Essere fr*cie è un tema? Dietro all’acronimo LGBTQIA+: intervista ad Antonia Caruso

Abbiamo incontrato la scrittrice, attivista trans-femminista ed editrice. Ecco cosa ci ha raccontato.

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antonia caruso lgbtqia+
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Abbiamo incontrato Antonia Caruso, autrice per Eris Edizioni del breve saggio LGBTQIA+ nonché curatrice del volume Queer Gaze (Asterisco Edizioni) e fondatrice della casa editrice Edizioni Minoritarie. Ne è uscita un’interessante intervista durante la quale abbiamo parlato di libri e attivismo, di Storia e di contemporaneità.

Cominciamo dalle basi,  dal momento che precede la pubblicazione del libro: qual è l’obiettivo con il quale ti sei approcciata alla pagina? A chi volevi parlare? E, soprattutto, perché hai scritto di aver fatto di tutto per rendere questo testo improduttivo?

Come per gli altri BookBlock il mio dovrebbe essere un’introduzione al tema. Che poi essere frocie non è proprio qualcosa che si possa definire un “tema”. Mi sono trovata nella non facile posizione di dover parlare a nome di una collettività molto eterogenea, forse l’unico aggettivo che contiene la parola etero- che si può usare in questo caso. Non potevo mettermi in cattedra, né pormi come un’ ”esperta”. Esperta di cosa poi? Delle vite altrui, senza peraltro avere l’attrezzatura della Stasi? Di storia? Di politica? Di esseri umani? Non sono dentro nessuna associazione né dentro l’università, per cui io potessi avere quella validazione necessaria per stare in un ruolo illustrativo. Mi sono dovuta mettere dentro e fuori. Per cui ho deciso di pormi, anzi di porre quello che penso, in una forma frammentaria e non spendibile, senza che potesse diventare un riferimento inoppugnabile. Poi ho scelto di infilarci molte battute per non annoiare e per non annoiarmi, non stavo scrivendo un comunicato né un bugiardino dell’omosessualina.

BookBloc, la collana di Eris Edizioni all’interno della quale trova spazio anche il tuo libro, ospita pamphlet che gettano luce su alcuni tra i temi più brucianti della nostra contemporaneità. Si tratta di testi molto brevi che hanno un tono informativo, ma mai banale. Sono testi-bussola, che aiutano ad orientarsi all’interno di dibattiti fecondi e intricati. Come sottotitolo del tuo libro avete scelto “mantenere la complessità”, ma il punto di partenza del tuo discorso è la sigla LGBTQIA+, che, al contrario, sintetizza. È possibile far coincidere la necessità di una sintesi al dovere inappellabile di aderire alla complessità?

Non è possibile far coincidere esattamente la sintesi alla complessità come le due metà della mela, anche perché in questo caso una metà sarebbe sintetizzata e l’altra complessa. Una potrebbe essere C6H12O6, cioè la formula chimica del fruttosio, e l’altra un trattato olistico di botanica e mitologia. Con questo non dico che la sintesi sia solo riduzionismo biologico (anche se molte vorrebbero così). Ma sono tensioni inconciliabili se si vuole che restino inconciliabili, perché così si può mettere in atto anche qualcosa di infantilizzante e gerarchico. No, mi dispiace non posso spiegartelo. È troppo difficile, non capiresti. Lascia fare a me. E così lasciamo fare altre persone che non sempre prendono le decisioni migliori.

LGBTQIA+ non rinuncia a un approccio storico. Utilizza la forma del frammento, ma riesce comunque a selezionare alcuni tra gli snodi centrali della Storia della nostra comunità. Lo fa con un occhio puntato sul passato e un altro sulla strettissima attualità. Tu scrivi che «la società contemporanea è molto più simile agli anni ’60 di quanto vogliamo credere». Non è cambiato nulla? E, soprattutto, tra istinti progressisti e rigurgiti revisionisti, a che punto della nostra Storia siamo, secondo te?

