Il 12 novembre il Mäjılıs, la camera bassa del parlamento del Kazakistan, ha approvato in seconda lettura una serie di emendamenti che vietano la promozione degli “orientamenti sessuali non tradizionali” nello spazio pubblico, nei media e online. Il pacchetto, presentato come tutela dei minori e in lavorazione dal 2024, replica nella forma e nella retorica la legislazione russa contro la cosiddetta “propaganda LGBT” e ora passa al Senato, dove l’approvazione appare quasi certa. La norma rientra in un più ampio disegno di legge sulle informazioni “dannose” ai bambini.
Le modifiche approvate intervengono simultaneamente su nove diverse leggi, tra cui quelle dedicate ai diritti dell’infanzia, alla pubblicità, alle comunicazioni, alla cultura, all’istruzione, al cinema, ai media e alle piattaforme digitali. La riforma introduce un obbligo di segnalare come contenuti sensibili tutti i materiali che contengono riferimenti LGBTQ+ — libri, film, programmi televisivi o contenuti online. Le infrazioni potranno comportare sanzioni amministrative o arresti, e le autorità avranno la possibilità di bloccare l’accesso a siti e contenuti digitali senza dover ottenere un’autorizzazione giudiziaria. Secondo la formulazione approvata, la diffusione di tali materiali può comportare multe salate o fino a dieci giorni di detenzione amministrativa in caso di recidiva.

Il Kazakistan è una repubblica solo formale: elezioni controllate, stampa censurata e opposizione marginale. Dopo il 2022 il presidente Tokayev ha centralizzato il potere, usando “valori tradizionali” e repressione dei diritti, inclusi quelli LGBT, per stabilità interna. Tra Russia e Cina, il Paese mantiene un fragile equilibrio, sebbene abbia assunto una posizione ambigua sul conflitto ucraino, più affine alla prudenza cinese che alla ferocia guerrafondaia russa.
La legge di divieto di propaganda LGBT rafforza la crescente stretta repressiva che attraversa l’area di Europa Orientale e Asia Centrale, dove la retorica della difesa dei “valori tradizionali” viene usata per limitare diritti, visibilità e spazi di espressione della comunità LGBTQ+. Provvedimenti analoghi sono già stati adottati, oltreché in Russia, anche in Georgia – paese che sta per approvare anche il divieto ai Pride – e, in prima lettura, in Bielorussia. Misure simili sono inoltre in discussione in Kirghizistan e in altri Paesi dell’Asia centrale, confermando un trend regionale verso un controllo sempre più rigido sulle identità di genere e sugli orientamenti sessuali non etero.
Le associazioni per i diritti umani definiscono la legge un passo verso un sistema censorio che mette a rischio libertà di espressione e sicurezza delle minoranze. Human Rights Watch, Amnesty International e l’International Partnership for Human Rights parlano di “violazione palese” degli obblighi internazionali del Kazakistan. La vaghezza del termine “propaganda” rende possibile colpire quasi tutto: libri con principi innamorati di principi, cartoni con famiglie omogenitoriali, campagne sulla salute e perfino post privati sui social. Gli attivisti avvertono che perfino jokes, drawings, hugs — una battuta, un disegno, un semplice abbraccio tra persone dello stesso sesso — potrebbero essere interpretati come “promozione” e diventare motivo di multe o arresti.
“Siamo una repubblica indipendente o una colonia della Federazione Russa?“, ha chiesto la cofondatrice di Feminita, Zhanar Sekerbayeva, secondo quanto riportato dal The Times of Central Asia. L’attivista femminista Dinara Smailova in un video social racconta:
“Questo pacchetto di norme aumenterà il livello di violenza, soprattutto negli adolescenti (…), tutte le persone che si vestiranno in modo non conformato saranno perseguitate! (…) Qualsiasi violenza sarà giustificata dal fatto che a qualcuno sembri che un ragazzo o una ragazza sono LGBT!”
Visualizza questo post su Instagram
Alice Sarmant, direttrice del TG House, membro del Board of Trans*Coalition, spiega via social:
“Leggi del genere non proteggono nessuno – non fanno che accrescere la paura, la censura e la violenza. Oggi il Kazakistan ripete gli errori di altri Stati della regione, dove i diritti umani vengono distrutti con il pretesto della protezione dei “valori tradizionali”. Le autorità dei nostri paesi cercano di combattere non con minacce reali, ma con la propria gente, rendendo la comunità LGBTQ+ un obiettivo di repressione. “
L’attivista lesbofemminista Gulzada Qyztaj Serzhan chiede una reazione di “decolonizzazione” dalla Russia di Putin:
“Dobbiamo essere indipendenti dalla politica e dalle leggi russe!”
L’attivista Temirlan Baimash di Queer.kz avvisa:
“Aumenteranno ulteriormente la paura e la depressione e aumenteranno i casi di suicidio tra gli adolescenti”
Visualizza questo post su Instagram
La preoccupazione maggiore che emerge ascoltando gli appelli dell* attivist* riguarda la vaghezza delle norme approvate. La legge kazaka contro la “propaganda LGBT” è così “ampia” da permettere di punire quasi qualsiasi gesto o contenuto che rappresenti in modo positivo le persone LGBTQ+.

Il Kazakistan, che negli ultimi anni ha provato a proporsi come hub tecnologico e partner affidabile per investimenti esteri, soprattutto da parte della Cina, segue ora la traiettoria dei paesi influenzati dalla Russia, come Ungheria, Bulgaria, Slovacchia (nell’Unione Europea), e Georgia e Bielorussia, dove analoghe norme hanno accelerato derive illiberali. Mentre l’omosessualità è legale dagli anni ’90, l’approvazione di questo pacchetto di norme anti-LGBTIAQ+ segna un arretramento storico e inscrive il Paese in un trend regionale sempre più repressivo. In queste ore il Paese strizza l’occhio anche agli Accordi di Abramo voluti da Donald Trump. Dopo l’approvazione della camera bassa, la ratifica del Senato al pacchetto di provvedimenti che vietano la propaganda LGBT sembra solo una formalità: l’omobitransfobia può essere ormai considerata legge di Stato in Kazakistan.
