Nata a Lincoln Center, in Kansas, Jessa Crispin è una delle scrittrici più caustiche e radicali della sua generazione. Il suo I miei tre papà (SUR) è un testo che mescola il memoir al saggio, e dal quale origina una meditazione, mai esausta, intorno ai temi della violenza di genere, della famiglia e delle asimmetrie sociali. Al centro del discorso, la figura del padre intesa come precipitato dei sistemi e dei valori maschili che dominano la nostra società. Da un territorio di osservazione – il Kansas, appunto – attraversato da costanti correnti patriarcali e regressive, Crispin analizza le figure esemplari di John Pianalto, John Brown e Marthin Luther: tre padri, tre simboli a cui guardare per capire il mondo, da cui affrancarsi per immaginarne uno nuovo. Il sottotitolo, emblematico, del testo è Come liberarsi dai fantasmi del patriarcato.
Abbiamo intervistato Jessa Crispin.

Ce ne possiamo davvero liberare? Siamo prontə a farlo?
È arrivato il tempo di immaginare un mondo diverso.
Diverso come?
Un mondo costruito sull’equità e non sui sistemi gerarchici. Dobbiamo re-immaginare anche le relazioni, il lavoro. Come sarebbero le relazioni se tutti avessimo le stesse libertà nei confronti di un partner? Come sarebbe il sistema sanitario, per esempio, se le donne iniziassero a essere viste non solo come pazienti, ma anche come dottoresse, come ricercatrici e amministratrici?
Ancora facciamo fatica a immaginare un’alternativa, però.
Il patriarcato è seducente. È più facile tornare ai ruoli tradizionali, sono più prevedibili, meno soggetti alle incertezze. Non è un caso che negli Stati Uniti si stia diffondendo la figura delle tradwives – casalinghe tradizionali – che romanticizzano molto la vita domestica. La descrivono sempre in termini sognanti, non considerano il carico reale. Immagina, da un lato, l’apparente beatitudine di stare a casa in prendisole a panificare. Dall’altro, invece, il caos del mercato relazionale, la fatica di trovare un partner che ti consideri al suo pari. Oppure, il bisogno di trovare l’equilibro tra il costruirsi una carriera solida in un’industria che ti sfrutta e il desiderio di genitorialità. La regressione è affascinante.
Diciamo di volere lottare contro il patriarcato, ma non accenniamo a cambiare il paradigma.
Se non cambiamo il paradigma, ci spostiamo da un sistema oppressivo all’altro. Sconfiggiamo il patriarcato, ma accettiamo il mercato neoliberale che capitalizza ogni aspetto della nostra vita.
Già in Perché non sono femminista. Un manifesto femminista, il tuo precedente testo, prendevi le distanze dal femminismo neoliberale e dall’attivismo social. Dicevi che fossero contro-rivoluzionari e che anzi finissero per agevolare il pensiero patriarcale. Come siamo messi? C’è più consapevolezza oggi?
Non siamo messi bene. L’unico passo in avanti che abbiamo fatto, forse, è stata la rinuncia all’archetipo della girlboss, delle donne forti a tutti i costi. Negli Stati Uniti moltissime manager sono state allontanate dalle loro posizioni di potere perché accusate di essere abusanti e tiranniche. Per il resto, invece, credo che siamo in un momento di stallo, di pessimismo e di fatica. Molte donne credono che l’obiettivo sia troppo difficile da raggiungere, per cui vi rinunciano e si concentrano solo sul proprio benessere personale. Non c’è solidarietà, e le energie sono nebulizzate.
Sei pessimista anche tu?
No, vedo che c’è chi ha ancora fame, molta fame. C’è chi cerca nuove strade, nuovi modo, per fare arte o impegnarsi politicamente, per creare una famiglia o semplicemente per vivere.
