Succede spesso – molto spesso, troppo spesso – che autori e autrici definiti classici diventino icone, idoli, simboli di tutto e, dunque, di niente. È successo con Virginia Woolf, con Frida Kahlo in pittura, a tratti con Jane Austen, un tempo con Oscar Wilde. Sta succedendo con Michela Murgia, anche.
È successo e succede ancora con Giacomo Leopardi, poeta tra i più amati, ma anche tra i più bistrattati della nostra letteratura, certamente uno scrittore e un filosofo, forse soprattutto un filosofo, eccezionale, oggi poco letto, direi pochissimo fuori dalle aule scolastiche, eppure estremamente chiacchierato, ridotto a significati e a categorie che prescindono dalla sua epoca e che pertengono, invece, al nostro tempo dissennato. Lo dimostra l’attenzione sconsiderata e pruriginosa che avvolge, oggi, la sua biografia. Lo dimostrano operazioni come Il poeta dell’infinito, la miniserie in due puntate che, qualche settimana fa, su Rai Uno, ha raccontato – diciamolo subito: distorcendola – la vita del letterato recanatese. E lo testimonia anche il successo incontestabile che la suddetta fiction ha avuto in termini di ascolto. La prima puntata ha superato, infatti, il 24% di share, mentre la seconda si è attestata comunque sopra il 20%. Niente male. Niente da dire, anche, se non fosse che la serie, diretta da Sergio Rubini, è in realtà punteggiata di forzature, di inesattezze e di grossonalità.
Giacomo Leopardi: un altro corpo, un nuovo corpo
La più evidente è il casting: non solo Antonio Ranieri, co-protagonista della vicenda narrata, migliore amico o forse amante di Leopardi (su questo torniamo tra pochissimo), ovunque descritto come un «bel giovane, alto e biondo», è interpretato dall’invece morissimo Cristiano Caccamo, ma il poeta stesso, risaputamente affetto da una malattia rara e deformante – forse una spondilite tubercolare – è qui incarnato dal bel Leonardo Maltese (già visto in Rapito di Marco Bellocchio e in Il signore delle formiche di Gianni Amelio, entrambi ottimi film) e privato volutamente della sua postura ingobbita.
L’intento – ha dichiarato Rubini – era quello di liberare Leopardi dal luogo comune della malformazione e dal giogo della malattia. Leopardi – aggiunge – «era un uomo pieno di voglia di vivere, ironico, spiritoso e trasgressivo». Tutto plausibile, sì. Il poeta era, in effetti, da quello che sappiamo, trasgressivo, benché a suo modo. Anche ironico, se vogliamo, certamente spiritoso. Ciò non cancella, però, il dato anatomico. Dunque, si è lavorato così: per trasmettere la simpatia e l’episodica lievità di Leopardi, ne abbiamo cancellato morbi e difetti. Per renderlo conciliante, per renderlo appetibile, adatto al nostro intrattenimento, lo abbiamo dovuto consegnare a un altro corpo, a un corpo abile e inequivocabilmente attraente, sopprimendo un dettaglio biografico irrinunciabile e tristemente fondativo. Un uomo con la gobba non può quindi essere simpatico? È il ritorno della Kalokagathia? Grave.
Tra l’altro, volendo aggiungere un altro tassello, il disegno registico non regge e si rivela apertamente contraddittorio; la volontà di slegare il profilo biografico di Leopardi dai soliti cliché è presto chiaramente abortita in favore di un ritorno a una retorica spiccia, misticheggiante, quasi margheritabuyesca, sempre ansimante, assorta, enfatica e ampollosa del gesto poetico. Si voleva un Giacomo Leopardi irrequieto e desiderante, ma si è finiti per rappresentare il solito Giacomo Leopardi ridondante e magniloquente, evitando in ogni caso di provare, invece, a coglierne i chiaroscuri.
Il risultato è molto caotico: i cliché vengono confusi con le verità storiche, le verità storiche vengono forzate in favore di un’estetica nuova, il dubbio viene mascherato da certezza e poi confutato. Tutto è un po’ il contrario di tutto, com’è evidente soprattutto nel secondo episodio della miniserie, quando, tra le altre cose, assistiamo a una scena tra Leopardi e Ranieri, che vuole essere furbescamente omoerotica senza esserlo davvero. Una scena inutile e offensiva, che dice moltissimo del nostro modo di guardare all’arte oggi e che, inoltre, non ha alcun corrispettivo biografico.
