Infermiera molestata perché lesbica, condannato l’ospedale

Siamo di fronte alla prima sentenza in Italia che condanna un datore di lavoro per le molestie perpetrate a causa dell’orientamento sessuale della vittima.

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L’azienda socio-sanitaria della Valle Olona è stata condannata dal Tribunale di Busto Arsizio a pagare 10.000 euro nei confronti di una donna vessata dal suo primario e a risarcirla per le molestie subite. A raccontare quando accaduto il Corriere della Sera, a firma Elena Tebano. I fatti risalgono al 2019 e coinvolgono un’infermiera che lavorava come responsabile dell’ambulatorio di ginecologia e ostetricia di una struttura della Asst Valle Olona, e il primario del suo reparto. Dopo aver scoperto l’orientamento sessuale della donna, fidanzata con una dottoressa che lavorava nello stesso ospedale, il primario ha iniziato a fare battute oscene, di chiara matrice omofoba.

«Sono arrivata al punto di prendere le pastiglie per gli attacchi di panico, non riuscivo neppure a pensare di poter andare al lavoro», ha confessato la donna al Corriere. Negli atti del procedimento ci sono frasi irripetibili, con il primario che arriva a chiedere il trasferimento della donna in un’altra struttura. Persino i colleghi si mobilitano, con i dirigenti medici di ginecologia ed ostetricia che inviano una lettera alla dirigenza dell’Asst Valle Olona e al primario per esprimere «il loro dispiacere e I’incredulità» per il trasferimento, sottolineando «le doti professionali, organizzative e di gestione, nonché le doti umane» della donna. Grazie anche alla sua «competenza, preparazione e continua attenzione», continuano i colleghi, «gli ambulatori sono diventati un’eccellenza della nostra attività».

È così scattata la denuncia al giudice del lavoro, che ha riconosciuto le molestie ai danni dell’infermiera e condannato l’Asst Valle Olona a risarcirla. «Da quello che è dato capire dal dispositivo, siamo di fronte alla prima sentenza in Italia che condanna un datore di lavoro per le molestie perpetrate a causa dell’orientamento sessuale della vittima – dice l’avvocato Emiliano Ganzarolli –. È importante perché afferma che una lavoratrice non deve esser costretta a subire in silenzio le battute offensive e ostili del proprio responsabile che, per il suo ruolo, crede di poter trattare i sottoposti in modo svilente».

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«Questa omofobia in ambito medico è inaccettabile e non si fa nulla per prevenirla» – ha dichiarato Giovanni Boschini, presidente Arcigay Varese. «Non esistono piani di formazione per il personale medico e a pagarne le spese sono i lavoratori LGBT, lavoratori come tutti gli altri che pagano ancora per un clima profondamente omofobo e che impedisce alle persone di vivere liberamente. Precedenti del genere rischiano di alimentare un clima tossico che impedisce ai dipendenti di parlare della propria vita personale come tutti gli altri e di vedere il luogo di lavoro come un luogo frustrante, in cui autocensurarsi per non incappare in problemi per la propria carriera. È ora che anche le aziende pubbliche prendano posizione in maniera netta ed esplicita contro l’omofobia come accade in molti altri Paesi, organizzando iniziative ad hoc e formazioni per il personale. Un ulteriore silenzio da parte delle ASST significherà solo continuare ad essere complici di odio e pregiudizio».

Giorni fa, a Perugia, un professore è stato condannato per botte e insulti omofobi ad uno studente di 14 anni.

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