La Vita che Volevi, intervista a Ivan Cotroneo: “Raccontare storie di persone trans è un atto civile e politico”

"Ho sempre cercato di mettere in scena e di accendere una luce su dei personaggi o delle categorie poco rappresentate. Chi non fa questo, e ci sono autori e produzioni che lo fanno scientemente, opera una censura nella rappresentazione della realtà".

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La Vita che Volevi, intervista a Ivan Cotroneo: "Raccontare storie di persone trans è un atto civile e politico" - La Vita che Volevi VITTORIASCHISANO IVANCOTRONEO - Gay.it
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È in arrivo domani su Netflix La Vita che volevi, serie prodotta da Banijay Studios Italy creata e diretta da Ivan Cotroneo, con Vittoria Schisano nel ruolo della protagonista Gloria. Nel cast anche Giuseppe Zeno (Sergio), Pina Turco (Marina), Alessio Lapice (Pietro) e Nicola Bello (Andrea), oltre Bianca Nappi, Francesco Pellegrino e Bellarch.

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Co-sceneggiata da Monica Rametta, La vita che volevi ha come protagonista assoluta Gloria, convinta di aver trovato la felicità a Lecce, dove ha fondato una piccola agenzia turistica e trovato l’amore con Ernesto. Tutto cambia quando alla sua porta si presenta Marina, sua amica ai tempi dell’università a Napoli, prima che Gloria iniziasse il suo percorso di transizione. Marina porta con sé Andrea e Arianna, i figli avuti da due diverse relazioni, ed è incinta di un terzo. Gloria preferirebbe non riallacciare i rapporti con Marina, perché le ricorda una parte della sua vita che vorrebbe dimenticare, se nn fosse che l’amica di un tempo sia finalmente pronta a svelarle una verità taciuta 15 anni…

Per il lancio di La Vita che volevi abbiamo intervistato Ivan Cotroneo.

Partiamo dalle origini di questo progetto. Come nasce La Vita che Volevi? Ha preso forma pensando subito a Netflix?

“Nasce dal desiderio mio e di Monica Carametta di fare un ritratto di di donna non cisgender, dopo averne fatti tanti di donne cisgender. Nasce proprio dal nostro desiderio di riempire un vuoto, cosa a cui avevamo pensato e a cui ci avevano fatto pensare diverse persone incontrate durante le presentazioni dei libri o dei film, anche durante durante la promozione di Un Bacio. Fino a questo momento nel mio percorso di narratore la narrazione di una persona transgender non c’era mai stata ed era un vuoto, d’altronde nei panni di protagonista è una totale assenza all’interno della serenità italiana. Non abbiamo scritto la serie pensando immediatamente a Netflix ma Netflix è stata la prima casa a cui ci siamo rivolti, perché ha al suo interno narrazioni di riferimento di straordinario interesse come Pose, ma penso anche al rapporto che ha con Ryan Murphy”.

Non c’è stato quindi nessun contatto con la Rai, con cui tu hai realizzato diversi progetti?

“No, siamo arrivati direttamente qui, volevamo lavorare con loro, c’era il desiderio di fare una cosa con Netflix, che ti offre la possibilità di far partire dall’Italia un racconto di questo tipo che possa poi andare in tutto il mondo”.

Vittoria Schifano è sempre stata la tua Gloria?

“No, non ho sempre pensato soltanto a lei, anche se Vittoria è stata molto presente nei miei e nei nostri pensieri, perché sia io che Monica conosciamo Vittoria da molto tempo, da vent’anni. Come altre attrici transgender Vittoria ha fatto il provino per il ruolo di Gloria e in qualche modo il suo talento, ma anche la sua aderenza al personaggio, ci hanno convinto completamente, tanto che abbiamo riscritto alcune parti della storia, come ad esempio la sua provenienza geografica, per andare incontro anche alle sue caratteristiche”. “Fin dal primo provino Vittoria si è imposta come l’unica attrice per quel ruolo”.