Rubini ce li mostra a Napoli, dove effettivamente hanno vissuto, insieme, gli ultimi anni della vita di Leopardi. Sono uno di fronte all’altro, Ranieri ha sulla testa un velo a simulare l’effigie di una donna. Non una donna a caso, ma Fanny Targioni Tozzetti, colei per cui, secondo gran parte della critica, sia Leopardi sia Ranieri persero la testa. Colei che li univa, colei che li separava. Lei, già madre di tre figlie e moglie di Antonio Targioni Tozzetti, medico e botanico, pareva però essere presa solo per il bel Ranieri, che, nel frattempo, si dichiarava infatuato anche dell’attrice romana Maria Maddalena Pelzet e di molte altre fanciulle. Un vero e proprio dongiovanni, almeno sulla carta.
Giacomo Leopardi e il queerbaiting
La scena allude al desiderio di Leopardi di recitare i suoi testi al cospetto di quella che è da molti considerata la sua musa, Fanny appunto, che però, siccome è lontana e in ogni caso assente, a lui inaccessibile, viene sostituita da un Ranieri en travesti. Leopardi, incredibilmente confuso dal gioco che lui stesso ha architettato, così, d’improvviso e senza alcuna tensione narrativa, cede al desiderio e bacia Fanny-Antonio. Un bacio frugale, ma assolutamente inequivocabile. È chiarissimo, checché se ne dica, che qui la sceneggiatura strizza tristemente l’occhio alla diatriba relativa alla sessualità di Giacomo Leopardi e al revisionismo critico che vuole, com’è lecito, instillare almeno un dubbio intorno al sentimento che legava il poeta ad Antonio Ranieri. Una scelta, questa, che sarebbe potuta essere interessante, specialmente perché fatta su Rai Uno, se si fosse limitata appunto a raccontare quello che (non) sappiamo o a navigare l’incertezza biografica, e che invece scivola in un risultato deludente e raffazzonato, che non fa che alterare, anzi distorcere, ogni evidenza biografica per rendere, come si diceva anche sopra, più seducente la vita del poeta.
A inasprire il quadro, ancora una volta, le dichiarazioni di Sergio Rubini, che ai microfoni de Il Giornale ha detto: «Non ho mai dubitato dell’orientamento eterosessuale di Leopardi. Con Antonio c’era un’amicizia profonda, il bacio è quello che vorrebbe dare a Fanny». Curioso, quantomeno. Perché, a dire il vero, come si è detto, di dubbi a proposito dell’eterosessualità del poeta ce ne sono, e parecchi, da anni. La critica su questo punto è convintamente divisa. Per molti, quella tra Leopardi e Ranieri è una storia d’amore, neanche troppo nascosta. Per altri, invece, quel rapporto così prossimo, intimo, è il segno di un’amicizia profonda, scevra da quei pudori che spesso, oggi, avvolgono i rapporti maschili di amicizia e fratellanza.
Per Rubini, infine, quella relazione ambigua non è che un’occasione golosa, l’opportunità fintamente irriverente che può rendere la sua miniserie chiacchierabile, tiktokabile, queer al punto giusto, ma assolutamente eterosessuale, perché – si sa – la queerness ci piace solo se è sfruttata dalla retorica eterosessuale. Quel bacio, recitato malino tra l’altro, non è allora solo il segno di una severa stortura biografica, ma, e forse è anche più grave, l’evidenza di un’inconsapevole tendenza al queerbaiting, ossia l’appropriazione indebita di talune istanze queer volta a rendere più stuzzicante una storia, un prodotto. Non serve a niente, non fa gioco a nessuno questo atteggiamento qui; né alla letteratura di Leopardi – alla letteratura in genere, anche – né alle cause LGBTQIA+. Non c’è interesse qui, è evidente, né per una cosa né per l’altra. Alla fine delle due puntate, infatti, dei testi di Leopardi non resta alcunché, se non le solite teorie trite, ritrite e superate. Allo stesso modo, niente rimane di quel dubbio, di quella ipotesi proibita, a lungo censurata, e oggi finalmente paventata. Se, mettiamo il caso, Ranieri e Leopardi si fossero amati per davvero, allora, neanche questa volta, neanche oggi, resterebbe niente di quel sentimento intimidito.
Si voleva un Leopardi liberato e si è ottenuto un Leopardi più imprigionato che mai.


