Nel Sahel, tra Niger e Ciad, esiste una cerimonia in cui la competizione non produce esclusione ma relazione, e in cui l’estetica non serve a classificare ma a stare insieme. È il Gerewol, il rito di corteggiamento del popolo Wodaabe, portato alla ribalta da un video pubblicato su Instagram da Francesca Giustini, che in poche ore ha aperto uno squarcio su un modo radicalmente diverso di intendere bellezza, mascolinità, giudizio e comunità.
Nel video, girato in un accampamento Wodaabe nel Ciad, Giustini accompagna le immagini con un racconto asciutto, privo di esotismi, che restituisce il senso profondo della cerimonia. “Qui c’è competizione, esiste, ma non divide”, scrive nella didascalia, riassumendo efficacemente ciò che il Gerewol rappresenta per questo popolo nomade: un momento collettivo, rituale e pubblico, in cui il confronto non si traduce in gerarchia permanente.

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Il Gerewol: una cerimonia che attraversa il tempo
“Questa cerimonia va avanti da ieri”, spiega Giustini nel video. Il Gerewol è un rito antichissimo, celebrato una volta all’anno, che segna una pausa nel ciclo della transumanza. I Wodaabe, pastori nomadi che seguono l’acqua e i pascoli per il bestiame, si fermano e si riuniscono. È un momento centrale della loro vita sociale.
Durante il Gerewol sono gli uomini a competere in un vero e proprio contest di bellezza. Si preparano per ore, a volte per un’intera giornata. Truccano il volto per mettere in risalto occhi e denti, curano capelli, barba, copricapi, scelgono con attenzione abiti e decorazioni. Ogni gesto è condiviso: “Gli uomini passano un’intera giornata a prepararsi insieme, aiutandosi con l’acconciatura, con il trucco e con le decorazioni”, spiega Giustini.
Non è una preparazione individuale, né segreta. Tutto avviene davanti alla comunità. La bellezza non è un capitale privato ma un’esperienza collettiva, che si costruisce insieme e si offre allo sguardo di tutte e tutti.
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Danza, resistenza, controllo
La competizione prende forma nella danza. “La danza può durare ore e si ripete per diversi giorni”, procede il racconto. Gli uomini ballano, cantano, resistono alla fatica e mantengono la concentrazione. È una prova di resistenza, presenza e controllo, più che di pura apparenza.
Due rami dello stesso popolo si distinguono per segni corporei e stili diversi: gli Ndjapto, noti per l’aspetto estremamente curato e colorato, e i Soudousukaia, riconoscibili per le scarnificazioni su tutto il corpo, considerate simbolo di bellezza e identità. Differenze che non producono gerarchie, ma arricchiscono il rito.
Le giovani donne osservano, si consultano tra loro. Poi, quando il capo dà il via, si coprono il volto con un telo e si avvicinano lentamente al gruppo dei danzatori. “Misteriose ma decise, sanno cosa vogliono e chi scegliere”. La scelta è femminile, pubblica, condivisa. E non interrompe la festa: “A prescindere dalla scelta, la festa continua fino all’alba per tutti”.
Corteggiamento come fatto comunitario
Un elemento centrale del Gerewol è che il corteggiamento non è vissuto come un fatto privato. “Per i Wodaabe il corteggiamento non è un segreto, ma qualcosa che appartiene a tutti, perché nasce e si compie dentro la comunità”, sottolinea Giustini.
Anche quando una donna sceglie un uomo e, come “premio”, può trascorrere con lui una notte, questo momento non assume il valore di un esito definitivo. È una prova, una possibilità, non un’etichetta permanente. Il risultato non definisce una persona per sempre. Esiste solo in quel momento, per essere vissuto e poi lasciato andare.
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Un confronto implicito con l’Occidente
Nel testo che accompagna il video, Giustini propone un confronto netto ma non moralistico con il mondo occidentale. “Nel mondo occidentale l’estetica è diventata spesso un requisito di giudizio. Serve a misurare, a confrontare, a stabilire chi vale e chi no, ed è una competizione continua, silenziosa e intrinseca in tutte le situazioni della vita”.
Nel Gerewol accade l’opposto. L’estetica è un pretesto per stare insieme, la competizione è esplicita, circoscritta nel tempo e nello spazio, e proprio per questo non invade ogni ambito dell’esistenza. “Quando la competizione smette di essere un giudizio e torna ad essere un’esperienza condivisa, un gioco, una scusa per trascorrere tempo insieme, aldilà del risultato”, scrive Giustini, indicando il punto forse più radicale di questa pratica culturale.
Chi sono i Wodaabe: nomadismo, uguaglianza, bellezza

I Wodaabe, chiamati in modo dispregiativo “Bororo” dalle popolazioni vicine, sono una sotto-etnia dei Fulani o Peul. Si definiscono con orgoglio “il Popolo del tabù”, perché nella loro cultura non esistono gerarchie: non ci sono padroni né schiavi, e la società è fondata su un’idea di uguaglianza che rifiuta il valore degli accumuli materiali.
Vivono di pastorizia, allevando zebù, cammelli e capre. Il bestiame è al centro della loro esistenza, al punto che ogni bambino riceve in dote un vitellino sin dalla nascita. Il prestigio delle famiglie si misura sul numero di capi posseduti, ma gli animali vengono sacrificati solo in occasioni particolari.
Alla base della loro cultura c’è il Pulaaku, un codice di comportamento che impone pazienza, autocontrollo, disciplina, modestia, rispetto e coraggio. I bambini vengono responsabilizzati presto: la custodia delle mandrie diventa una prova di maturità, da affrontare anche di notte, nella savana.
Pur essendo in gran parte musulmani, i Wodaabe hanno conservato riti animistici e pratiche preislamiche. La loro vita è concepita come un ciclo in tre fasi di 21 anni: apprendistato, pratica, insegnamento. Uscire dalla vita attiva equivale, simbolicamente, a morire.
Osservando da vicino questo affascinante popolo, il culto della bellezza non è un vezzo estetico, ma un valore centrale. Il Gerewol, celebrato alla fine della stagione delle piogge, rappresenta la sintesi di questa visione. Centinaia di famiglie si spostano per giorni attraverso il Sahel per partecipare a una festa che rinsalda legami, crea nuovi amori e riafferma l’identità collettiva.
Francesca Giustini, con il suo video, ci fa riflettere sul fatto che il Gerewol, oltre a colpire per la sua forza visiva, interroga direttamente il nostro modo di pensare la competizione, il desiderio e il giudizio. Il racconto mostra che esistono modelli sociali in cui il confronto non produce esclusione e in cui la bellezza non diventa una condanna permanente.