Il primo uomo di cui parli nel tuo libro è John Pianalto che uccide moglie e figlie, poi commette suicidio. La sua storia porta con sé una riflessione importante: come possiamo raccontare storie di questo tipo senza reiterare una retorica misogina?
Avrei potuto scrivere la storia di John Pianalto come fosse un podcast di true crime, offrire alle persone quello che vogliono: il racconto di un’apparenza dorata che nasconde segreti e tormenti, l’epica misteriosa delle piccole città, la storia di donne vittime e uomini carnefici.
Non l’hai fatto.
Non l’ho fatto, non voglio che la sofferenza di alcuni sia di intrattenimento per altri. Sono arrabbiata con il true crime proprio per questo: trasforma in passatempo, in varietà, i traumi e le violenze, reiterando tra l’altro una logica di genere binaria: gli uomini sono predatori, le donne sono prede.
Perché ci piacciono così tanto storie di questo tipo? Cosa dicono di noi?
Penso che a molte donne piacciano storie così, perché c’è sempre la tentazione di immaginarsi come vittime, almeno potenziali.
Perché volersi immaginare vittime?
Se ti immagini vittima, significa che conti qualcosa. Che vali abbastanza da essere uccisa. È un pensiero malato.
A proposito di mogli e di mariti, nel tuo libro parli molto spesso del dispositivo matrimoniale, anche nei suoi aspetti più contraddittori. Può essere uno strumento femminista o è sempre un sistema asimmetrico, sbilanciato a favore di un maschile dominante?
È difficile. Le persone si amano ed è normale che cerchino metodi per sistematizzare il proprio amore. Dobbiamo però, almeno nelle nostre teste, fare lo sforzo di considerare l’amore e il matrimonio come due cose distinte. L’amore è una pratica complessa e cerchiamo di semplificarlo, di gestirlo, attraverso le leggi. Eppure non ci riusciamo, ci proviamo da secoli. L’amore rimarrà sempre una cosa ferina e contraddittoria. Al contrario, però, possiamo ripensare il matrimonio e la famiglia in modo che facciano meno male. Quando negli Stati Uniti il divorzio senza colpa è diventato legge, il tasso di suicidi tra le donne sposate è diminuito drasticamente, così come anche il tasso di violenza domestica. Le leggi relative al matrimonio incidono sul nostro benessere, è indubbio. Possiamo cambiare almeno queste cose, possiamo migliorarle.
Il dibattito italiano, anche grazie a Michela Murgia, si sta finalmente concentrando sulle strutture famigliari alternative alla famiglia tradizionale. Non solo nuclei omogenitoriali, ma proprio combinazioni differenti, che si discostano da quelle sacramentali pur simulandone, almeno in parte, gli assetti. Cosa ne pensi?
Evviva. Sperimentiamo. Consideriamo la famiglia un luogo del gioco e della sperimentazione, non un territorio di doveri da adempiere, di ruoli da ricoprire e performare.
Critichiamo il matrimonio, ma spesso ne inseguiamo comunque l’orma: si tratta ancora di un vincolo che ci rende (o ci fa sentire) socialmente decifrabili, incasellabili?
Assolutamente sì, le pressioni sono ancora tantissime. È comprensibile: vogliamo sentirci amati, vogliamo sentire di appartenere a qualcosa. Non tutti siamo a nostro agio nelle polycule (le polecole, ossia le relazioni non-monogame, ndr). Io stessa non potrei reggere una relazione poliamorosa, mi richiederebbe troppa organizzazione. I media e la società dicono alle donne che troveranno la loro soddisfazione sono nell’amore. Non possiamo arrabbiarci con le persone se ci credono. Anzi, è nostro compito. Mio, tuo. È compito degli scrittori e dei giornalisti mostrare loro la strada verso altre opzioni. Ci sono altri modi di essere decifrabili, altri modi per essere amati, compresi, rispettati. Altri modi per sentirci soddisfatti.
Nel libro scrivi che per superare la famiglia come la intendiamo oggi, la comunità non basta. Cioè?
