorando modi per prevenirle e identificando gli atteggiamenti appropriati, per proseguire la nostra lotta insieme. Senza ferire minoranze presenti nel movimento. Il silenzio anche su questi temi per me è alla base dell’indifferenza ed a Milano, al memoriale della Shoah, abbiamo il muro dell’indifferenza che noi vogliamo abbattere con un dialogo sempre più aperto all’interno del movimento

In conferenza avete parlato di un’occasione per una parte del movimento LGBTQ+, della società civile e della politica di farsi sentire e di esprimere solidarietà all’organizzazione ebraica queer. Ma a parte la solidarietà, e porgo convintamente la mia, ci piacerebbe vedere sventolare le vostre bandiere al Pride, accanto a quelle della Palestina: cosa non è stato fatto da parte del Roma Pride e del Milano Pride per avervi al corteo?

Noi con il Roma Pride abbiamo avuto una lunga e serena interlocuzione, e varie riunioni in cui abbiamo esposto le nostre perplessità, abbiamo pesato le loro rassicurazioni, ma purtroppo non abbiamo ritenuto fossero sufficienti per il senso di responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri militanti, nonché dei nostri tantissimi amici che ci hanno sempre seguito con le loro famiglie sui carri ed a piedi. Abbiamo convenuto con il Roma Pride che il tema va affrontato insieme e non sottovalutato come probabilmente è successo. Dal Milano Pride non è arrivata nessuna richiesta in tal senso, ma ciò non toglie che il dialogo sia sempre aperto e mi pare, anche dai segnali da parte del Milano Pride (nella nostra intervista ne abbiamo parlato con Alice Redaelli dell’organizzazione Milano Pride ndr). Siamo disponibili a parlarne ed a chiarirci, anche in previsione dell’anno prossimo.
Colgo l’occasione per confutare alcuni titoli o scritti di alcuni giornali a proposito del Milano Pride.

Prego.

È stato scritto che al Pride di Milano non ci hanno permesso di partecipare: ribadisco che siamo noi che anche qui abbiamo deciso di non partecipare per questioni di sicurezza. Ripeto: le nostre bandiere sono state vietate al pride di Bergamo, non a Milano.

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La vostra non-partecipazione ha eliminato anche la possibilità di affrontare approfondimenti nei talk della Pride Croisette a Roma e della Pride Square a Milano: un’occasione mancata.

Veramente non ci sono stati mai proposti, ne avremmo parlato molto volentieri in quelle situazioni, anche non partecipando ai Pride.

Incalzata da noi sul tema, Redaelli di Cig Arcigay Milano, parlando a nome del Milano Pride, ha detto:
“La comunità queer ebraica può – come qualsiasi altro gruppo che si riconosca nei valori del Pride – partecipare al Milano Pride liberamente con le proprie bandiere. Però occorre considerare che anche la protesta e la critica durante la manifestazione sono forme di libertà, purché non siano violente o dichiaratamente discriminatorie, razziste, antisemite, islamofobe, abiliste o omo/transfobiche. Ad esempio, riteniamo che affermare che tutti gli ebrei siano responsabili dei crimini di guerra del governo israeliano sia chiaramente antisemita, così come etichettare come pro-Hamas o pro-terroristi i sostenitori della causa palestinese sia islamofobo. Sono due facce della stessa medaglia: la disumanizzazione dell’altro che può portare alle forme più estreme di violenze e sopraffazioni”

La posizione di Alice di qualche giorno fa ben sperare. Siamo prontissimi a sviluppare il dialogo nel merito. Ma questa posizione purtroppo non garantisce per ora la nostra sicurezza in ottica di partecipazione al Milano Pride.
E’ proprio dalla disumanizzazione di cui parla che partiamo, perché è questo che noi stiamo vivendo per quello che sta succedendo giornalmente a noi ebrei dentro e fuori il movimento LGBTQ+, per le ragioni che ho appena esposto Noi ebrei stiamo esagerando? No. Questa è la nostra realtà, che è vissuta da noi come minoranza sia nel paese sia nella comunità LGBTQ+ dal 7 ottobre: e parlo della minoranza ebraica. E non è vittimismo, è la realtà, purtroppo la nostra realtà che viviamo sulla nostra pelle. Vorrei che tutti noi ne prendessimo coscienza.

Bandiera ebraica queer - Stella di David Arcobaleno

La parola “genocidio” in relazione alle stragi di Gaza vi urta. Perché?

Come riportato dai nostri comunicati, grande attenzione dovrebbe essere posta all’uso delle parole, in particolare quando si legge “stop al genocidio”, si ricade poi in commenti osservati frequentemente un po’ ovunque sui social. Ne cito uno riscontrato recentemente per farne capire l’effetto indotto su di noi. Questo commento cita sotto allo slogan sul genocidio: “stop al terrorismo israelita! Non hanno imparato nulla della storia… Si stanno vendicando su un’altra minoranza”.
L’uso della parola israeliti (non israeliani!) è un esempio di un utilizzo tipico di questo periodo, ed è l’appellativo che la Bibbia dà per descrivere il popolo ebraico. Questo rende ben chiaro come l’uso della parola genocidio — utilizzata in maniera completamente scomposta — crei simmetrie tra quanto ha sofferto il popolo ebraico e l’azione del governo israeliano verso i palestinesi. Di questo le organizzazioni LGBTQ+, dovrebbero prendersene carico e provare a capire come questo linguaggio impatta sulle comunità ebraiche in Europa e nel mondo.

