Maddalena Pezone è una chef e imprenditrice lesbica. Oggi, a 36 anni, è titolare di un ristorante vegano pluripremiato a Edimburgo, ma prima di arrivare a costruirsi una nuova vita lontano dall’Italia ha attraversato la violenza omofoba, l’esclusione sociale e una migrazione forzata. La sua storia mette in luce dinamiche ricorrenti nelle esperienze di molte persone LGBTQ+, dalla discriminazione legata alla visibilità alla marginalizzazione. Il racconto di Maddalena parte dalle strade del Pigneto, a Roma, dove essere apertamente lesbica significava esporsi quotidianamente alla violenza.

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Maddalena Pezone e l’adolescenza segnata dalla violenza omofoba
Maddalena Pezone ha deciso di iniziare il suo racconto partendo dall’adolescenza, segnata fin da subito da un’esposizione forzata allo sguardo e al giudizio altrui. A Leggo.it ha esordito: “Sono una ‘butch lesbian’, di quelle mascoline nei tratti somatici e nel modo di vestire. La mia omosessualità la riconosci da lontano e nella Roma in cui sono cresciuta, il Pigneto, questo significava essere il bersaglio della gente del quartiere”.
A dodici anni subisce una violenta aggressione: “Fuori da scuola, dopo aver giocato a pallone, un 17enne mi riempì di calci in testa, fino a farmi svenire e finire all’ospedale”. Un episodio che non arriva isolato, ma che si inserisce in un clima quotidiano di insulti e umiliazioni. “Non bastavano gli sputi, gli insulti del tipo “lesbica di m*rda”, “fai schifo”, “trans”, che già ricevevo di continuo”, prosegue.
Da quel momento la paura diventa uno stato permanente. Maddalena vive in allerta, sviluppa meccanismi di difesa aggressivi e progressivamente si isola. “Non ero cattiva, casomai traumatizzata e senza strumenti”, spiega oggi. La violenza subita non resta confinata al corpo, ma incide sulle relazioni, sull’autostima, sulla percezione di sé.
Essere lesbica in un contesto che esclude
Crescere in un contesto che rifiuta apertamente un’identità significa interiorizzare quel rifiuto. Maddalena lo racconta senza retorica: “La mia città mi respingeva, con lo stesso messaggio devastante: ‘Così come sei, qui non c’è spazio per te’”. È in questo vuoto che si inseriscono la droga e i contesti marginali. “Ho iniziato pure a farmi di cocaina per anestetizzare il dolore e per il timore del rifiuto, mica per divertimento”.
Le difficoltà non sono solo personali, ma anche materiali. Le occasioni lavorative si riducono, le porte restano chiuse. Maddalena prova a inventarsi un futuro imparando a cucinare da autodidatta e aprendo una pizzeria, ma l’esperienza fallisce rapidamente: costi troppo alti, poca clientela, nessuna rete di protezione.
La somma di isolamento, precarietà e depressione porta a un punto di rottura. “Ero depressa, una sera decido di farla proprio finita, di buttarmi giù dal balcone”. A salvarle la vita è un messaggio d’addio inviato alla madre, Mirella, che riesce ad arrivare in tempo. “Quella notte ho dormito con lei vicino e la mattina dopo ho realizzato quanto avesse comunque valore la vita”.
La svolta: la nuova vita a Edimburgo
Il giorno dopo quel tentativo di suicidio segna uno spartiacque netto. Maddalena interrompe l’uso quotidiano di droghe e alcol, chiude con le frequentazioni distruttive e decide di provarci davvero. La destinazione è Edimburgo, dove la sorella gemella Fabiana lavora nella ristorazione.
“Mi è stato detto: ‘Prova’. Per me, abbastanza per cambiare tutto”, racconta. Il trasferimento non è una fuga romantica, ma un atto di sopravvivenza. Significa ricominciare da zero, imparare una lingua, comprendere una nuova cultura e accettare di essere straniera. “Se parti svantaggiato, ti convinci che il problema sei tu. Io l’ho creduto per anni. La verità è che a volte è l’ambiente a non sapere cosa fare con te”.
Edimburgo rappresenta un contesto diverso, non privo di difficoltà, ma capace di offrire spazio. “Se il posto da cui vieni non ha spazio per la tua identità, costruiscila altrove”, spiega Maddalena. Un principio che diventa anche una pratica quotidiana: osservare, adattarsi, lavorare con disciplina, senza rinnegare le proprie radici.
“Sora Diana”: identità e cucina vegana
Dopo una prima esperienza con il locale “Sora Lella”, Maddalena fonda insieme all’amica di una vita Dea Delossi il ristorante vegano “Sora Diana”, oggi tra i più apprezzati della scena gastronomica cittadina. Il nome è una dichiarazione identitaria: “‘Sora’ è signora in dialetto romano, ma richiama anche me, perché io sono lella, un sinonimo informale in romanesco di lesbica”.
La cucina di Maddalena riflette direttamente il suo percorso personale e professionale. “La mia specialità è prendere un piatto onnivoro e ricrearlo vegano senza tradirne l’anima”, spiega. Un metodo che combina tecnica e rilettura della tradizione, e che ha contribuito al riconoscimento di “Sora Diana”, premiato anche ai The Food Awards Scotland.
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Oggi punto di riferimento queer

Oggi “Sora Diana” è diventato anche un punto di riferimento per la comunità queer locale. Con il tempo, il ristorante diventa uno spazio riconoscibile e sicuro, frequentato da una clientela eterogenea e inclusiva. Ed è proprio questo contesto che porta Maddalena a incontrare figure che un tempo le sarebbero sembrate irraggiungibili, come Billie Eilish.
“La sera prima del suo concerto a Glasgow, Billie Eilish ha cenato da noi”, racconta. “Il suo team di sicurezza ha fatto tre ispezioni. Ho cucinato io i piatti e lei, prima di uscire, si è avvicinata per ringraziarmi con grande gentilezza”. Tra gli ospiti abituali figurano anche Alan Cumming, definito da Maddalena “amico e icona queer”, e Graham Norton.
“Quando cucino per loro, vedo due immagini: la ragazzina discriminata e picchiata per la propria omosessualità, e la donna che oggi accoglie icone mondiali”, spiega. “È il mio riscatto più grande”.
Corpo, visibilità e autodeterminazione
Oggi Maddalena Pezone rivendica apertamente ogni aspetto della propria identità: lesbica, vegana, tatuata, visibile. I tatuaggi, compresi quelli sul viso, non sono una provocazione estetica, ma una scelta politica e personale. “Per anni mi è stato detto come dovevo apparire per essere accettabile. I tatuaggi sono un linguaggio, un modo per riprendermi lo spazio sul mio corpo”.
La visibilità, per lei, non è più una condanna ma una conquista. “Averli sul viso è il gesto più radicale e vero per affermare che questa sono io e non ho intenzione di nascondermi per far stare comodi gli altri”. Una dichiarazione che sintetizza l’intero percorso: dall’omofobia subita alla libertà costruita, senza edulcorazioni e senza compromessi.