Siamo in un punto non molto gradevole. A differenza degli anni ‘60 che avevano ancora il futuro davanti, noi ormai il futuro ce lo siamo lasciati alle spalle. Ho volutamente esagerato facendo un paragone con gli anni ‘60, ma ho intravisto la stessa cieca fiducia nel progresso della tecnologia, la stessa tensione repressiva del dissenso, così come una estenuante polarizzazione dei discorsi. Ma le polarizzazioni, a differenza degli anni ‘60, fanno spettacolo. Lo spettacolo fa spettacolo. Per polarizzazione intendo proprio uno sbarrare il discorso, come fa ad esempio chi grida alla cancel culture, o alla teoria gender, mostri concettuali e pericolosi, sia in quanto mostri che in quanto concettuali. Adesso c’è anche una permeabilità tra gli Stati e i relativi ordinamenti giuridici che permettono di fare cose che in Italia non è possibile fare. C’è un altrove che reputiamo migliore in termini di diritti ma che poi è solo una variazione della democrazia liberale occidentale. Rispetto agli anni ‘60 siamo messi e messe decisamente peggio anche se crediamo di no.

 

LGBTQIA+ – Antonia Caruso – Eris Edizioni
  LGBTQIA+, Antonia Caruso                                                Eris Edizioni, 64 pp, € 6

 

Sempre a proposito di Storia, hai dedicato alcune pagine di questo libro a Stonewall, che continuiamo a celebrare, ma che sembra impossibile da replicare. Mi chiedevo: è davvero così? Quali condizioni mancano al concretizzarsi di una nuova Stonewall?

Stonewall non è un esperimento replicabile, non ha senso pensare che ce ne possa essere ancora e ancora come evento detonatore. Dentro Stonewall c’era rabbia, dolore, povertà e nessuna idea di cosa si dovesse fare dopo. Anni prima c’è stata una piccola Stonewall, a San Francisco, parlo della rivolta alla Compton’s Cafeteria, ma non ha avuto le stesse conseguenze. Forse i tempi non erano maturi, non si era ancora saturata l’aria di tensione sociale. Però dopo Stonewall c’è stato tanto, è stata una presa di coscienza collettiva, credo. In questi giorni ricorrono i 50 anni della manifestazione di Sanremo, forse la prima manifestazione pubblica di dissenso da parte del FUORI!. A volte queste piccole detonazioni funzionano, a volte no, non basta che semplicemente accadano ma ci dev’essere qualcuno che sappia cosa farsene. Adesso abbiamo molto di più e non siamo più nella condizione di non aver nulla da perdere.

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Antonia Caruso, autrice di LGBTQIA+                                                                (La foto è del Globalist)

Vorrei concentrarmi sulla Sigla, sull’acronimo LGBTQIA+ che dà il titolo al libro. Nello specifico, mi vorrei concentrare sulla lettera Q, che è spesso tanto bistrattata, male interpretata, mai davvero valorizzata. Ultimamente si fa un gran parlare di istanze ed estetiche queer, ma molte persone, anche all’interno della comunità, confondono questo termine. Tu dici che quello queer è un «atteggiamento non identitario». Facciamo chiarezza una volta per tutte: di cosa parliamo quando parliamo di queer?

Non sarò certo io a volere l’ultima parola sul significato di queer. Come per tutte le parole il significato è dato anche dal suo uso. In questo momento queer è diventato il termine unico e principale per indicare qualsiasi cosa non sia eterocis, principalmente all’interno della cultura occidentale. Questa liofilizzazione semantica ha sicuramente portato una certa agilità d’uso ma a discapito della complessità. Non credo si possa usare queer per definire la propria identità così come lo si usa per categorizzare un prodotto culturale. Se un film è definito romantico, è perché c’è praticamente una sola idea di romanticismo possibile in un film, anche se le potenzialità dell’agire romantico sono infinite e non possono racchiudersi unicamente nell’approccio tra due esseri umani eterocis che credono all’amore eterno. Così anche queer è troppo sfumato, quindi adatto all’essere umano in quanto sì essere vivente con bisogni primari e dentro una singola cultura per cui le possibilità della indefinizione non possono essere infinite. In ogni caso penso ci sia molto bisogno di queer per tentare almeno di ridurre la politica identitaria che da un lato può essere efficace per tutelare una certa parte della popolazione, dall’altro la struttura eterocispatrariarcale della società rimane immutata. Tutto questo giro di parole per non spiegare cosa sia il queer.

Vorrei chiudere l’intervista parlando di libri. Quali libri vorresti sapere accanto al tuo sugli scaffali delle nostre librerie? Quali libri secondo te hanno con il tuo una comunione di temi e di intenti?

Oddio, non saprei. Sicuramente Queer di Maya De Leo ma anche vicino alla cassa così è più facile che lo comprino. La copertina ha dei bei colori.

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