In un mondo perfetto, il coming out di celebrità dovrebbe essere un atto di libertà, una dichiarazione sussurrata a se stessi e al mondo, priva di calcolo, marketing, tempismo di mercato. Ma il mondo è tutto fuorché perfetto, e il coming out – oggi – può facilmente risuonare come gesto performativo, un trailer ben montato, un sussulto social possibilmente virale. E guarda caso, ad avere il coraggio di uscire allo scoperto sono sempre loro: i calciatori di una qualche terza o quarta divisione, i cantanti la cui voce non l’ha sentita nemmeno Spotify, gli attori che il pubblico fatica a riconoscere persino con i sottotitoli.

Ben vengano, per carità. Ogni voce conta, anche quella che grida nella periferia dell’industria dello show business. Ed esistono i coming out che hanno fatto la storia. Ma oggi, come dire, il coraggio è ormai un racconto che ciascuno ritaglia addosso alle proprie necessità pecuniarie. E puoi ascoltare interviste vanitosamente sbandierate come la fiera dell’orgoglio arcobaleno, nelle quali fior fior di celebrità si definiscono “orgogliosamente queer”, “finalmente sé stessi”, “pronti a ispirare”, purché ci sia una telecamera accesa o un microfono teso. La stampa li accoglie con l’enfasi che si riserva alle rivoluzioni, i titoli grondano commozione, e il feed social si colora di cuori e fiocchi.

Sia chiaro: ogni coming out contribuisce, nel suo piccolo, a sgretolare lo stigma. Ma è difficile non notare una certa geometria prevedibile nella mappa delle confessioni. Perché i coming out arrivano, puntuali, solo da chi ha poco da perdere o, meglio ancora, molto da guadagnare.

Ma il punto è: dove sono i veri famosi? Dove sono quelli che vendono milioni di copie, che riempiono gli stadi, che portano la fascia da capitano in campo e lo smoking alla premier del blockbuster?

Al massimo alludono. Accennano. Ammiccano. Usano parole come “fluidità”, “amore senza etichette”, “spazio sicuro”. Si vestono queer, ballano queer, si pittano le unghie e fanno campagne per la diversità, agguantano sponsor vogliosi di cuccarsi i soldi di lesbiche gay bisessuali trans intersessuali queer plus, purché nessuno chieda esplicitamente: ma tu, sei gay? A quel punto cala un silenzio da teatro antico, seguito da una scrollata di spalle e un’intervista sul valore della vita reale.

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Resta memorabile nei miei ricordi il racconto che mi fece un notissimo scrittore allorché intervistò un altrettanto noto vip stra-queer, che tuttavia non parla mai di fidanzati, sempre definiti “persone”. Perché oggi va di moda innamorarsi di persone. Dev’essere la cultura woke, forse. O per meglio dire: l’abuso furbacchione della woke culture.

Se ne stava imbambolato nel silenzio non appena mi avvicinavo all’argomento“, mi riferì all’epoca il noto scrittore.

Ti viene quasi voglia di fare tu il loro coming out. Sarebbe outing (un tempo uno strumento di lotta politica, oggi considerato una violenza). Sì, ti viene voglia di sussurrare al mondo che quel calciatore ha sposato una modella solo per non turbare gli sponsor eterosessualizzanti. Che quel presentatore che predica inclusione ha sempre l’occhio languido (anzi: vorace) per i giovanotti aitanti della troupe. Che quella top model ha amato molte sue colleghe. Che quella star femminile parla di “anime affini” ma nel privato ama da anni una donna che nessuno deve vedere.

Perché qui nessuno mente. Nessuno dice “sono etero”. Ma nemmeno dice “sono gay. È la danza dell’ambiguità, della performatività queer a mezzo servizio. Quel che conta è apparire abbastanza arcobaleno da raccogliere like, senza esserlo davvero al punto da compromettere un contratto pubblicitario. O da far imbestialire il tuo manager gay-friendly che ti ripete con una pacca sulla spalla mentre organizza finti sold-out: “dai, il mistero vende di più, lo sai”.

Il coming out gratuito – cioè inutile, cioè sincero – non fa più scuola. È diventato un investimento, un posizionamento, una carta che si gioca quando serve. Per il nuovo progetto, per l’engagement, per la terza stagione della serie tv.

E chissà, forse tornerà la moda della verità nuda e cruda. L’uso smodato di etichette chiarissime. Chissà, forse riemergerà dal passato trasformato in futuro una qualche vera star queer che griderà dal palco di Sanremo: “Caro Papa Leone, caro presidente Mattarella, io sono gay e mi piace il c.”. Per ora, le uniche cose che escono dagli armadi sono outfit. E storytelling calibrati con l’algoritmo.

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