La stagione dei Pride va avanti sotto le ombre di tempeste incrociate, che da un angolo all’altro del mondo acuiscono strali di censura e repressione verso le comunità LGBTIQ+ globali. Eppure continuiamo a marciare, a cantare, a scrivere la nostra storia sui muri del silenzio, con la vivida realtà dei nostri corpi. Per ogni divieto, una bandiera che si alza, per ogni arresto e per ogni morto, milioni di resistenze. E disobbedienze. Una breve digressione sui fatti della settimana.
Dall’approvazione nel gennaio 2024 della legge che in Russia qualifica come terroriste le associazioni LGBTIQ+, il Cremlino ha arrestato 101 persone accusate di aderire ad un presunto movimento queer internazionale. Le maglie delle influenze di Mosca sull’Europa si stringono: dopo l’oceano dei 200mila disobbedienti al Budapest Pride vietato da Viktor Orbán, il leader ungherese filo-Putin mette sotto pressione le debolezze della Commissione von der Leyen, restia a procedere con l’applicazione dell’art. 7 dei Trattati. Anche dalla Germania di Merz giungono messaggi inquietanti: in diretta tv il cancelliere tedesco ha pubblicamente liquidato come tendone da circo la bandiera rainbow, che quest’anno non sarà issata al Bundestag il prossimo 26 luglio per il Christopher Street Day di Berlino, il Pride della capitale: un episodio simbolicamente significativo nell’anno in cui la Germania registra aggressioni e intimidazioni dall’estrema destra verso la comunità LGBTIQ+.

Tutto questo mentre negli USA la Corte Suprema a maggioranza trumpiana fa da sponda ai provvedimenti esecutivi del tycoon: sarà ora possibile per i genitori escludere i propri figli da lezioni tenute su libri di testo inclusivi, sebbene la stessa Corte, dietro pressione delle lobby farmaceutiche, abbia ripristinato l’accesso gratuito alla PrEP. Scioccante la decisione dell’Università della Pennsylvania che, dietro pressione di Trump, ha cancellato tutti i record della nuotatrice trans Lia Thomas. Sulla partecipazione di atlete trans negli sport maschili, c’è preoccupazione nella comunità T statunitense per le prossime, irreversibili decisioni che la Corte Suprema potrebbe prendere su due casi.
Occidente e Oriente sempre più vicini nel segno della repressione anti-LGBTIQ+: in Turchia la repressione di Erdogan ai danni dell’Istanbul Pride, che va avanti dal 2015, ha visto più di 50 arresti. Mentre la Cina sta arrestando decine di autrici di danmei, racconti erotici gay accusati di corrompere la virilità del maschio cinese.
Eppure, mentre da est a ovest si stringe la morsa della repressione anti-LGBTQIA+, la memoria queer è più viva e combattiva che mai. Le parole dello scrittore Justin Torres aprono uno spiraglio: nonostante le censure, i vuoti, le frustrazioni, c’è sempre chi riscrive e reimmagina la nostra storia. Il suo romanzo Blackout ci ricorda che la memoria queer non è perduta, ma viva nei corpi, nelle parole, nei legami tra generazioni e tra culture. E il futuro, ci dice Torres nel romanzo e nella nostra intervista, può ancora sorprenderci.

