Una storia che parla di omofobia e che parte sin dall’asilo, quella raccontata da Emanuela Pecora – nota come La Pecchi – nell’episodio di alcuni giorni fa del podcast 1% Donne. La sua testimonianza è una di quelle che fanno riflettere sull’impatto che stereotipi e discriminazioni possono avere anche sui più piccoli.
A soli tre anni, suo figlio Leo è stato vittima di gravi insulti omofobi all’asilo. La vicenda non si è fermata a un semplice episodio: è proseguita fino in tribunale e si è conclusa con una vittoria importante, anche simbolica, per la famiglia.

In questo articolo
Gli insulti omofobi all’asilo: La Pecchi racconta l’esperienza del figlio
Leo aveva appena tre o quattro anni quando un suo coetaneo iniziò a insultarlo con frasi omofobe. Come ha raccontato La Pecchi nel podcast e portato all’attenzione da Biccy, ad accorgersi che qualcosa non andava nel figlio è stato il compagno, dopo che Leo aveva manifestato il suo disappunto nel tornare all’asilo. Il motivo? Il più classico e vile degli insulti omofobi, ma pronunciato da un coetaneo del piccolo.
“Questo perché un bambino ha detto a Leo ‘non toccare la mia bicicletta perché tu sei ricchi*ne’. Erano gli ultimi due anni di asilo, Leo aveva tre/quattro anni. Lo mettevano in castigo. Ovviamente quell’altro bambino aveva ripetuto cosa aveva sentito dire a casa, cosa ne sa altrimenti un bambino? I nostri figli sono i nostri specchi”, ha riflettuto Emanuela.
Parole dure, che mostrano come l’omolesbobitransfobia possa radicarsi fin dall’infanzia, spesso trasmessa inconsapevolmente dai genitori ai figli.
Visualizza questo post su Instagram
La chat delle mamme e la decisione di denunciare
La situazione è emersa con chiarezza quando una mamma ha riferito a La Pecchi di una chat parallela tra genitori, dove si discuteva del caso. Da lì Emanuela ha deciso di agire legalmente: “Me lo hanno detto in maniera molto fluida, altrimenti avrei rischiato di andare all’asilo e di entrare direttamente con la macchina”, ha commentato la madre.
A svelarle la presenza di una chat parallela, sarebbe stata un’altra madre che avrebbe deciso di raccontarle tutto con estrema sincerità. A quel punto, Emanuela è entrata nella chat ufficiale ed ha iniziato a chiedere. “E’ successo il delirio e le ho denunciate”, ha raccontato. “Mi è stato chiesto di ritirare la querela ma non l’ho fatto assolutamente, ti prendi la responsabilità di quello che hai fatto”, ha proseguito La Pecchi, aggiungendo un altro particolare che aggraverebbe la posizione della responsabile: “E pensa, che era pure una maestra”.
Il passaggio dalle parole alla denuncia è stato fondamentale. Non si trattava solo di chiarire un fraintendimento, ma di affermare con forza che gli insulti contro Leo non erano accettabili.
Libertà di gioco e rispetto dell’identità
Parte della vicenda riguarda anche la libertà di Leo di giocare con ciò che ama, senza essere giudicato: “Mio figlio veniva tacciato e chiamato ricchi*ne. Ho detto: ‘tu mio figlio non devi chiamarlo così’. Non perché è una vergogna o perché mio figlio gioca con le bambole. Tu vuoi far giocare tuo figlio giocare col triciclo? Bene, Leo la bicicletta non me l’ha mai chiesta. Quando Leo mi dirà che vuole giocare con le Barbie, sono fatti di mio figlio!”.
Emanuela Pecora, con la sua forza e la sua lucidità, ha ribaltato la prospettiva comune che spesso colpevolizza i bambini quando si discostano da ciò che viene considerato “normale”. Nel raccontare la vicenda, ha spiegato con parole chiare come il problema non sia mai nei gesti spontanei dei figli, ma negli occhi e nei giudizi di chi li osserva: “Per quale motivo dovrei dire a mio figlio ‘no, tu sei sbagliato?’ È semmai sbagliato chi ti dice queste cose!”.
Un’affermazione chiara: non sono i giochi o gli interessi di un bambino a dover essere messi in discussione, bensì i pregiudizi che lo circondano.
La vittoria in tribunale e la scelta simbolica
Grazie al supporto del suo avvocato, la famiglia del piccolo Leo ha deciso di portare la questione in tribunale, ottenendo giustizia: “Il mio avvocato mi ha detto ‘sai che c’è? Facciamo causa. Abbiamo vinto”, ha spiegato La Pecchi, che ha svelato anche a chi ha deciso di destinare il risarcimento ottenuto.
“Il bonifico glielo abbiamo fatto fare direttamente alla Casa Arcobaleno. In Tribunale mi hanno chiesto ‘datevi la mano’ e io ‘no, io la mano a una donna del genere non la darò mai’. Lei mi ha risposto ‘ma sai quanti amici gay ho anche io?’, ma io non gliel’ho comunque data e me ne sono andata”.
Il gesto di destinare il risarcimento alla Casa Arcobaleno è diventato un atto concreto di solidarietà verso l’intera comunità LGBTQIA+, trasformando un’esperienza negativa in un contributo positivo e collettivo.
La sua storia, invece, ci ricorda quanto sia importante educare i bambini al rispetto delle diversità e vigilare sul linguaggio che usiamo in famiglia. Le parole, soprattutto quando dette davanti ai più piccoli, possono trasformarsi in armi di esclusione o in strumenti di accoglienza.
E se l’Italia ancora fatica a fare i conti con l’omolesbobitransfobia, la testimonianza di La Pecchi rappresenta un esempio di coraggio, determinazione e amore incondizionato verso i propri figli e verso le diversità.

