Il vertice tra Keir Starmer e Donald Trump doveva essere la prova di maturità della nuova amministrazione laburista in politica estera. Un’occasione per ribadire la solidità della special relationship tra Stati Uniti e Regno Unito e per dimostrare che Londra, pur cambiando governo, restava un partner affidabile per Washington.
Missione compiuta? Dipende dai punti di vista. Se l’obiettivo era evitare frizioni con un’amministrazione sempre più aggressiva e ideologizzata, allora Starmer ha eseguito alla perfezione. Se invece si trattava di riaffermare l’autonomia strategica del Regno Unito, il bilancio appare decisamente più inquietante.
Perché l’impressione, al termine dell’incontro, è che Starmer non abbia semplicemente cercato un rapporto di collaborazione con Trump, ma abbia fatto di tutto per non contraddirlo mai direttamente, neanche quando il vicepresidente USA, JD Vance, si è lasciato confidentemente andare a una sparata ideologica da guerra culturale in cui ha accusato Europa e Regno Unito di essere ostaggi di un’élite progressista che soffoca il dissenso in nome dell’ideologia woke, dipingendo l’Online Safety Act, la normativa britannica sulla moderazione dei contenuti online e sulla tutela dello spazio pubblico, come strumenti di censura piuttosto che di responsabilità democratica.
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“Abbiamo, ovviamente, un rapporto speciale con i nostri amici nel Regno Unito e con alcuni dei nostri alleati europei. Ma sappiamo anche che ci sono state violazioni della libertà di parola che non riguardano solo gli inglesi. Ciò che gli inglesi fanno nel loro paese è una loro scelta, ma ha effetti anche sulle aziende tecnologiche americane e, per estensione, sui cittadini americani”.
Vance ha citato il caso di Adam Smith-Connor, il veterano britannico multato per aver violato una zona cuscinetto mentre pregava fuori da una clinica per aborti. Un episodio trasformato in simbolo della presunta “censura progressista” europea, già evocato a Monaco per alimentare la narrazione di un’Europa ostaggio del politicamente corretto.
“Vorrei poter dire che è stato un colpo di fortuna, un esempio isolato e folle di una legge mal scritta promulgata contro una singola persona. Ma in Gran Bretagna e in tutta Europa, la libertà di parola, temo, è in ritirata”.
L’utilizzo di Smith-Connor come strumento politico non era casuale. Negli Stati Uniti, la libertà di protestare fuori dalle cliniche abortiste è un tema carissimo alla destra cristiana e l’amministrazione Trump ha tutto l’interesse a dipingere l’Europa come un laboratorio di repressione woke. La Casa Bianca non parlava a Starmer, parlava alla propria base elettorale, agli opinionisti di Fox News, alla macchina propagandistica conservatrice che da anni lavora per demonizzare il modello europeo di regolamentazione del discorso pubblico.
Con un’accusa infondata e chiaramente strumentale, che mirava più a rafforzare la narrativa trumpiana sulla presunta oppressione del pensiero conservatore, che a instaurare un confronto serio sulle differenze normative tra i due paesi. Eppure, di fronte a questa forzatura retorica, Starmer ha scelto la via della moderazione, limitandosi a una risposta anodina e priva di sostanza, lasciando che fosse Vance a dominare il dibattito e a stabilire il tono della conversazione.
“In relazione alla libertà di parola nel Regno Unito, ne sono davvero orgoglioso: la nostra storia parla da sé. Naturalmente non vogliamo imporre niente agli americani”.
Un’affermazione studiata per chiudere la polemica senza realmente contestare il cuore del problema. Perché la questione qui non è solo difendere il modello britannico, ma riconoscere che l’amministrazione Trump sta usando la libertà di espressione come un’arma politica per proteggere la disinformazione e il suprematismo ideologico.
E così, il risultato è stato un incontro in cui, tra strette di mano, pacche sulle spalle e concessioni economiche, l’amministrazione laburista ha mandato un messaggio chiaro: con Trump si può (e si deve) lavorare, anche se significa accettare – senza fiatare troppo – la torsione populista della politica statunitense.
Regno Unito, Keir Starmer asseconda Trump con l’aiuto di Re Carlo
Sul volo di ritorno da Washington, l’entusiasmo nel team di Starmer era del resto palpabile. “È stato incredibile”, ha confidato uno dei suoi collaboratori più stretti. Il primo ministro, visibilmente sollevato, si è limitato a un breve saluto ai giornalisti prima di ritirarsi a riposare.
L’umore trionfante non era casuale. In conferenza stampa, Trump aveva concesso a Londra quello che Downing Street sperava da mesi: un accordo commerciale che esenterebbe il Regno Unito dai dazi USA che, ad oggi, saranno del 25% per gli Stati membri dell’UE. Un’apertura straordinaria, anche se tutta da verificare nei dettagli, che ha permesso a Starmer di tornare a casa con un trofeo da esibire.
E poi c’è stato il colpo di scena diplomatico: l’annuncio che Trump non si opporrà alla cessione delle Isole Chagos a Mauritius, smentendo le affermazioni di Nigel Farage secondo cui la Casa Bianca avrebbe bloccato l’accordo.
Ma il vero momento clou del vertice non è stato né economico né geopolitico: è stato teatrale. Starmer ha consegnato a Trump un invito personale del Re Carlo III per una seconda visita di Stato nel Regno Unito, un gesto definito dagli osservatori “senza precedenti“. Il presidente, lusingato, ha sfoderato tutta la sua retorica: ha definito Starmer “un uomo speciale“, la Gran Bretagna “meravigliosa” e Carlo III “bellissimo“.
Insomma, un successo perfetto per Trump, ma sopratutto per il suo vice, che ha potuto facilmente trasformare il vertice in una passerella per il suo ego e per la sua strategia politica. E Starmer? Non ha battuto ciglio, accettando il gioco con disciplina.
Il numero 10 era del resto terrorizzato dalla possibilità che il vertice si trasformasse in un disastro diplomatico. Il difficile rapporto tra Theresa May e Trump, segnato da conferenze stampa imbarazzanti e tensioni pubbliche, era ancora ben presente nei ricordi della diplomazia britannica. L’obiettivo, dunque, era evitare qualsiasi momento di frizione con la Casa Bianca: nessuna intervista a rischio, nessun commento che potesse irritare Washington, nessuna presa di posizione che potesse urtare Trump.
Ma se il Regno Unito, con un governo laburista, è pronto a collaborare con Trump senza metterne in discussione le politiche più controverse, cosa succederà quando l’amministrazione americana alzerà ulteriormente la posta?