La famiglia tradizionale offre sicurezza materiale. Quando si parla di famiglia, non si parla solo di legami e relazioni, ma di eredità, di beni e patrimoni. Abbandonare la famiglia o essere abbandonati dalla famiglia – capita spesso alle persone queer, per esempio – non significa soltanto dover cercare la cura altrove. Non si tratta di perdere solo l’affetto, ma anche il sostegno economico, burocratico, legale. Se una donna single volesse, per esempio, crescere un bambino da sola, sarebbe enormemente facilitata dal supporto della famiglia d’origine. Al contrario, senza una famiglia su cui contare, non esistono reti di sostegno né protezioni legali. Se dovesse succedere qualcosa, dove andrebbe a finire quel bambino? Per questo dico che non basta la comunità, servono reti di protezione, anche legale, pronte ad assistere ogni nucleo, e non solo quelli tradizionali.
La seconda sezione del tuo libro è dedicata a John Brown ed è un’indagine intorno ai temi della sicurezza e della pace nazionale. In che modo questi argomenti sono legati alle istanze femministe?
Non si può parlare di femminismo ed emancipazione senza discutere l’importanza fondamentale di un uso etico e saggio del potere. Gli Stati Uniti, dove sono nata, hanno contezza di cosa sia il potere, ma spesso ne abusano severamente. Ogni volta che una donna corre per la Casa Bianca – si veda Kamala Harris, ma anche Hillary Clinton – molte persone analizzano il fenomeno, licenziandolo come vittoria femminista. Non è sempre così, non è automatico che lo sia. In fatto di politica estera, per esempio, le posizioni di Clinton erano pessime, pericolosissime, tipicamente americane: giustificava la morte di civili innocenti, supportava azioni militari ingiustificate e ingiustificabili. Quello delle donne che sono più empatiche degli uomini è un falso mito. Chi è stato oppresso, spesso, non vede l’ora di opprimere. Non ci si può aspettare che basti sostituire un uomo di potere con una donna di potere per cambiare il mondo.
La violenza non serve a niente, lo scrivi anche nel libro. Eppure, la usiamo sempre, la usiamo al punto da foraggiare un genocidio. Perché?
Perché ci si sente bene a mandare all’aria tutto, a distruggere il mondo per ricostruirlo come piace a noi, anche e soprattutto usando lo strapotere e la violenza. Ci fa sentire forti.
In I miei tre papà, Marthin Luther è un pretesto per parlare di dio e religione: il femminismo e la religione possono coabitare?
Vale lo stesso discorso che abbiamo fatto per il matrimonio. Il sentire e la devozione sono faccende complesse. Le religioni sono i sistemi con cui proviamo a incasellarle, a semplificarle.
Sistemi oppressivi spesso.
Sì, sono strutture che devono cambiare. C’è un preoccupante ritorno alla tradizione religiosa in America: c’è chi ancora inneggia alla messa in latino, chi vede in Papa Francesco una figura diabolicamente progressista, chi glorifica lo sfarzo nelle chiese. È gente che vive di fantasia, non di realtà. Gente che non vuole davvero abbracciare la fede, ma vuole qualcosa che aiuti a gestire la complessità di essere credenti in un contesto mondano, costruito sull’ideale del profitto. Le religioni, specie quelle monoteiste, patriarcali come sono, hanno fatto parecchi danni sia agli uomini sia alle donne. L’idea del dio-maschio è pericolosa.
Il problema è il solito, però. Come introduciamo l’idea di un dio-donna, senza ripetere lo stesso schema di potere a parti inverse?
Esatto, è complesso. Sono processi lenti, non possiamo pensare che un decreto del papa risolva tutto. È un cambiamento lentissimo e collettivo. C’è bisogno che si incagli, che si interrompa e poi riprenda, che ci si discuta intorno, che venga riconsiderato.