E poi c’è Israele.

Facciamo attenzione poi che questo atteggiamento di rifiuto a priori e di odio anche all’interno dei Pride, senza che anche persone israeliane possano esprimere la loro identità queer israeliana, sia una forma di discriminazione. È un tentativo di isolare la comunità queer israeliana dalle lotte della nostra comunità a livello internazionale che dovremmo scongiurare insieme.

Non pare poi così assurdo che un Pride prenda le distanze dai massacri di Gaza. Non capisco se su questo punto ci sia un non detto da parte vostra. Le persone che hanno voglia di pensare e non aderire alla cieca agli slogan, non vi associano di certo a Netanyahu e al governo attualmente in carica in Israele, ma ho una domanda precisa: avete preso pubblicamente distanza da esso? Qual è la vostra posizione rispetto ai massacri di Gaza?

Vorrei far notare che come ebrei italiani doversi sempre giustificare per le azioni del governo israeliano è spiacevole e logorante. Ripeto: siamo ebrei italiani e non vorremmo essere sempre sul banco degli imputati per le scelte di un governo come quello di Israele.

Come ha detto un mio collega, anche io non vorrei rispondere a nessuno di quel che fa il Governo Meloni.

Appunto. Ti faccio un altro esempio: chiediamo mai ai musulmani, con la frequenza con cui si chiede a noi, di prendere le distanze dagli atti feroci di Hamas tipo il 7 ottobre o di Hezbollah che continua a lanciare centinaia di razzi contro i civili nel nord di Israele provocando morti e decine di migliaia di sfollati da quelle zone in molti casi semidistrutte?
Se poi dobbiamo esplicitarla, la posizione che è più condivisa all’interno della nostra organizzazione, è quella di ritenere che ogni popolo ha diritto alla propria autodeterminazione, ma che questo non può avvenire oggi con a capo Hamas. La creazione dello stato palestinese è assolutamente necessaria, ma non può essere percepita come una ricompensa ad Hamas per quanto fatto il 7 ottobre. Continuiamo comunque a ritenere impellente una soluzione a due stati e la liberazione incondizionata degli ostaggi che permetta una dignità di vita al popolo palestinese e la sicurezza del popolo israeliano. Il problema però rimane un altro.

Quale?

Il problema non è il prendere le distanze dalle azioni del governo israeliano attuale. Le discriminazioni contro la nostra organizzazione non sono una novità. Già un anno fa, molto prima della guerra, la nostra partecipazione veniva contestata con i peggiori stereotipi antisemiti (accuse di sangue, dominatori del mondo…) da organizzazioni LGBTQ+ che sostenevano che ricevevamo fondi dallo Stato d’Israele o di essere il “carro d’Israele” (entrambe falsità per generare odio contro la nostra comunità). Possiamo continuare a prendere le distanze dai governi israeliani, ma il problema non è questo. Ci viene chiesto di prendere le distanze dallo Stato d’Israele e dalla sua legittimità. Questo, da definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance, definisce anche linee guida per contrastare l’antisemitismo ndr) adottata anche in ambito europeo, è una forma di antisemitismo. Non saremo mai con chi delegittima l’esistenza dello stato di Israele e ne vuole la distruzione.

Avete parlato di “profondo momento di riflessione con il movimento LGBTQ+ tutto”. Lo spunto di riflessione qual è, ma soprattutto a cosa mira?

A far capire che soprattutto nella nostra comunità, così attenta al linguaggio, che valorizza l’inclusività, le esperienze individuali e la creazione di spazi sicuri, si fa uso di un linguaggio che fomenta un clima d’odio verso parte della comunità stessa. L’antisionismo non è necessariamente visto come antisemitismo, ma ciò che è certo è che l’antisionismo rischia di generare antisemitismo e quando Israele è coinvolto in conflitti, le persone non esprimono le loro rimostranze davanti alle ambasciate israeliane, ma disegnano svastiche sulle sinagoghe e questa ne è una palese dimostrazione. L’intersezionalità, concetto di cui la nostra comunità oggi si fa paladina, prevede infatti di non anteporre posizioni politiche a caratteristiche fondamentali dell’identità.

Per me tutto questo è un fallimento, lascia che te lo dica. Un fallimento di noi tuttə.

Trasformiamolo in un salto nella riflessione. Cerchiamo finalmente di capire e di capirci.

 

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Ulderico Manani 29.6.24 - 13:42

sono totalmente d'accordo con Raffaele Sabbadini presidente di Keshet Italia . Esprimo tutta la mia solidarietà e condanno le discriminazioni fatte da discriminati contro altri discriminati. Non è la prima volta che si manifesta questo . Occorre riflettere molto ed approfondire fino a trovare la radice di tale errore . ULDERICO MANANI