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LA VITA CHE VOLEVI

Progetti televisivi e/o cinematografici italiani con persone trans protagoniste sono una rarità. La Vita che Volevi arriva su Netflix in un momento in cui i diritti delle persone trans sono pesantemente sotto attacco da parte del governo Meloni. Quanto può fare, in tal senso, la produzione culturale attraverso rappresentazione e visibilità?

“Il pensiero che la rappresentazione, anche attraverso un personaggio di funzione, abbia politicamente un valore è da sempre quello che mi spinge a fare questo lavoro. Ho sempre cercato di mettere in scena, di accendere una luce su dei personaggi o delle categorie poco rappresentate, proprio perché credo che chi non fa questo, e ci sono autori e produzioni che lo fanno scientemente, opera una censura nella rappresentazione della realtà. A me ha sempre interessato la rappresentazione della realtà, l’accendere delle luci, mettere in scena dei personaggi sotto rappresentati, perché credo che questo abbia un’importanza politica. Ho spesso l’occasione di parlare con il professor Pagnoncelli della IPSOS perché  facciamo parte di un comitato scientifico e lui mi dice che quando ci sono delle ricerche annuali, più o meno sempre in periodo Pride, l’opinione pubblica cambia grazie alla rappresentazione. E ovviamente cambia anche in peggio quando ci sono delle rappresentazioni sbagliate, per questo penso che il nostro sia un mestiere di grandissima responsabilità. Questa rappresentazione, la rappresentazione di Gloria, capita in un momento di compressione se non addirittura di negazione dei diritti. Lo dice anche l’ultima notizia relativa al fatto che non abbiamo firmato insieme all’Ungheria di Orban una dichiarazione a sostegno delle politiche europee per le persone LGBTQIA+, ed è veramente sconfortante, per non parlare di tutti i richiami che abbiamo ricevuto dall’agenzia dei diritti fondamentali dell’Europa per quanto riguarda le terapie riparative, che sono un altro grandissimo problema che abbiamo in Italia. Che questa serie esca proprio in questo momento politico mi fa particolarmente piacere, perché è una caratteristica costante. Da sempre, quando c’è una politica che reprime dei diritti, penso a quello che ha fatto Stephen Frears con My Beautiful Laundrette sotto Margaret Thatcher e tutto quel quel tipo di serie, film, libri, sceneggiatore uscite in Inghilterra in quel periodo, è stata una fioritura determinata proprio dalla compressione dei diritti. Non è un caso ad esempio che proprio quest’anno nelle categorie dei Diversity ci siano molti progetti italiani e a tutti i livelli, tra serie e film. Credo che questa sia una reazione giusta, non siamo solo noi appartenenti alla comunità LGBTQIA+ a sentire questa compressione dei diritti, penso alle donne, penso a tutto il discorso relativo all’aborto. E noi reagiamo con il nostro mestiere, che è semplicemente quello di mettere in scena delle storie e attraverso il meccanismo di identificazione provare a far sapere che le persone esistono e hanno un posto nella società, perché ribadisco chi non le racconta opera la censura, e poi sottolineare l’esistenza di certe persone attraverso l’empatia di una specifica narrazione. Sia per me che per Monica la nostra Giorgia non è soltanto una donna non cisgender, è una donna non cisgender che non vive ai margini della società, che non è relegata in una posizione di infelicità, è una donna realizzata. Abbiamo cercato di stare lontani da tutta quella serie di cliché che spesso accompagnano la rappresentazione dei personaggi transgender. In tal senso c’è un bellissimo documentario su Netflix a cui abbiamo pensato in fase di scrittura, Disclosure, che raccoglie decine di dichiarazioni di attori e attrici trans e di come siamo sempre rilegati a un certo tipo di ruolo, alla presentazione del vittimismo, della sofferenza, all’ospedalizzazione. Tutte cose che abbiamo cercato di evitare raccontando con Gloria una storia familiare, ci interessava porre il tema della famiglia al centro della narrazione”.

La Vita che Volevi affronta non a caso anche il tema della genitorialità delle persone trans, spesso taciuta e raramente affrontata.

“È un tema di cui non si parla perché la rappresentazione trans è una rappresentazione rara. Con Monica ci siamo detti dall’inizio che questa storia sarebbe stata la storia di una donna non cisgender e della sua genitorialità. La genitorialità per me è un tema molto importante, dal punto di vista narrativo perché tema ricco di spunti ma anche perché tema inesplorato per quanto riguarda sia le famiglie omogenitoriali che le persone transgender diventate genitori. Anche questo è un tema sul tavolo e sotto attacco, visto quanto accaduto a Padova con la Procura che ha chiesto la cancellazione di oltre 30 atti di nascita relativi a figli con due mamme. C’è una specie di connubio tra l’eccitazione che tu narratore hai, perché sai che stai mettendo in scena qualcosa che raramente viene messo in scena, e la tua eccitazione personale nel far sapere alle persone che queste cose succedono intorno a noi. Il fatto che non vengano raccontate non vuol dire che non siano possibili. Per noi era molto importante che nella storia che Gloria si era disegnata non c’era mai stato spazio per un futuro da madre, non a caso a questa notizia che le arriva all’improvviso reagisce con un rifiuto iniziale. Perché non faceva parte della vita che voleva. Noi volevamo raccontare come questi equilibri possano trovare una loro forma, che in Italia purtroppo troppo spesso non è prevista dal legislatore. Ma rimane una forma che esiste, una forma appagante, soddisfacente, felice e che va incasellata sotto il nome di famiglia”.

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L’impressione che arriva dalle destre internazionali e in particolar modo anche dalla nostra destra è che si punti a spaccare la comunità dal suo interno, separando la T dalle altre lettere dell’acronimo LGBTQIA+.

“Queste polemiche sono incomprensibili, basti pensare alle motivazioni che hanno portato alla nostra non firma europea perché quella dichiarazione a sostegno dei diritti LGBTQIA+ era troppo simile al DDL Zan. Ma nel momento in cui su diciotto Paesi su ventisette tu sei l’unico Paese fondatore dell’unità europea a dire questa cosa non ti poni la domanda che il problema forse non era il DDL Zan ma il fatto che il DDL Zan contenesse cose molto ragionevoli che sono presenti in Europa? Tutti gli stati più importanti hanno firmato, gli stati fondatori come Spagna, Francia e Germania senza pensarci due volte, mentre noi stiamo insieme ad Ungheria, Romania, Bulgaria. È veramente scandaloso, la questione dell’identità di genere è una questione estremamente strumentalizzata, quella su cui in questo momento sarebbe il caso di fermarsi”.

La Vita che volevi è stata pensata come serie a stagione unica o c’è possibilità di rivedere Gloria in una 2a stagione?

“Si scoprirà vedendola ma è stata pensata come serie limitata, il racconto di Gloria è un racconto che si chiude. Senza spoilerare nulla diciamo che il finale abbraccerà la scoperta di un nuovo equilibrio, di una nuova felicità, perché questa è una storia di ricerca della felicità. Posso definirlo un finale conclusivo, ma quello che mi auguro è che questa storia possa in qualche modo dare fiducia, dare una possibilità a tante altre storie che hanno al centro come protagonista una persona transgender, storie che fino adesso non ci sono state. Mi auguro che non ci sia solo un sequel de La Vita che Vorrei ma che siano tanti, e non nel senso letterale parlando di questa stessa storia, ma di sequel che mettano veramente al centro del racconto le persone transgender, perché sono veramente il non rappresentato”.

Pochi giorni fa abbiamo avuto anche un primo storico premio a Cannes, con Karla Sofía Gascón eletta miglior attrice. La prima attrice trans a vincere la Palma d’Oro. Qualcosa sta già cambiando?

“Speriamo che questa rappresentazione incida sulla realtà. Normalmente succede, perché noi siamo stati formati dalle cose che abbiamo letto e visto nel corso della nostra vita. Una volta che tu rappresenti e metti in scena stai già facendo un atto in qualche modo politico, un atto civile, stai aggiungendo al racconto del reale un tassello che tante persone si rifiutano di inserire o non vogliono vedere. Già soltanto il fatto che questa serie esista è per me motivo di grande orgoglio”.

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Crediti foto: Netflix/Camilla Cattabriga

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